Tre Allegri Ragazzi Morti - Naif da sempre Intervista

Foto di Sterven Jonger - tre allegri ragazzi morti inumaniFoto di Sterven Jonger - tre allegri ragazzi morti inumani
07/04/2016 di

Fumetti, viaggi in Argentina, amicizie lunghe una vita intera e quella "puzzerella di libertà" che emana Milano: dopo tre anni, incontriamo di nuovo i Tre Allegri Ragazzi Morti per farci raccontare tutte le pieghe nascoste del loro nuovo album "Inumani".

Iniziamo con una domanda secca: di cosa parla "Inumani"?
Davide: I dischi sono la fotografia di quello spazio che passa fra un momento di creatività e un altro: dentro questo disco ci sono molti elementi che parlano di cosa è successo in questi anni, sia per quanto riguarda la musica che a livello personale. Poi ci sono anche delle cose in più che sono leggibili in una dimensione di premonizione che è ancora più magica. 

Per esempio?
D: Non so se posso svelare tutto. Ci sono delle confessioni dentro il disco, non solo nostre, perché questa volta ci sono vari autori che raccontano anche le loro cose. Dentro "Inumani" abbiamo convogliato i nostri desideri, come quelli di una musicalità più indirizzata verso il funk, e ci sono anche dei ricordi, cose che abbiamo imparato e che vorremmo sviluppare. Questo disco è quello più simile come natura musicale a un altro disco che si chiama “La Seconda Rivoluzione Sessuale”: è pieno di indizi, in realtà, ma non del tutto sviluppati.
Enrico: Forse non ha un tema unico, è un album più concentrato sulle canzoni che su una struttura collettiva rispetto ad altri lavori quali ad esempio “Primitivi del futuro” e “Il giardino dei fantasmi”. Questo disco è stato fatto per avere meno componenti sperimentali dentro. Ci hanno detto che è un disco pop, ma non è solo un disco pop, è hi-fi rispetto ad altri.

Il titolo che avete dato a questo disco mi è sembrato un po’ una presa di posizione: è una bella parola, un bell’aggettivo, ma sembra che dietro ci sia qualcosa di più
D: Per me “Inumani” è sempre stata una parola molto evocativa, io l’ho incontrata quando ero bambino che leggevo i fumetti Marvel e non è un aggettivo, è un sostantivo: gli Inumani sono una tipologia di viventi che nel cosmo Marvel, nella battaglia tra i Kree i Red Skull, sono mutati geneticamente e sono diventati inumani. Sono poche centinaia e vivono in una città che si chiama Attilan, che è stata per tanto tempo nella terra, coperta da una calotta. Gli inumani sono questa forma simile all’umano, molto attenti all’ecologia, e avevano degli elementi, già negli anni ‘60 quando sono nati, di contrapposizione forte alla modalità di esistenza più spregiudicata degli umani. Questi sono gli Inumani nella mia visione di bambino. E questa parola mi è sempre rimbalzata nell’orecchio, perché per me ha a che fare con un umano, ma dopo qualche cosa. Secondo me questo “dopo qualche cosa” c’è, lo stiamo vivendo. Noi umani in questo momento non siamo come i nostri nonni, e nemmeno come i nostri padri. Siamo un po’ più in là.

Quindi è qualcosa che ha a che fare con la tecnologia, per forza di cose.
D: Sì, per me ha a che fare con la tecnologia, sicuramente.

Nel disco sono nel disco un sacco di belle canzoni: poi ci sono molte canzoni tipicamente “Tre allegri ragazzi morti”. Una delle mie preferite, e quella che penso più vi descriva in maniera intima, è “Ruggero”. Di che cosa parla?
D: Ruggero è un ragazzo che conosciamo, che ha scritto una parte della canzone. Un pezzo secondo me interessante, perché è un cortocircuito fra il nostro immaginario e l’incontro con quello di generazioni nuove. Come ti dicevo, l’idea del personaggio l’ha scritta un ragazzo di 23 anni che si chiama Alex Ingam, con il suo gruppo che si chiama Lupetto. A me questa canzone è piaciuta e ho provato a svilupparla, è venuta fuori un’altra cosa che ha due elementi dentro: un elemento narrativo, bucolico, che è il ritratto di questo ragazzo che si chiama Ruggero - e una visione invece più proiettata sul cambio delle generazioni, sull’invecchiare, che invece è la parte mia. Questo insieme di cose ha fatto sì che nel disco ci siano delle premonizioni…

Ovvero?
E:
(Sorride e non risponde) Comunque Ruggero esiste, è un ritratto di una persona, è un ragazzo vero.

