Africa Unite - Torino, 02-04-2003 Intervista

26/06/2003 di

Quello che è scaturito dall’incontro con gli Africa Unite, più che un’intervista vera e propria è stata piuttosto una piacevole conversazione, che ha toccato i più diversi argomenti, e di cui si cerca qua di seguito di dare un resoconto...



Un punto di partenza potrebbe essere il vostro ritorno ad un’etichetta indipendente, segnando così l’abbandono anzitempo di una major’ cosa ha portato a questa scelta?
Su questo vogliamo essere assolutamente chiari: non ci sono stati attriti particolari o screzi che ci abbiano portato a lasciare la Universal. Allo stesso modo non è nemmeno vero che ci siano mai state particolari influenze da parte della casa discografica per quanto riguarda l’aspetto artistico del nostro lavoro. Per le major il disco è sostanzialmente un prodotto con il quale guadagnare dei soldi, ed esclusivamente come tale viene considerato. All’epoca della nostra firma del contratto con la Black Out - che allora era un marchio della Polygram - erano presenti tutta una serie di condizioni che nel corso degli anni sono progressivamente venute meno (sia da un punto di vista dell’ambiente in cui si lavorava che da quello dell’aspetto umano, ossia una serie di referenti con cui c’era un rapporto personale).

In questo tipo di situazione, anche se il contratto prevedeva la pubblicazione di un altro disco, quando loro ci hanno dato il ‘la’ noi abbiamo colto l’occasione. Voglio però sottolineare ancora che non eravamo in una situazione per cui ci fossero particolari pressioni nei nostri confronti.

In questo contesto, come vedete la posizione delle case discografiche nei confronti della rete e delle nuove tecnologie, e in senso più ampio, l’evoluzione del mercato musicale in generale?
Le major hanno un approccio troppo spesso caratterizzato dall’ignoranza, nel senso puramente etimologico della parola: non conoscono a fondo internet e le sue potenzialità, perciò l’approccio è fondamentalmente conservatore e non tiene conto delle innovazioni. Per quanto riguarda il mercato della musica, probabilmente l’evoluzione sarà nel senso di una progressiva trasformazione del disco in un semplice mezzo promozionale dei concerti. Si potrebbero ad esempio sviluppare nuovi sistemi - tipo dei carnet di biglietti, mini-abbonamenti, biglietto dei concerti a prezzo scontato - acquistando il disco. Le possibilità sono molteplici, bisognerà vedere quale sarà la strada imboccata.

Ascoltando il disco e soffermandosi in particolare sui testi, si nota subito che tutto il lavoro è permeato da una vena critica molto forte nei confronti di singoli avvenimenti, come la guerra in Iraq (“La storia”) o il recente G8 di Genova (“Muoio, good-bye”), ma più in generale nei confronti del momento storico e sociale che si sta vivendo in questo periodo. Questo rispetto ad altri dischi segna il ritorno ad una connotazione politica molto forte…
In effetti questo è un album molto critico, ma al di là di singoli episodi lo è comunque a 360°. Il punto di partenza è che comunque è necessario avere delle idee, e soprattutto dichiararle: anche le persone non riescono a comunicare, non riescono, o forse non vogliono, esprimersi. Il problema è che troppo spesso se non si fa parte di un gruppo di persone non si è nessuno: la persona, in quanto individuo, non sempre ha le idee, o non sempre le dichiara.

Proprio questo è il punto focale, la spersonalizzazione, la globalizzazione intesa in senso lato, ossia quella delle idee e delle persone. La pioggia fuori che dà il titolo al disco rappresenta proprio la barriera che sfoca le immagini, che media la realtà esterna e che altera le nostre percezioni. La pioggia è la cortina che filtra i messaggi, nel modo voluto da chi li propaga.

Un esempio di questo tipo di cultura globalizzata potrebbe essere proprio la musica ‘alla MTV’?
Sì, un esempio potrebbe essere proprio questo: in generale la musica stessa deve essere innocua, non deve servire a niente, nemmeno ad autopromuoversi... insomma non deve significare nulla. In questo contesto la classifica dei singoli è un chiaro esempio di quello che è la musica: innocua. Il concetto stesso di singolo, in se stesso è proprio di una cosa rapida, scarsamente significativa, anche dal punto di vista economico nei confronti dei portafogli degli acquirenti.

Proprio in queste condizioni, dunque, non essere critici vuol dire dimostrare di essere ciechi e sordi. Ci sono gruppi, ad esempio i Marlene Kuntz, che dicono che al giorno d’oggi nei propri testi parlare del mondo o della musica è uguale a non essere ispirati. Per noi questo non è vero: è semplicemente necessario essere comunque coerenti con se stessi in quello che si scrive.

