Il Triangolo - Iniziavamo a odiare gli anni '60 Intervista

Gli anni '60 gli stanno un po' stretti e per il nuovo disco Il Triangolo guarda oltreoceano, alle società precoloniali. L'intervista di Alessandra De Ascentiis.Gli anni '60 gli stanno un po' stretti e per il nuovo disco Il Triangolo guarda oltreoceano, alle società precoloniali. L'intervista di Alessandra De Ascentiis.
19/05/2014 di

Hanno lavorato con più consapevolezza, vestendo i brani uno ad uno con tutte le suggestioni che "Un'America" contiene: la religione, l'architettura, le popolazioni selvagge che si sono occidentalizzate e quelle nomadi che invece si sono adattate alla loro maniera. E infine l'amore e tutto ciò che siamo disposti a fare per amore. E non dimenticano gli anni '60, anche se gli stanno un po' stretti. L'intervista di Alessandra De Ascentiis.

Che avete fatto in questo periodo dopo l'album d'esordio?
Marco: Dunque, l'album d'esordio è arrivato non dico a sorpresa però quasi. Abbiamo fatto il primo disco dopo aver vinto questo concorso con la Ghost Records e così, da musicisti della provincia di Luino, siamo sbarcati a Milano su un palco vero e proprio. Dopodiché abbiamo fatto un tour un po' discontinuo nel senso di non troppo uniforme, è andato bene in estate e poi nella parte invernale è un po' calato. Non ci siamo mai fermati nello scrivere canzoni, infatti prima di arrivare a questo secondo disco ne avevamo una quindicina, un bel malloppo. Prima di fare il disco abbiamo passato diverse fasi, sperimentando le canzoni anche in versione più folk. Volevamo capire come fare il disco, perché comunque sì, beat e sixties va bene, però ci piace spaziare e ci affascinano le band che riescono a trovare direzioni diverse. Quindi è quello che abbiamo provato a fare.
Thomas: Sì, diciamo che probabilmente rispetto al primo disco c'è stata una differenza sostanziale di approccio, al di là di quello che poi è il risultato finale. Il primo disco ci siamo trovati a registrarlo dal niente, avevamo dieci canzoni, siamo arrivati in studio con quelle e abbiamo fatto il disco, che infatti si chiama “Tutte le canzoni”. Invece in questo disco è stato proprio l'opposto, c'era un sacco di materiale, le canzoni che avevamo erano il doppio di quelle che sono state scelte. Addirittura c'è stata una prima fase di scrematura in fase di preproduzione e l'ultimo pezzo che abbiamo deciso di non mettere è stato tolto in fase di mix. Il fatto di avere un sacco di materiale da cui partire ed elaborarlo un po' alla volta è completamente diverso da come abbiamo iniziato. Poi su quel materiale avevamo fatto una serie di esperimenti che andavano dall'acustico al folk al beat e al rock. Abbiamo provato varie versioni delle canzoni, fino a trovare quella che ci convinceva.

Un bel lavoro corposo...
Marco: Sì, è durato parecchi mesi, tutto assieme a Sergio Maggioni (Ghost Records, nda) che aveva prodotto anche il primo disco. All'epoca di “Tutte le Canzoni” ci ha presentati Brezzi (sempre Ghost Records) però non c'era ancora feeling, nel senso che non ci conoscevamo. Invece per questo disco abbiamo lavorato con lui già da mesi prima, iniziando da “Avanti”.
Thomas: Sì, questa volta abbiamo deciso autonomamente di chiamarlo per la produzione. La prima volta che siamo andati da lui per ascoltare il materiale avevamo questa serie di canzoni. Ci siamo seduti con lo stereo a casa sua, le abbiamo ascoltate tutte e abbiamo detto: “Ok, a questo punto dove vogliamo andare? Qual è la direzione che vogliamo prendere?” E sono state prese in considerazione varie ipotesi. Dopodiché Marco ha iniziato a lavorare insieme a Maggioni su quella che è la parte più di scrittura della canzone: il testo, la melodia, il giro di accordi e la struttura. Quando poi ogni canzone era completa a livello armonico, melodico e di testo abbiamo iniziato a lavorare sugli arrangiamenti, sui suoni e su tutta quella che è la sovrastruttura della canzone. È stato un lavoro graduale, come la costruzione di un palazzo dalle fondamenta. Prima la canzone nuda, chitarra e voce, e poi si costruisce attorno il resto.

Il titolo dell'album è “Un'America”, che rimanda un po' a questo immaginario di El Dorado. Come è nata la title track?
Marco: La canzone non è altro che un grosso quadro, volevo disegnare questo mondo. L'America è l'ultima delle terre che sono state scoperte e che hanno fatto questo passaggio da selvagge e pure a tutto l'opposto, occidentalizzate e sovraurbanizzate. Siccome l'album riprende queste tematiche contrastanti della città e della natura selvaggia, delle spiagge e dei paesaggi puri, l'America rappresentava un'idea totale di queste tematiche. In questo i libri di Garcia Marquez mi hanno influenzato molto: quando penso a un'America mi viene in mente questo mix tra ciò che esisteva prima della colonizzazione e follia magica. E un'America parla di quelle cose lì.



Ascoltandola ci sono elementi cattolici ed elementi totalmente naturali che si mischiano.
Marco: Mi piace pensare a quando gli spagnoli sono arrivati lì e non c'era nulla. Hanno piazzato in questa natura selvaggia delle chiese. Non lo so, magari non sarà vero ma mi piace immaginare questa cosa.
Thomas: Tutto questo perché lui non è battezzato e allora ha questa ossessione per la Chiesa... almeno questa è la mia teoria (ride).