Perché avete deciso di ritrarlo?
D: L’ha deciso Alex, è un ragazzo della sua età, il campione del paese, quello che fa cose strane, al quale dedichi una canzone insomma…

Un’altra cosa che penso sempre quando ascolto le vostre canzoni è che avete una maniera di parlare d’amore che è indistruttibile: passano gli anni, cambiano le cose, cresce il pubblico, la tecnologia avanza, accogliete nuovi suoni - però nel momento in cui parlate d’amore (o di qualcosa che gli assomiglia) sembra che vi spostiate in un iperuranio, in una dimensione di purezza che dai primi dischi è rimasta sempre la stessa. Una visione disinibita e ingenua.
E:
Mi piace questa domanda, mi incuriosisce, è una cosa che ho cominciato a riscontrare anche io nelle canzoni che mi piacevano: l’amore sempre descritto in modo così assoluto, forte, preciso. Poi alcune cose sono cambiate, e ho capito che molte canzoni dei Velvet Underground non parlavano d’amore (ride). Oggi per esempio con Jacopo ascoltavamo “Sì viaggiare” di Battisti e mi ha detto: guarda che questa canzone parla di un rapporto omosessuale! Siamo andati avanti a pensare e mi chiedevo “Perché lui ci vede questa cosa?” Addirittura a un certo punto abbiamo pensato che l’avesse scritta per il suo batterista Zambon. Abbiamo cercato su internet e dicevano invece che questa canzone parla di Dio… viaggiare è vivere, e insomma ognuno ha la sua visione. Comunque spesso si dedicano le canzoni all’amore, quando poi può essere metaforicamente qualsiasi altra cosa. È un campo di gioco no? Adesso credo che noi giochiamo a quel gioco lì, se ho capito cosa intendi: la formula dell’amore narrato in quel modo, come se fosse più in alto di te.

Appena ho sentito “I tuoi occhi brillano” mi è venuta in mente “Dipendo da te”, per un motivo molto semplice: tu Davide hai la mania di destrutturare il corpo delle donne di cui canti, quasi come un killer. Parli sempre di denti, piedi, gambe, tendi a enumerare quasi scientificamente le parti della persona che ami, come per apprezzarla un pezzo alla volta.
D:
Sai che cosa ho studiato? Disegno anatomico. Ho preso il diploma come disegnatore chirurgico, un mestiere molto ottocentesco. A Bologna c’era questa scuola. Io volevo fare il disegnatore di fumetti, ma siccome non avevo fatto scuole artistiche ho deciso di seguire un corso di illustratore scientifico, e l’unico indirizzo disponibile era appunto quello di disegno chirurgico. In pratica è la persona che seguiva i medici per la ricostruzione dei piani operatori. Un illustratore anatomico, ma di porzioni.

Hai fatto davvero questo lavoro?
D: No, poi ho fatto il disegnatore di fumetti, però ho assistito alle autopsie, mesi e mesi di sala operatoria… perciò forse è per quello che descrivo sempre porzioni: se parlo di un fegato so com’è fatto, se canto di un rene so com’è fatto. Quando canto di una donna insomma so com’è fatta, conosco tutte le pieghe, e quando la trovo perdo la testa…

La canzone che ha presentato il nuovo disco al pubblico contiene un discusso featuring con Jovanotti. Come lo avete convinto a cantare in un vostro pezzo?
D: Il primo contatto che abbiamo avuto con Lorenzo è stato via mail, quando è uscito “Primitivi del futuro”. Lui ci ha scritto per farci i complimenti per il disco, dicendo che era bellissimo e che lo ascoltavano sempre in famiglia. Negli anni poi i contatti non sono rimasti frequenti ma costanti, ci ha sempre scritto quando facevamo qualcosa di bello. Ci chiese di aprire i concerti nei palazzetti ma allora non eravamo pronti, poi tempo dopo ci ha chiesto di aprire i concerti negli stadi, abbiamo accettato e abbiamo fatto questo giro per l’Italia lungo due mesi. Da quel momento il rapporto si è consolidato. Per questo disco in particolare a un certo punto siamo finiti a fare un concerto a New York, eravamo anche un po’ preoccupati perché quando registri un disco è difficile fare altro per una settimana intera. Così abbiamo pensato di rendere quella settimana produttiva anche per le registrazioni. Nella casa in cui abitavamo sono passati vari amici tra i quali anche Jovanotti, che ci ha detto che gli sarebbe piaciuto fare la corista del nostro disco. Alla fine non ha fatto la corista in tutto il disco, ma l’ha fatta in due pezzi.

