Il Tre / intervista

Il Tre: "Sono molto più hardcore sul beat che nella vita"

Il 3 è il suo numero e l'ha voluto come nome d'arte. Romano, 20 anni, un flow invidiabile, rispetta l'old school ma non ne trae ispirazione. Si ispira a Gemitaiz ma sogna un feat. con Eminem
10/01/2020 11:00

Giovane mc romano, Il Tre si è imposto sulla scena capitolina a suon di battle per poi esplodere definitivamente in tutta Italia  in seguito all’ottima prestazione di Real Talk. Una gavetta vecchio stampo attraverso la quale sembra aver ottenuto non solo un grande riscontro tra i più giovani ma anche il rispetto sincero di tutti gli addetti ai lavori. Ritenendolo una delle più talentuose promesse dell’hip-hop italiano, potete trovare Il Tre nella nostra classifica annuale dei CBCR (qui). In attesa del suo primo album ufficiale, abbiamo incontrato Guido negli studi della Warner per farci raccontare quanto sia stato importante Gemitaiz e le sue scelte di vita non proprio da rapper.

Perché ti chiami così?

Il 3 era un numero ricorrente nella mia vita: sono nato il 3 settembre, in famiglia siamo in 3, potrei citarti decine d’esempi. Ho cominciato a fare rap con un altro nome, non mi ricordo esattamente il momento preciso in cui ho avuto l’illuminazione. Il mio vecchio pseudonimo non mi rispecchiava, di conseguenza la musica che proponevo non raggiungeva i livelli che mi ero imposto. Cambiare il nome è stato realmente uno switch mentale, un cambio d’identità. Quando ho optato per Il Tre è stato il momento in cui mi sono detto ”ok, ora facciamo sul serio”.

Il Tre durante la nostra intervistaIl Tre durante la nostra intervista 

La scena romana ha una tradizione molto forte, com’è fare rap nella capitale?

Roma è una città che offre molte possibilità per mettersi in mostra, sono presenti realtà come l’Honiro che prestano molta attenzione ai giovani. In altre località il mio percorso sarebbe stato più complicato, ho iniziato a farmi notare nei contest, live. Frequentavo le battle con i miei amici, ero un mondo che mi affascinava. Quando ho iniziato a rappare pensavo fossero il modo più veloce per farsi notare.

 

Freestyle e stesura non vanno sempre di pari passo. Quando Hai iniziato con le battle, ti cimentavi già con la scrittura?

In realtà avevo già pubblicato il mio primo lavoro, ma non era un lavoro ufficiale. Ho iniziato a suonarlo in giro, nel mio piccolo, era arrivato alla conclusione che il concerto fosse il punto d’espressione massimo del rap. Le mie prime canzoni erano appositamente studiate per essere portate sul palco, per fomentare la gente. I miei primi due anni sono stati quasi esclusivamente impostati sui live, per molto tempo non ho nemmeno caricato nessun brano su Spotify. Eppure in città il mio nome iniziava a circolare, tutti mi conoscevano con una manciata di pezzi caricati su Youtube. Senza essere realmente un artista.

 

In effetti molti artisti che fanno un sacco di ascolti, dal vivo, sono spesso una delusione.

Il live rimarrà sempre il mio punto forte ma non voglio essere identificato come "il rapper che spacca". Questo non vuol dire che mi stia vendendo, il mio progetto, come la mia persona, è composto da diverse sfaccettature che prima o poi dovranno emergere. Voglio avere la libertà di poter scrivere un pezzo più lento, emotional, chiamalo come vuoi. Non essere esclusivamente identificato come quello.

 

Dell’extrabeat?

Esatto. M’inorgoglisce, sia chiaro, vuol dire che la gente mi riconosce della tecnica, ed è sicuramente un punto a mio favore. Ma il rap non è solo extrabeat. Volevo arrivare ad un punto cui non dovevo più dimostrare a nessun di saper rappare. Una volta consolidatomi come rapper posso anche permettermi di costruirmi come artista. Adesso inizia il gioco difficile, devo essere abile a toccare i tasti giusti senza sminuire la mia cifra stilistica.

 

A proposito di cifra stilistica, l’aspetto che più mi ha colpito della tua musica è la tua capacità di far coesistere freshness e credibilità rap.

Perché sono cresciuto con il rap, in un periodo in cui la trap, almeno in Italia, non esisteva. A casa mi allenavo a riprodurre artisti rap, ne studiavo le tecniche, le loro strofe più difficili, cercavo di carpire i segreti delle pause per prendere fiato senza interrompere il flow. Io sento il peso del rap sulle spalle, è una bandiera che sventolerò sempre anche quando farò un pezzo più pop. La freschezza invece credo sia una conseguenza naturale: cerco di fare le cose a modo mio, faccio musica che in primis piaccia al sottoscritto, se piace anche agli altri è culo. Avendo 20 anni è normale che molti giovani ci si rispecchino.

