Marlene Kuntz - Trezzo Sull'Adda, 17-02-2006 Intervista

28/02/2006 di Manuel 'Blixa' Lieta

Manuel Lieta si fa chiamare Blixa, ed è il cantante degli Stardog, apprezzabile band milanese dedita ad un rock dalle venature dark ed emozionali. Ha un taglio di capelli teutonico, veste come un krautrocker e gli piace scrivere scegliendo una varietà di lingua decisamente ricercata. Semplicemente, adora il decadentismo, Nick Cave, gli Einsturzende Neubaten. E - ci capirete - altrettanto semplicemente era la persona più adatta per intervistare Cristiano Godano, il cantante dei Marlene Kuntz, al momento impegnati in giro per l'Italia con il loro "S-low Tour", un concerto nel quale eseguono solo e soltanto i pezzi lenti del loro repertorio. La location è il Live Club di Trezzo Sull'Adda. Il microfono è acceso e il cuore batte. Blixa intervista Cristiano Godano, "poeta preciso".



Andare S-Low. Ribassarsi lentamente. Allentarsi adagio. Dinamizzare in rallentate implosioni, per poi evolvere in contenute esplosioni. Un esperimento che rischia, magari, di non risultare pienamente riuscito. Che soddisfa palati cui è richiesta doverosa voglia di ascoltare, non chi si aspetta rassicuranti fragori sonici. Ma che regala preziose gemme, per quanto non si osi più di quanto forse si potrebbe.

Un concerto “s-low”, basato sulle canzoni più lente e intime del loro repertorio. Questa la performance che i Marlene Kuntz hanno offerto al pubblico del Live Club di Trezzo d’Adda lo scorso venerdì 17 febbraio. “Non dunque il tuono e la tempesta dei grossi assalti distorti, ma l’inquietudine tersa di note sospese nel vuoto dell’apnea e sul respiro del pubblico”, recita il comunicato di presentazione del concerto. Ne parlo, seduto a un tavolino del locale, poco dopo la fine delle prove, con Cristiano Godano, che ufficialmente sto intervistando, ma con cui in realtà scambio quattro piacevoli chiacchiere, tra un cazzeggiato relax e il serioso atto di giornalismo.

Quella sera sono lì anche per mettere i dischi. Mettere i dischi per un gruppo che è qualcosa di più del tuo gruppo preferito. E intervistare il cantante di quel gruppo. Sentire assonanza di vedute nel guardare alle cose, ottenendone puntuale conferma quando capita che il tempo (che fotte perdio!, lo si sa!) regali fugaci attimi perché ci si scambi opinioni. Una responsabilità, e un'emozione. Un brivido trattenuto, e un onorevole onere. Un magnifico onere, rettifico.

Che cosa vi ha spinto a pensare e realizzare questo tour?
Fare una serie di concerti di questo tipo, concentrata sulla parte più riflessiva, introspettiva e intimista del nostro repertorio, era una cosa che mi e ci girava in testa da un sacco di tempo. L'obiettivo era consentire a queste canzoni, più introverse e meno fragorose, di essere eseguite con maggiore respiro, permettendoci di lavorare sullo sviluppo delle loro dinamiche in un concerto che non avesse paura di dosare la loro presenza (che invece, nei nostri spettacoli per così dire tradizionali, è per forza di cose collocata in base a scelte strategiche di alternanza con i momenti più vigorosi e potenti della nostra musica). Tutto questo senza trascurare la convinzione che abbiamo, e cioè quella di fare in questo modo felice una buona parte del nostro pubblico, quella magari più creativa e attenta, desiderosa di assistere (tanto quanto noi di proporre) a un concerto dei Marlene Kuntz in un modo più meditato piuttosto che istintivo e diretto.

Questa scelta ha comportato un diverso arrangiamento delle canzoni?
In realtà no, fatta eccezione per alcuni episodi come “Lieve” e, in misura minore, “Come Stavamo Ieri” o “Schiele, Lei e Me”. Piuttosto, ci ha permesso di ritornare a suonare pezzi che erano diversi anni che dal vivo non proponevamo. I pezzi sono stati quasi tutti suonati lavorando sulla loro dinamica, piuttosto che su nuovi arrangiamenti, rallentando magari le ritmiche, piuttosto che stravolgere i pezzi.

Tutto questo reso ancora più interessante dal fatto che sul palco siete solo in quattro, mentre nella precedente tournée suonava con voi le tastiere Rob Ellis…
Già, purtroppo per questi concerti Rob era bloccato da altri impegni a Londra e non ci ha potuto seguire, per cui siamo in una formazione più scarna, ma non per questo meno adatta al tipo di sensazione che la nostra musica intende proporre in questi live.