"In questa grande città (La prima cumbia)" è una canzone che parla di Milano in maniera molto affettuosa, ed è una cosa che mi ha colpito molto. Io ad esempio sono qui da quasi tre anni, ma non so se riuscirò mai a considerarla la mia città. Voi invece da Pordenone siete venuti qui ad abitare e lavorare, a fasi alterne. Perché avete sentito il bisogno di dedicare una canzone a Milano?
D:
Io non ho abitato molto a Milano e non posso dire di riconoscerla come la mia città, però una parte del nostro gruppo era una persona di Milano e secondo me questa cosa qui, a prescindere dalle nostre vite personali, ci ha influenzato. Secondo me Gigi mi ha proiettato molto dell’amore per questa città (si riferisce a “Gigione”, storico fonico della band morto lo scorso dicembre). Lui diceva che a Milano c’è quella “puzzerella di libertà”. Quando penso a Milano penso a una città stratificata dove puoi frequentare la gente del Conchetta e gente completamente diversa. Oppure puoi sparire, se vuoi… se vuoi sparisci, se vuoi può essere la tua piazza di apparizione. Il testo della canzone su Milano io lo riconosco come abbastanza poetico rispetto ad altre canzoni. Molti si sono stupiti per Jovanotti, ma il contenuto è buono, è molto TARM.

Voi siete tra i pochi gruppi italiani che in ogni album sperimentano con i suoni accogliendo altre influenze musicali senza timore. Nelle scorse settimane m è capitato di leggere su Vice la recensione del vostro album in una sezione che si chiama “le peggiori uscite della settimana”
D: Siamo diventati nemici di Vice. Ma in fondo tutti sono nemici di Vice, o forse loro sono a voler essere nemici del mondo.

Comunque, in questa mini recensione in pratica vi accusano di appropriazione culturale. Voi avete fatto due dischi reggae, poi uno live swing con l’orchestra, in quest'ultimo invece c'è un pezzo cumbia. In Italia non si parla mai di appropriazione culturale perché la contaminazione nel pop e nel rock è talmente rara che non si pone mai questo genere di problema. Vice scrive che il vostro disco è "offensivo e sgradevole, paternalistico che pare gridare "ma sì, mischiamo tutto che tanto è tutto terzo mondo". Cosa ne pensate?
E: Credo sia una questione di curiosità e anche di libertà. Davide per esempio si è appassionato alla musica africana nel periodo in cui Radio 3 mandava in onda approfondimenti culturali su quel tipo di suoni. Quando ti appassioni a cose nuove non vedo perché non dovresti avvicinartici ulteriormente.
D: In realtà la scrittura dei Ragazzi Morti è sempre la stessa, molto naif e affascinata; in passato ad esempio è stata affascinata dal punk, da un certo tipo di rock anni ’90, ogni fascinazione è una scoperta. Questo nostro modo di fare le cose è ingenuo se vuoi, però io lo rivendico perché fa parte della nostra poetica. Per quanto riguarda specificamente Vice (ride), forse chi ha scritto la recensione non immagina che i suoni cumbia sono legati in qualche modo alla mia biografia personale. E poi questo pretesto della cumbia in un nostro singolo ha scoperchiato appassionati di quel genere da tutte le parti, una reazione decisamente eccessiva se vuoi. La prima volta che abbiamo incontrato la cumbia è stato nel 2001 in Argentina, lì la forza di quel tipo di beat era una specie di piaga: da un lato c’era la crisi economica e in parallelo c’era la cumbia che occupava qualsiasi spazio di comunicazione. Era una musica forte che veniva dalle villas. Quando siamo arrivati lì l’incontro con questa musica è stato fortissimo. Questa dell’appropriazione culturale mi sembra un'accusa davvero eccessiva...