Da un punto di vista strettamente musicale, invece, questo disco si presenta con una serie di sfaccettature’ si va dal reggae, ovviamente, ad atmosfere più jazzate (“Ogni singola goccia”), arrivando ad una nuova, eccellente, collaborazione con gli Architorti, in una rielaborazione della title-track...

Questo è stato in effetti un disco estremamente naturale ed istintivo, molto poco ‘predeterminato’, e l’approccio è stato musicalmente più umano. Nella scrittura delle canzooni si è stati più liberi, molto meno schiavi della forma classica strofa-ritornello-strofa-bridge.

Quanto hanno influito nell’elaborazione di questo disco e del suo sound le esperienze singole dei vari componenti della band (Bunna con i Bluebeaters, Ru Catania con la Wah Companion, T-Bone con la New York Ska Jazz Ensemble, Cato e Parpaglione con i Motor City e Mada con i suoi dischi solisti)?
(Bunna): Le esperienze personali, dal nostro punto di vista, sono in qualche modo funzionali agli Africa Unite. La mia esperienza nei BlueBeaters, che comunque suonano un genere musicale molto vicino a quello degli Africa Unite, mi ha permesso di approfondire tutta un’epoca del reggae, e più in generale della musica giamaicana, quella precedente agli anni ’70, che prima non conoscevo particolarmente bene. Questo tipo di esperienze permettono anche di uscire dalla consunta cerchia, sia umana che musicale, di modo che nel momento in cui siamo entrati in studio per riprendere in mano quello che è, per me, il progetto principale, ossia gli Africa Unite, ne è emerso un disco molto unito, con alla base un’idea unica ed omogenea.

(Mada): Per quanto mi riguarda, il mio personale contributo ha avuto una valenza molto più forte sotto un profilo compositivo, testuale quasi.

In effetti l’elettronica è presente in modo molto blando, e comunque in contesti sempre legati fondamentalmente a quello che è il contesto reggae, ossia i dub.
Effettivamente l’elettronica qua ha avuto un ruolo molto marginale in questo disco, che è estremamente live, in cui sono emerse le capacità dei singoli di mescolare diversi input. Questo però non significa che l’opera mescoli cose diverse tra di loro solo per il gusto di farlo, della ricerca o della provocazione.

Anche le chitarre hanno in effetti un suono a tratti molto moderno e comunque mai legato a quello che è il classico stile della chitarra reggae. Basta ascoltare ad esempio la ‘citazione’ presente in “Mentre fuori piove”, che non ha origini propriamente giamaicane...
Ah, te ne sei accorto! In realtà credo che buona parte degli ascoltatori più giovani difficilmente la riconoscerà.

Riferendosi ad un contesto decisamente più ampio, qual è l’impressione che avete della cosiddetta ‘scena’ italiana? Come vedete la situazione dell’industria discografica e di quello che le si muove attorno?
In Italia sono presenti moltissime situazioni differenti, alcune meno visibili, altre invece che lo sono molto di più. Queste solitamente sono quelle che si possono considerare anche meno meritevoli - e in un certo senso sono proprio le realtà più globali, nel senso che si è detto prima, e sono tutte etichettabili per genere, per la televisione o la radio. La situazione è quella per cui oggi nessuno ha più voglia di sbattersi, di compiere un percorso fatto di passi a volte piccolissimi, ma tali da sviluppare una propria credibilità. Quando abbiamo cominciato noi la realtà era profondamente differente. L’atteggiamento era quasi maniacale, si era assolutamente rigidi.

Un altro problema è che oggi mancano canali che diano una visione ampia e completa di quella che è la realtà; ze ad esempio prendi quello che è Sanremo (e qui Mada canticchia - giuro! - il pezzo che gli Eiffel 65 hanno portato a Sanremo, ndr), ti rendi conto di quella che può essere la scena italiana. Sanremo in realtà dovrebbe essere considerato come una manifestazione trash e nient’altro (e ripensando alla trascorsa esibizione di Bobby Solo e Little Tony l’aggettivo sembra quantomeno riduttivo). Invece la stampa specializzata, parlando ‘dall’alto’, ritiene opportuno operare dei distinguo: se Tizio va a Sanremo fa bene, se ci va Caio invece è un venduto.

L’intervista si chiude qua: i ragazzi ritornano in direzione della sala prove dove stanno rifinendo gli arrangiamenti per la tournèe e Mada, camminando e a microfoni ‘spenti’, continua a canticchiare “Siamo noi, siamo solo noi, quelli cheeeeeeee”...

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