Africa Unite - Torino, 13-04-2006 Intervista

26/07/2006 di Christian Amadeo

E’ da poco uscito “Controlli”, ennesimo ottimo disco dei torinesi Africa Unite. E sono appena partiti per la relativa tournèe. Nel pomeriggio della “prima”, che avviene proprio a Torino, facciamo una lunga chiacchierata con Madaski, voce, tastierista e compositore storico degli Africa. Naturalmente e rigorosamente davanti ad una birra in bottiglia, per creare quel clima così informale che tanto aggrada mister Caudullo (per chi non lo sa ancora, è il vero cognome, oscurato dall’ormai storico Madaski)...



Comincio col farti i complimenti per il nuovo disco degli Africa Unite...

Grazie...

Ma non siete stanchi di tutti questi complimenti? In 25 anni di carriera e per tutti gli album avete sempre e solo ricevuto commenti positivi...Magari preferireste, ogni tanto, qualche critica costruttiva...

E’ chiaro che quando leggi un’intervista negativa magari ti incazzi, però penso che se c’è un’intervista negativa che dice delle cose reali, si prende atto che ci sono delle opinioni diverse. Il problema è che, secondo me, chi recensisce in Italia, in linea di massima non si espone mai più di tanto su certi tipi di prodotto. Diciamo che capisco il negativo di una recensione se non è entusiastica.

Perchè, secondo te, le critiche in Italia non sono così “sincere”?

Perchè c’è un circuito musicale che è piccolo e quindi molto spesso ci sono dei rapporti interpersonali tra giornalista e musicista, si conoscono un po’ tutti. Quindi non ci sono prese di posizione eclatanti, diciamo che si sopporta un quieto vivere...

Entriamo nel vivo dell’ultimo disco. Inevitabile chiederti della nuova formazione, tra dipartite (sezione fiati e Cato) ed arrivi (Paolo Baldini, Kikke). Una scelta obbligata o cercata per creare suoni nuovi?

Non è stato né un abbandono né sono stati cacciati. Semplicemente abbiamo trovato una posizione sostanzialmente di comodo per il fatto che comunque la continuazione del tour dei Bluebeaters ha fornito il modo per essere tutti contenti. Loro avevano piacere di continuare quella esperienza dove, in effetti, a livello fiatistico, hanno sicuramente più spazio di quello che avevano all’interno degli Africa Unite. E noi avevamo intenzione di rinnovare abbastanza pesantemente il suono e quindi i fiati, sinceramente, non erano contemplati nel nostro piano sonoro. Si sarebbero potuti inserire, ma avrebbero avuto ancora meno spazio. Rimane comunque il fatto che una band longeva come gli Africa Unite ha bisogno periodicamente di ri-ossigenarsi. E ri-ossigenarsi a livello musicale significa far circolare delle idee, avere delle persone che portano delle idee. La situazione era un po’ statica da questo punto di vista. Invece il nodo su cui si è formato “Controlli” è l’entrata di Paolo Baldini, cioè del bassista già B.R. Stylers: l’abbiamo conosciuto durante il mixaggio del loro disco e poi provato live in un progetto parallelo con me, Papa Nico e lui, in una situazione più estrema rispetto a quello che sono gli Africa Unite: abbiamo però fatto palestra in tre, ci siamo caricati ed abbiamo costruito le basi del disco che sono poi venute fuori in “Controlli”, lavorando su un suono un po’ più dub, un po’ più elettronico, sicuramente più attuale. In una successiva modifica dell’assetto del disco, specialmente per quanto riguarda il live, abbiamo pensato di inserire Kikke, già Casino Royale, in particolar modo per la sua vocalità ed ovviamente anche per la sua capacità tastieristica, che lascia a me più libertà: almeno in alcuni segmenti del concerto, infatti, mi permette di lavorare sugli strumenti elettronici, sulle sequenze, sul dub, direttamente dal palco. La formazione degli Africa è rimasta assolutamente live, non è che l’elettronica sia andata a sostituire delle cose. Eravamo in otto ed ora siamo in sette. Però, diciamo, “cesella” il suono...

Dunque, emergono maggiormente le individualità...

Si, ci sono sicuramente delle individualità che vengono fuori di più. Ma non è un discorso che amiamo troppo fare, cerchiamo sempre di prendere il bello delle individualità che sono lo stile ed il suono per metterli al servizio del concerto, del nostro modo di fare reggae. Soprattutto del reggae di Bunna che comunque continua ad essere il fulcro del concerto, nonostante la mia presenza, anche dal punto di vista vocale sia un po’ più marcata.