(Foto di Stefano Cioffi)

Anche perché tra i producer elettronici italiani è quasi una prassi quella di usare suoni provenienti da altri paesi, ma nessuno li accusa di essere offensivi, anzi. Comunque, tra i commenti sulla vostra pagina Facebook ho visto qualche fan sudamericano che diceva: guardate che la cumbia fa schifo, qui è una piaga.
D: Perché è vero, in America meridionale la cumbia è quella rincorsa fra la cassa e la grattugia in tre, zoppa, un po’ fuori tempo. Così è diventata una piaga, una specie di droga, una cosa che se ti entra dentro è un problema. Allora per un sudamericano argentino dire che ascolta la cumbia vuol dire comunque allontanarsi da una tradizione locale più profonda, che è quella del rock nacional, del tango. La cumbia invece è una cultura musicale importata, simile al punk perché si può fare da zero. Comunque la nostra si chiama cumbia milanesa, è una variante italiana e non so quanto durerà.

Il fatto che molte altre band del vostro calibro invece non si affaccino per niente, musicalmente parlando, al di fuori dell’Italia, secondo voi a cosa è dovuto? Al fatto che magari non viaggiano?
D: Può essere anche questo, può essere anche dovuto al fatto che quando gli artisti o i gruppi trovano una formula che ha un po' di riscontro, la forza più grande rimane quella di ripetersi, e vale per quasi tutti gli artisti: il rapporto con il proprio suono determina la tua dimensione temporale ed è la tua forza e il tuo limite insieme. Secondo me noi abbiamo avuto dei maestri fighi, ci piacevano i Clash, e a un certo punto i Clash hanno iniziato ad appropriarsi delle musiche del mondo.
E: I riferimenti non mancano: anche Damon Albarn, l’emblema degli anni ’90, a un certo punto ha fatto un disco fortemente influenzato dalla musica africana, Brian Ritchie dei Violent Femmes è diventato un suonatore di flauti giapponesi. Insomma, non è una cosa così strana. Forse è vero, la maggior parte dei gruppi italiani non è così aperta musicalmente, sono tutti un po' di legno.

Invece i vostri ascoltatori, sia quelli storici che quelli nuovi, come credete che abbiano preso tutte queste "sbandate" per suoni diversi? 
E: Quando abbiamo pubblicato il disco reggae effettivamente un po’ di clamore c'è stato, però dopo un po’ credo che la scrittura sia stata più forte. Alcuni ci hanno scritto dicendoci che speravano che anche questo fosse un altro disco "etnico".
D: Io ho un’idea sul rapporto fra il pubblico e gli autori: in realtà è l’azione che produce un pubblico. Tu produci un disco o un libro e hai in mente una visione, poi le persone si avvicinano a questa visione.
E: Quando Dylan è passato all’elettrico, in tantissimi hanno protestato. È anche normale.
D: Noi non abbiamo mai avuto una dimensione nostalgica, non diciamo mai “Ah che belli che erano gli anni '90”. Anzi no, in realtà ogni tanto lo dico...
E: I favolosi anni '90...
D: I favolosi anni '90, quelli dei veri pirati. Andavamo in giro in tre in macchina, in quel senso era bello, non della nostra forma artistica. Quella era propria di quel periodo, oggi c'è quella di oggi. La nostalgia non è nelle nostre corde, quasi mai.

In Italia ci sono un sacco di persone di origini diverse, anni fa per esempio ci raccontavate che a Pordenone c’è la più grande comunità touareg d’Italia. A Milano ci sono tanti filippini e cinesi, a Roma molti romeni, sudamericani, e così via. Secondo voi quand’è che la loro musica si mescolerà a quella italiana arrivando nel mainstream? 
E: Io personalmente non vedo l’ora. Oltre all’influenza di nomi italiani sarebbe bello avere musicisti italiani che conoscano anche altre realtà straniere. È una cosa che potrebbe arricchirci ma non so bene come succederà, anche se poi ci sono sempre state serate di musica latina o di altre nazionalità, ma non credo siano molto frequentate dagli italiani. Finora il sentore non è molto positivo, nel senso che non mi sembra si stia muovendo qualcosa. Per esempio noi negli ultimi anni abbiamo aperto la nostra musica a sonorità diverse, ma effettivamente non si è avvicinato un pubblico diverso.
D: Tu dici che continuiamo a suonare solo per gli italiani?
E: Be’ sì, sicuramente, questa è una cosa vera. Mi piacerebbe se il pubblico si mescolasse di più.
D: Però secondo me questa è una cosa solo relativamente vera… la natura antropologica dell’Italia è cambiata. Prendi Nur che ci sta intervistando, ti sembra di avere davanti un’italiana 100% e invece no (ridono). Ho detto questa stupidaggine tanto per dire, però è vero che l’architettura umana dei ragazzini che hai davanti è molto più complessa. Fino a pochi anni fa la costruzione antropologica dell’Italia era totalmente italiana, da adesso in poi lo sarà sempre meno. Non è nemmeno così facile capire la nazionalità delle persone che vengono a vederti. Penso a quando suoniamo a Brescia, ci sono sempre queste ragazze infoiatissime che sembrano italiane, e in realtà sono rumene.

