Stefano Giaccone - Torino, 18-08-1999 Intervista

18/08/1999 di Alessandro Besselva

Dopo Franti, Howth Castle, Ishi, Orsi Lucille e mille altri progetti e collaborazioni, ovvero una buona fetta di storia della musica autoprodotta in Italia, Stefano Giaccone torna, ad un anno di distanza dall'album a nome Tony Buddenbrook, con un mini cd prettamente acustico prodotto dalla Beware! di John Vignola, "Immortali Ospiti Sono Arrivati", prima parte di una trilogia che si concluderà entro l'anno. Abbiamo raggiunto Stefano, che ora vive a Londra, per via telematica. Ecco a voi l'intervista



Rockit:"Immortali ospiti sono arrivati" è la prima parte di una trilogia di mini cd, "Il Colore Azzurro": un formato molto "wyattiano" e decisamente inusuale. Cosa ti ha spinto a sceglierlo e cosa rappresenta il colore azzurro?

Stefano:Sono 3 raccolte brevi, Wyatt c'entra nel senso che come lui (si fa per dire) mi piacciono molte cose, anche da reinterpretare, e non sempre c'è spazio sugli LP. Il colore azzurro verrà "svelato" alla fine, come un thriller.

Rockit:Questo cd, a differenza di "Le stesse cose ritornano", è uscito a tuo nome: che fine ha fatto il tuo alter ego Tony Buddenbrook? Lo incontreremo ancora?

Stefano:No, non credo.

Rockit:"Oggi è diverso" è un'amara riflessione sulla difficoltà di trovare spazi di espressione liberi da interessi e pressioni di vario tipo. A Londra fa meno "freddo" che a Torino?

Stefano:Per nulla. Grande città, grandi voglie, grandi frustrazioni (non mie, che ormai vivo senza grandi tiramenti), per i non-famosi Londra è un disastro. Capita spesso che le bands debbano pagare per suonare. Bands che da noi sono recensite a piena pagina fanno 30 persone, 15 amici, 15 ubriachi. Esagero ma non molto...

Rockit:Com'è la vita musicale londinese? Visti i mille progetti a cui hai dato vita nel corso della tua carriera, immagino che tu abbia stretto alleanza con musicisti del luogo.

Stefano:Qualcuno, incontrato al lavoro, e poi amici di amici. C'è gente fantastica che lavora duro, nella propria camera (professionalmente e come decoro personale Londra è meglio della pretenziosa e sfigata Torino, Milano, Firenze) e si fa magari 50 date all'anno nei pubs. Alcune persone molto interessanti, ma io lavoro per campare e la musica... un po' langue.

Rockit:Springsteen mi sembra essere piuttosto lontano dai territori musicali che frequenti abitualmente. Cosa ti ha affascinato di "One Step Up"?

Stefano:No, e perché? Springsteen mi è sempre piaciuto. "One step up" viene da un suo disco minore molto migliore dei suoi più famosi. Springsteen è uno dei pochi che, con 20 anni di meno, e sono QUEI 20 anni, sta nel mio cuore con tutti i miei cantautori americani, uno dei miei campi più amati.

Rockit:Collaborerai ancora con Lalli?

Stefano:Ogni volta che posso. Suonare con lei e per lei è da sempre il mio più grande privilegio. La considero una delle pochissime vere artiste uscite dagli ottanta, dal punk.

Rockit:Da alcuni anni la parola cantautore è un insulto; vista la fine che hanno fatto molti cantautori storici, i detrattori non hanno tutti i torti. Tu hai riproposto un brano di Ivan Della Mea ed uno di Mauro Pelosi. Nell'era del drum'n'bass e del post rock qualcuno potrebbe accusarti di anacronismo: cosa risponderesti?

Stefano:Cosa e chi si può descrivere come anacronistico alla fine del millennio, nel pieno di una lunga (dagli anni '20) e senza rimedio decadenza della nostra cultura? Tutti ripetono, in peggio, cose già fatte. Con più mezzi, più faccia da culo, ma è lo stesso. Nel declino dell'impero romano non si faceva altro che rifare i classici. E poi i nostri cantautori sono per lo più rimasti a grandi livelli poetici a parte qualcuno partito già male, Bennato, Vecchioni, Venditti, ma gli altri: davvero bisogna aspettare David Byrne per ricordarci che Pablo Milanes, Dylan, Brel hanno degni compari qui, anzi, lì da voi?

Rockit:In "Immortali ospiti sono arrivati" gli arrangiamenti sono, a parte le incursioni di Elena Diana e Gigi Giancursi dei Perturbaziòne, ridotti all'osso, ancora più che in "Le stesse cose ritornano", spesso restano solo voce e chitarra. Hai appeso il sax al chiodo, o ti sentiremo ancora suonarlo?

Stefano:Il sax non è uno strumento facile per chi a 40 anni peregrina per il mondo, con una famiglia ora, senza lira e con un sacco di storie spesse nella testa. Ma il mio sax lo suonerò ancora, no worries.

Rockit:Potremo vederti in concerto sul suolo italiano?

Stefano:La prima settimana di dicembre '99, al nord, per "A Rivista Anarchica" (ho suonato a maggio al Bloom per loro), spero con Lalli e altri amici.

Rockit:Domanda da 100 punti: le tue considerazioni sullo stato attuale del panorama (più o meno) indipendente in Italia.

Stefano:Ne so troppo poco. Quello che sento che vende mi fa abbastanza cagare, soprattutto i testi. Non per essere partigiano (e perché no?), onestamente la musica della Beware! mi piace tutta, per lo spirito che respiro: buona musica, grande passione e poesia da parte di tutti, poche menate, niente foto patinate di cretini che straparlano del loro ombelico o del Kosovo. Ogni riferimento è voluto.

Rockit:Puoi darci qualche anticipazione sulla continuazione de "Il Colore Azzurro"?

Stefano:Il secondo mini cd si chiamerà "La Terra Difficile", dedicato e ispirato al poeta scozzese Edwin Muir, con l'aiuto di Pete Wright, ex Crass. Il terzo, "Alchemetry", con Marco Milanesio e Adi Firth.

Rockit:Per concludere, 10 album (facciamo 5 italiani e 5 stranieri) che consigli ai lettori di Rockit.

Stefano:Minchia! Veramente sparso: Radici di Guccini, Canzoni Di Rabbia di Lolli, Stormy Six, Area, i Kina, i singoli dei Negazione, Declino, Giovanna Marini, De André tutto, Wyatt, Coltrane, Albert Ayler, tutto Dolphy e Mingus, Lady Sing The Blues di Billie Holiday, tutte le cose non orchestrali di Sciostakovic, Islands dei King Crimson, tutto Marley, Oar di Skip Spence, Baxter dei Jefferson Airplane, i primi due Country Joe, la Quinta di Mahler, Robbie Basho, tutto Lennon e soci, come cazzo si fa!!??

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