Mi incuriosisce chiederti di questa nuova collaborazione con Skin… Ho letto da qualche parte che è stata una cosa imprevista e improvvisa…
Sì, è stata una cosa molto intensa e repentina. Noi eravamo nel pieno delle prove della nostra tournée per l’ultimo disco “Bianco Sporco”, e un giovedì mi è arrivata una sua mail che ci chiedeva di presentarci l’indomani a Londra per scrivere ex novo due pezzi con lei. Noi eravamo galvanizzati dall’idea, ma anche intimoriti dal fatto di dover scrivere, registrare e produrre così di getto due canzoni, senza nemmeno avere un’idea di base del tipo di musica su cui lavorare. Ci siamo comunque precipitati e abbiamo cominciato a suonare insieme, in presa diretta, senza preoccuparci di limare il tutto. Lei è una presenza molto potente e ne sono uscite due buone cose, davvero ganze! E’ stata un’esperienza molto stimolante, e Skin è un’amica, per cui la cosa ci ha fatto ovviamente molto piacere.

La voce piana e bassa. La barba incolta e un elegante completo nero che di lì a poco lascerà spazio sul palco a una sfavillante camicia rossa. Cristiano pare una versione elegante di uno dei Liars (uno dei dischi, e a ragione!, che gli è piaciuto di più, e che mandano poco prima di salire sul palco) in procinto di entrare nella line up dei Bad Seeds. Gli chiedo di esprimersi sulla frase di un artista per cui, nel mio piccolo, nutro tanto quanto lui estrema ammirazione.

Nick Cave disse, qualche tempo fa, di aver cominciato da qualche anno a dedicarsi alla musica con la precisione di un impiegato, lavorando otto ore al giorno nel suo ufficio, e che questo giova alla creazione. Conoscendo la tua stima per lui, tu come ti poni di fronte a questo atteggiamento?
Sarebbe un discorso piuttosto lungo. Tieni conto intanto che in questa frase ravviso anche una componente un po’ provocatoria: a Nick Cave piace parecchio dire cose che non gustano al suo potenziale pubblico. Detto questo, Cave è un uomo con una famiglia, e una persona ormai adulta. Semplicemente ha intuito che per la sua ispirazione questo è il modo giusto di lavorare, tanto è vero che negli ultimi anni è stato estremamente prolifico e ha prodotto molta musica, alcuna poi perfezionata meglio, altra meno, ma in ogni caso tutta di elevata qualità, anche se questo non piace a chi si abitua all’idea che l’artista debba comporre per forza in uno stato di alterazione o con componenti di autodistruttività. Sarebbe assurdo pretendere che egli dovesse creare ancora in condizioni di tossicità. Tutto questo è ormai un luogo comune da sfatare. L’idea invece che la creazione artistica e il processo creativo necessitino di certosino metodo, precisione e applicazione, svolti con amorevole cura, quasi con spirito artigianale, mi trova assolutamente d’accordo. Del resto, anche il più inesperto dei gruppi musicali nel momento in cui va a registrare un disco, quando una take non lo soddisfa la risuona, perché giustamente si vuole arrivare a un risultato buono. Aggiungo questa cosa: io amo molto i libri in cui gli scrittori e gli artisti in genere raccontano il loro modo di lavorare, e c’è un libro molto interessante sul tema, che cito spesso quando mi chiedono di spiegare il modo in cui scrivo i testi per i Marlene, di Henry Miller, uscito in Italia per i tipi della Minimum Fax, in cui lui, che per il pubblico ha fama di artista dissoluto e appunto autodistruttivo, spiega invece che aveva un decalogo comportamentale rigidamente tassativo che si imponeva di seguire nel momento in cui si accingeva a scrivere. Un vero e proprio metodo di lavoro, sistematico e dettagliato. E questo è decisamente indicativo, oltre che interessante.

A questo punto mi verrebbe da citargli un pezzo del testo di “Laura”, da “Senza Peso”, in cui si parla appunto della “precisione del poeta che non sbaglia mai”… ma glisso.

Sempre a proposito di Nick Cave, so che in passato avete lavorato insieme alla traduzione di alcuni testi dei Marlene Kuntz in inglese. Lessi che non ne eri rimasto molto soddisfatto.
No, no…Questa è una cosa che era stata un po’ travisata! Che Nick Cave abbia lavorato con me ad alcuni dei miei testi è stata come la realizzazione di un sogno, e qualcosa che non potrei certo mai permettermi di discutere!. Quello che non mi soddisfò fu invece come la mia pronuncia inglese, e il mio modo di cantare quei testi, che in italiano imponevano anche un’espressività magari particolarmente sofferente, in inglese invece ne risultassero indeboliti, e meno efficaci. Io sono lì a cantare “Chili di silenzio per inaugurare un nuovo gioco”, parole che vogliono avere una loro forza, e di sicuro non volevo che ne uscisse una cosa simile a quanto accade quando i cantanti inglesi cantano in italiano, metti come quando Mal cantava “Furia Cavallo Del West”... Di certo non si trattava di una insoddisfazione per il lavoro di traduzione, cui tra l’altro avevamo partecipato insieme.

Un’ultima cosa, appunto, a proposito del tuo modo di comporre i testi delle vostre canzoni.
La precisione. La poesia, e lo scrivere, hanno bisogno della precisione, e del lavoro attento.

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