Il rapporto con i fan che ha una band che suona da 20 anni è una cosa che mi ha sempre affascinato, oramai diverse generazioni sono cresciute con la vostra musica. Il pensiero di essere in qualche modo importanti nella vita di migliaia di persone non vi dà anche un po’ di ansia?
E: Noi siamo sempre vicini alle persone che vengono ai nostri concerti. Chi ha voglia di incontrarci, ci incontra, quindi va sempre a finire che stiamo assieme la sera, a raccontarcela… facciamo anche capire che non ci sono barriere da parte nostra.
D: Io ti dico solo questo: le ultime fidanzate che ho avuto negli ultimi 15 anni erano tutte mie fan (ride). È una cosa che mi fa anche sembrare un po’ un maniaco, ma non è così. Però se ci penso è vero, e vuol dire che ci siamo regalati molto al pubblico. È stato totale.
E: Poi abbiamo legato con tantissime persone, siamo diventati amici.
D: Questa cosa che abbiamo messo su e che segue Enrico, La Tempesta Dischi, essenzialmente è nata con quella modalità, nel senso che molti gruppi sono chiusi, altri gruppi sono aperti. Noi siamo stati un gruppo aperto, non abbiamo mai fatto le cose credendo di avere il cazzo più grosso di tutti, abbiamo sempre vissuto la musica come una dimensione di scoperta e rapporto con altre persone che facevano le stesse nostre cose e che vivevano un’emotività diversa. Uno dei motori di quella cosa lì è stata la fortuna di avere la possibilità di incontrare gente di tutti i tipi.

Qualche settimana fa abbiamo pubblicato un’intervista a Luca Benni di To Lose La Track in cui raccontava cosa voleva dire per lui avere un’etichetta indipendente in Italia nel 2016. Voi che siete a capo di una delle più importanti, La Tempesta, che ne pensate?
E: Il tipo di mercato in questi anni è cambiato. Se La Tempesta fosse nata nel ’70 e oggi fosse l’86, probabilmente saremmo ricchi. Ma non è solo una questione di soldi: oltre alla crisi economica c’è anche la crisi del supporto, dell’oggetto, quindi l’insieme delle due cose ha cambiato decisamente le carte in tavola. E forse da un certo punto di vista ci ha fatto anche bene, per capire meglio e focalizzare l’attenzione sulla musica. Abbiamo anche la fortuna di essere abbastanza leggeri. La cosa che spesso ci ha infastidito delle major è che pensano sempre ai numeri. Essendo delle aziende molto grosse con basi in buona parte del mondo, se una persona ci lavora dentro, anche se è super appassionata di musica, dopo un po’ deve cercare di portare dei numeri. Mentre noi abbiamo sempre avuto uno spirito un po’ più poetico, più legato alle idee... questa cosa oltre a renderci orgogliosi ci ha tenuto anche in piedi. Abbiamo vissuto un cambiamento abbastanza grosso da quando abbiamo iniziato a suonare e ad avere l’etichetta e continuiamo a farlo per passione.