In “Controlli” emerge il forte dualismo tra buoni e cattivi, utilizzato di recente anche da altri artisti (vedi Piero Pelù, Vasco Rossi...). E’ così facile distinguere i buoni dai cattivi al giorno d’oggi?

E’ difficile distinguerli ma a me piace sempre parlare, dare la mia opinione. Che non è un’opinione assoluta, chiaramente, ma è un invito alla discussione. Quando io parlo, nella canzone “In nomine”, senza peli sulla lingua della Chiesa cattolica, io cerco di stimolare una discussione, anche in modo polemico, andando cioè a colpire un tipo di discorso che non è mai stato approfondito - a quanto mi risulta - da gruppi o cantanti italiani. Di solito si attacca il potere laico dello stato, ma in Italia è difficile attaccare la Chiesa perchè siamo tutti un po’ cattolici. Ce l’abbiamo nel dna, ci viene inculcato e poi ognuno a seconda del suo percorso, sceglie. Trovo che sia un marchio abbastanza difficile da eliminare. Proprio nel momento in cui ci si sente male, ad esempio, ci si aggrappa sempre a quel presunto qualcosa che dovrebbe star sopra oppure che dovrebbe traghettarci in un mondo più felice o far succedere un miracolo da un momento all’altro. Questo tipo di sensazione umana viene strumentalizzata nei secoli dei secoli, come ha fatto la chiesa cattolica e come hanno altri tipi di religione. “Bitcrash” è un po’ l’altra parte del discorso, vista in funzione musulmana, essendo la storia di un suicida. Però lì mi esprimo con toni un po’ più pacati perché non conosco in realtà molto bene la situazione, mentre qui in Italia mi esprimo più chiaramente avendo ricevuto un’educazione cattolica, ma dalla quale mi sono staccato in maniera forte vedendo dal di fuori dei grandi controsensi, dei gran “non-sensi” se li proiettiamo in un mondo che dovrebbe essere andato un po’ al di là di tematiche da Santa Inquisizione, che stanno tornando. Vedi cose assurde, tipo la negazione dell’uso del preservativo, il ritorno delle polemiche sull’aborto, le sperimentazioni scientifiche. Viste nell’ottica della religione cattolica le trovo veramente un freno.

Nella copertina e nel booklet del disco compare la rosa abbinata a vari elementi artificiali. Come avviene l’accostamento tra l’elemento naturale e quello artificiale?

Il mixer rappresenta il controllo positivo, il controllo ed il percorso del suono attraverso i fili ed i potenziometri per arrivare a manifestarsi. Gli altri tipi di controlli sono all’interno del booklet e sono figure che richiamano dal controllo del peso, della bilancia e quindi del fisico perfetto fino al campanile e quindi al controllo religioso, al controllo pubblicitario, i giornali, lo sport. Le rose diventano un simbolo più che altro della bellezza, che viene proposta sulla superficie ed il suo contorno di spine. E’ una cosa bella ma che quando stringi ti può far male, ecco. Le rose sono state usate più in questo modo, non c’è un parallelo tra naturale e artificiale.”

Ed alla fine del booklet avete scritto: “Controlli is dedicated to... e così sia.” Puoi svelare a chi è dedicato? Soprattutto a chi controlla a livello religioso?

Si, oppure ognuno può mettere il suo nome...

Hai letto il libro di Dan Brown, il “Codice Da Vinci”?

Sì, l’ho letto.

E ti ha ispirato in qualche modo nella stesura di alcuni dei testi di “Controlli”?

Mi è piaciuto, assolutamente. E’ un bel romanzo, soprattutto per il mistero della cassetta (la scatola che contiene il codice che svela il luogo in cui è nascosto il Santo Graal, nda) e della sua rivelazione. Ma più che altro da come vengono organizzati i contenuti per arrivare ad una situazione che può essere più o meno fantastica. In realtà ci sono dei rimandi ben precisi e mi è piaciuto il suo tipo di costruzione, in bilico tra il possibile ed il reale che è assolutamente notevole. Mi ha influenzato, sì, non l’ho letto molto tempo fa e dunque potrebbe essere il “responsabile” di alcuni testi...