 

Anche la critica sembra unanime nei tuoi confronti.

Mi fa piacere ma non mi convince. C’è un verso di una canzone di Luchè che esprime un concetto simile "se nessuno ti odia vuol dire che qualcosa non va". Io mi ritengo seguito, sono felice del mio pubblico, ma ti assicuro che fossi odiato dalla metà dei miei follower sarei molto più famoso. È un paradosso.

 

Real Talk è stata la vetrina più importante cui hai partecipato, hai messo in mostra gran parte delle tue skills e convinto tutti. Ciò nonostante, al giorno d’oggi, sono i follower a delegittimare un artista?

Ti do questa risposta a malincuore: Purtroppo oggi la musica non è il primo aspetto che si guarda in un artista, i numeri contano. Io sono un artista nuovo, ma non un ragazzo di primissima generazione, sono convinto che un artista più piccolo possa spaccare di più, di solito è così. Ma come glielo spieghi ad un pischello che con Instagram è cresciuto? Tra un profilo con 50 mila follower e uno con un milione automaticamente sarà portato verso quello più grande. Questo ha portato alla nascita di molti più artisti abbassandone il livello medio. Instagram dovrebbe nascondere i follower, ne sono convinto. Io non ho la pretesa di dire che sono un artista, quello lo deciderà la gente, ma io ho ragione a dire che se facciamo rap ti spacco.

 

Qual è il concept alla base di Cracovia?

Sono tre capitoli. Come ogni progetto della mia vita è partito casualmente. Al di là dei singoli, Cracovia È stato il mio primo mixtape ufficiale. Cracovia è stata scelta banalmente perché mi piaceva come parola, solo in seguito sono andato ad approfondire la storia di una città coinvolta in centinaia di guerre e l’ho quindi legato alla copertina del mixtape. Il sangue sul mio corpo era quello delle battaglie e degli avversari che avevo sconfitto. Il concept ovviamente è stato poi portato avanti negli altri capitoli, il secondo è nato da un beat di Christian che inizialmente avevo ignorato e sul quale abbiamo fatto un lavoro pazzesco, col secondo capitolo ho iniziato a percepire che qualcosa stava iniziando a muoversi. Il terzo è stato un po’ l’esplosione definitiva.

 

Christian è il tuo produttore, ma hai una ragazza che ti accompagna nei live (Ariana Lestrange).

Ariana si occupa solo dei live. Le scrissi quando era esplosa la bomba di Real Talk e dovevamo partire per il tour senza un dj. Lei a Roma conosce un sacco di gente della scena, pensavo potesse girarmi un contatto invece si è proposta direttamente. Non riuscirei a lavorare con una dj a prestazione, con ogni membro del mio team deve esserci del feeling. Ari canta, rappa ed ha pronti alcuni brani per il suo progetto solista, in tour si è creata un grande alchimia tra me lei e Giorgio. Ci vogliamo bene e ci divertiamo. Comunque, forse anche Ernia ha una dj donna. Siamo gli unici.

 

A Roma i rapper sembra non riescano mai a discostarsi troppo dal solco del TruceKlan.

Il TruceKlan è un momento fondamentale non solo per il rap romano, ma per tutto il rap italiano. Ci passano tutti, io in particolare per concomitanza geografica. Chicoria e Noyz a Roma sono intoccabili, I dischi del TruceKlan li ho rimacinati migliaia di volte senza mai prenderne ispirazione diretta. Non ispirarsi non vuol dire non rispettarli: non mi rispecchio nelle tematiche che trattano, risulterei falso.

 

Sei abbastanza straight edge.

Questa cosa è assurda, non riesco nemmeno a sentire l’odore dell’alcol. È comica perché ascoltandomi sembro molto più crudo ad esempio di Pretty Solero o Ketama. Mi piacciono ma non li conosco direttamente, non ci sono mai uscito, credo loro vita faccia parte della loro dimensione artistica. Io sono molto più hardcore sul beat che in real life.

 

Stilisticamente, mi sembri molto più vicino a Gemitaiz e Madman, due figure di transizione tra la vecchia e la nuova scuola capitolina.

Sono i due rapper dai quali ho preso maggior ispirazione. Loro spaccano, sono molto credibile perché sono fra i massimi esponenti del nuovo rap tecnico. Come loro, rientro in quella categoria di rapper che "può permettersi di dire quello che vuole perchè lo dice bene". In particolare, Dai 12 ai 18, ho ascoltato assiduamente Gemitaiz. Lo ascolto ancora oggi ma, ripeto: tutti i giorni per sei fottutissimi anni. Magari adesso non è il momento ma un giorno un feat...

 

Massì dai, prima o poi capiterà, chiudiamola così allora, featuring dei sogni?

Li vedi i miei capelli? Farei carte false per un feat con Eminem.

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L'articolo Il Tre: "Sono molto più hardcore sul beat che nella vita" di Marco Beltramelli è apparso su Rockit.it il 10/01/2020 11:00

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