In un'altra intervista che abbiamo pubblicato poco tempo fa, il CEO della FIMI diceva che è difficile esportare la musica italiana all’estero perché mancano degli artisti davvero validi da spingere. Voi che ne pensate?
D: Per quanto riguarda la nostra esperienza con l'etichetta, su band che cantano in inglese e che hanno potenzialità di costruirsi un pubblico all’estero dei tentativi li stiamo facendo, con tutte le difficoltà che questo comporta, a partire dal muovere degli investimenti da fare su una scala più grande.
E: Il gruppo con cui lavoriamo che ha più riscontro all'estero sono i Mellow Mood, effettivamente stanno diventando grossi. Loro stanno insegnando a noi come si fa a distribuire i dischi in Polonia, in Germania, in Sud America, in Francia... È quasi una questione di abitudine: quando esce qualcosa in quelli che sono i poli centrali della discografia sai già chi chiamare, come distribuire. Ci sono degli uffici in Italia che lavorano sulla promozione dei dischi internazionali che escono nel nostro paese, ma non esiste il contrario: mancano le "ambasciate" della musica italiana all'estero. E questa cosa a lungo andare secondo me ci ha appannato un po' la vista su come fare. Ci sono dei gruppi come gli Iori's Eyes che, se ci fosse stato pronto questo canale che avesse garantito una buona promozione in tutta Europa, secondo me avrebbero avuto successo, avevano le carte per farlo. Però non è facile. Spero che la situazione cambi, è uno dei miei sogni quello di assistere e contribuire a al successo della musica italiana all'estero, per far capire a tutti che siamo capaci anche noi a fare cose belle, questo mi sembra evidente. Chiaramente la lingua secondo me in generale non aiuta. Però dalla Francia per esempio escono tante cose interessanti che hanno successo, ma è anche vero che il mondo francofono è molto più ampio. Forse il problema sono le colonie (ride). Se avessimo ancora delle colonie italiane...
D: No ma seriamente, il problema è coloniale. Si chiamano major perché sono enormi: hanno una testa e una proprietà in America o in Germania e hanno un corpo che si dirama nel resto del mondo. Uno della EMI italiana che mi dice che ha difficoltà a presentare un progetto, e me lo dice come se fosse una cosa incredibile, mi fa ridere. C'è una storia dietro, c'è una proprietà non italiana, e devi rendere conto a loro di quante cose vendi qui. Il meccanismo è sempre economico. Difatti la cosa divertente della musica degli ultimi anni in Italia, specialmente quella che abbiamo vissuto noi, è che questo meccanismo economico è diventato così piccolo e inessenziale per i grossi investimenti che alla fine ne hanno fatto a meno, e tutto è diventato più libero. La produzione della musica è diventata più libera perché l'interesse economico di quelli lì sulla musica non c'è più. Allora io dico, ben venga, che spariscano! Era quello che volevamo da sempre, no? Immaginavamo (almeno io) un mondo fatto di gente che produce dell'arte e che mette in gioco la sua dimensione più emotiva, più spirituale, per fare delle cose, e oggi questa cosa qua diventa realtà. Non ci sono mai stati così tanti gruppi al mondo, così tanti produttori di immaginario. Vuol dire che siamo in un periodo speciale. 
Capisco i giornalisti, specialmente quelli vecchi, che hanno il dramma di non riuscire a capire dove sta la nuova Gioconda, però forse il punto è che non bisogna cercare la nuova Gioconda. Forse bisogna cercare altre cose, comunità di musicisti per esempio. I Mellow Mood, in parte, sono questa cosa qua: loro si proiettano in una collettività musicale che non è nemmeno territoriale ma è legata ad un genere, il reggae. A quel punto tu stai parlando veramente a una comunità che ha interesse per un certo tipo di musica, che tu venga da San Vito a Tagliamento, vicino a Pordenone, o dall’Australia, o dal Giappone, in quel tipo di comunità lì puoi trovare comunque una tua collocazione globalizzata. Io penso spesso ai meccanismi economici che stanno dietro alla trasformazione della musica, e non sempre questa cosa qui la leggo sugli articoli della stampa musicale, mi sembra che quello che i giornalisti cerchino sia sempre lo stesso: l’artista da incensare, o da recensire, che però è sempre una specie di imposizione, non è mai un pensiero più articolato su quello che succede.
E: Sì, funzionano da cassa di risonanza. Quando una cosa arriva qua che siamo al confine dell’impero, ci arriva come se fosse già grossa. O almeno noi la viviamo come tale, senza chiederci se lo è realmente o meno, mentre è difficilissimo fare il contrario. È un problema di struttura: è come la corrente di un fiume, è nata così e in questo momento tornare indietro è faticoso.
D: Ti racconto una cosa: sono stato in Russia, una volta. Sono entrato in una scuola, e in questa scuola i bambini cantavano una canzone italiana scritta da Rodari, che in quei paesi dell’est comunista è dio. Questa cosa mi ha fatto un po’ pensare. C’è una parte politica, comunista, italiana, che aveva un legame molto forte con la Russia, e la Russia ha continuato a dare sostegno a una cultura sorella. Viviamo ancora questa condizione di dipendenza nei gusti nei confronti di una struttura economica che è quella di una egemonia americana, per quello ben venga tutto il meticciato possibile e immaginabile!
E: È un po’ quando spacchi a biliardo: bisogna spaccare un po’ il sistema, e poi vedere cosa succede. Tanto peggio di così non può andare.

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