In questo disco emergono, forse per la prima volta in contemporanea anche negli stessi brani, le due grandi personalità, tua e di Bunna, mentre negli altri lavori sembravano completamente diversi uno dall’altro. E’ stato difficile amalgamare così bene le due personalità?

No, non è stato difficile. Però in questo devo tirare di nuovo in ballo Paolo Baldini perchè secondo me è lui che ha svolto un lavoro di mediazione tra le nostre due personalità. Io l’ho chiamato proprio per produrre e lui si è occupato di seguire la produzione ed ha sposato un po’ le cose perchè lui è in realtà un sunto delle nostre personalità. E’ un Madaski dal punto di vista della lavorazione elettronica ed è anche legatissimo al mondo del reggae, essendo cresciuto ed ascoltandolo ancora oggi come fa Bunna. Lui ha un approccio molto più reggae rispetto all’elettronica mentre io, quando applico in una maniera totalmente madaskiana l’elettronica, sconfino spesso e volentieri sul noise e su atmosfere più dure, che sono poco applicabili agli Africa Unite.

E dimostra anche una vostra umiltà nell’affidare ad un musicista molto meno esperto di voi un ruolo così importante...

E’ un’esperienza reciproca di miglioramento. Io credo molto nei musicisti più giovani. Infatti, adesso che sono riuscito finalmente a farmi uno studio in una villa cablata interamente, dove si può registrare in qualsiasi punto della villa, a contatto con la natura, avendo di fronte soltanto un fiume ed un bosco, riesco maggiormente a lavorare con altri musicisti. Ha un bello spazio nel quale possono essere ospitati i musicisti e quindi si possono fare dei dischi anche “low-badget” perchè si risparmia molto su quelli che sono i reali costi, rappresentanti non tanto da quelli di studio, ma piuttosto da quelli per il cibo, la location, il vitto e l’alloggio. Sto cercando di farvi girare produttori o musicisti che ritengo bravi, che affianco nelle produzioni. E’ stato il caso di Paolo in questa situazione e per altri gruppi reggae, ma anche Davide Tomat (il cantante dei N.A.M.B.) ed altre persone. E così ci si scambiano le proprie esperienze.

In “Controlli” c’è la cover di “Once in a lifetime” dei Talking Heads. E’ dai vostri dischi pubblicati dal 2000 che ne inserite una in ogni lavoro. Come le scegliete? Vi affidate all’emozione che vi crea il brano originale o alla voglia di sperimentare?

La prima cover è “Baby Jane” di Rod Steward, apparsa in “Vibra. Poi c’è la cover di Marvin Gaye in “Quando fuori piove”, entrambe scelte da Bunna. Questa volta l’ho scelta io, la cover... e la scelta é cadura su un brano dei Talking Heads perchè mi sembrava, intanto, il testo di “One in a lifetime” abbastanza riconducibile alle tematiche di “Controlli” e poi perchè secondo me aveva un bel potenziale reggae-dub. Il brano era incluso nell’album “Remain in light”, il più bello che hanno fatto i Talking Heads e che io ascoltavo tantissimo. Però non lo facciamo ancora dal vivo in questo tour primaverile. Penso che lo faremo in quello estivo...

Oltre alla cover, ci sono anche alcuni brani vostri cantati in inglese. Come mai questa scelta, dopo che la vostra carriera aveva seguito il percorso opposto, cioè da liriche esclusivamente in inglese a testi in italiano?

Due motivazioni ben precise su questo: la prima è una questione puramente di suono. Ci siamo cioè resi conto che comunque le traduzioni e gli adattamenti molto spesso su delle cose che scrive Bunna non hanno poi lo stesso suono, e questo è normale. Quindi Bunna ha scritto queste cose in inglese e poi si è consultato con amici giamaicani o comunque che sanno il patois e li ha sviluppati in patois o misto inglese/patois. Per avere quel suono molto dub poetry, cioè. Quella tipologia di suono che inevitabilmente essendo un po’ esterofili, quando fai un certo tipo di musica, acquisisci. Il secondo motivo va ricercato nel fatto che usare l’inglese ci piace in questo momento. L’anno scorso è uscito un disco nostro in Germania ed ora abbiamo la possibilità di fare uscire “Controlli” sia in Germania, sia in Spagna, oltre a fare un paio di festival questa estate e ci sembrava logico fare un album in lingua mista. Sta succedendo abbastanza in Europa, vedi i gruppi tedeschi, tipo i Seed, che a me piacciono molto e che cantano esattamente per metà in tedesco e per metà in inglese.

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