Dove sono finiti gli anni '60?
Marco: Ti dirò la verità, questa cosa degli anni '60 su cui poi tutti hanno calcato la mano è data da quella che è probabilmente la canzone più conosciuta, “Nessuna pietà per quelli che odiano gli anni '60”. Il beat è un mondo che ci affascinava molto allora, ma in realtà lo possiamo ritrovare ancora nel nuovo disco. C'è “Martedì di settembre” e “La Playa” che sono molto affini a quello stile. Ecco, “La Playa” forse era un pezzo beat all'inizio. Poi noi gli abbiamo messo sopra una produzione sporca e decisa, quindi questo beat si è un attimo cancellato. Secondo me il disco è diviso a metà come tipologia di canzoni: metà rimangono sullo stile del primo disco, anche se dal punto di vista della produzione le abbiamo virate, mentre l'altra metà, come “Un'America” e “Icaro” si distaccano abbastanza.
Thomas: Ci siamo spostati da '62 al '66. Da “Love Me Do” a “Sgt. Peppers”.

Quindi questa identificazione vi stava stretta?
Marco: Sì, forse perché è stata anche molto calcata dalle recensioni. È stata una specie di ribellione, anche perché per divertirci quando suoniamo dal vivo dobbiamo fare cose diverse. Abbiamo sempre suonato cose diverse, arriviamo dal punk, dal post-punk, dove questi suoni cattivi sono presenti. Quindi è inevitabile che prima o poi ci ritorniamo, sono cose che ci sono sempre piaciute anche se nel primo disco non le abbiamo trattate perché era un periodo in cui ci affascinava altro. Però prima o poi dovevano tornare. E sono tornate adesso.
Thomas: Diciamo che non è stata neanche la cosa “vogliamo fare un disco lontano dal precedente”.
Marco: Non è lontano perché ce lo siamo messi in testa a caso, ma perché ci piace l'idea di andare un po' oltre quello che è stato fatto, perché ripetersi per certi versi è più semplice ma è meno stimolante. È proprio una questione di divertimento nel suonare. Dici ok, questa cosa l'abbiamo fatta e ci è venuta bene o male, è discutibile. Però è una cosa che abbiamo fatto. Proviamo ad andare oltre e a creare qualcosa di nuovo. Che poi alla fine il nucleo della canzone, chitarra e voce e melodia non è che sia stravolta completamente, non abbiamo fatto un disco punk. È comunque molto melodica, funziona anche con la chitarra acustica infatti.

Cosa avete ascoltato e vi ha ispirato nel periodo tra primo e secondo disco?
Thomas: Abbiamo continuato ad ascoltare in maniera metodica Battisti, anche le cose più sperimentali, difficili ed elaborate Poi ci sono anche gli ascolti stranieri, tipo Black Keys.
Marco: Sì anche Jack White, Savages... quello che ascoltano un po' tutti. Non siamo quelli che vanno a cercare la band sconosciuta, abbiamo ascolti abbastanza normali (ride).
Thomas: Logicamente quello che ci piace e che ascoltiamo ci influenza. Se mentre stai scrivendo una canzone impazzisci per i Black Keys o per i Daft Punk, non stai copiando, però in qualche modo lascia lo strascico.



E tra i dischi pubblicati in Italia quest'anno?
Marco: Io ho ascoltato il disco di Brunori e mi è piaciuto. Cioè mi ha fatto ridere, mi piace perché in confronto agli altri mi diverte. Secondo me da qui viene fuori la sua personalità, perché prima c'era contrasto tra il suo modo di fare e i suoi testi tristissimi, malinconici. 'Sti poveri cristi di cui raccontava, che anche se la melodia era allegra c'erano queste storie strazianti. Adesso invece secondo me fa un po' più ridere, cioè quasi un Elio e Le Storie Tese.
Thomas: io ho ascoltato in questi giorni il nuovo album di Carnesi e mi è piaciuto molto.

Avete già tirato fuori il tema della religione. C'è una canzone nell'album, “Avanti”, interamente dedicata al cattolicesimo. C'è un motivo particolare o è solo una questione di suggestioni? È una cosa estetica o spirituale?
Marco: "Avanti" parla di santi e di chiesa perché il testo della canzone parla di due amanti che devono vivere il loro amore di nascosto: dalla società, dalla chiesa e dal giudizio di tutti. In quel caso parlo della chiesa per questo motivo. Comunque è una cosa che inconsciamente mi ha sempre affascinato, non so perché. È un po' estetica ma è anche un po' una mia curiosità, forse perché non ne so poi così tanto.
Thomas: Probabilmente ti affascina l'estetica della chiesa. Gli edifici, i vestiti.
Marco: magari sì. Io tra l'altro sono architetto quindi mi affascina anche quell'aspetto. Mi sono laureato pochi mesi fa, ci tengo a dirlo. (Ride)

I testi sono diventati molto più difficili da capire. In tutte le canzoni del primo disco era molto più immediato capire i temi, qui mi sembra che la scrittura sia diventata molto più ermetica.
Marco: Sicuramente si adatta di più al sound che c'è in questo disco. Sono due cose collegate: il cambio di direzione dei testi e quello della musica. Mi aveva un po' stufato scrivere quelle cose, forse in ritorno a quello che scrivevo prima, non lo so. Con la band prima intendo. (guarda Thomas)
Thomas: Chiedi a me perché scrivi i testi così?! (ride)
Marco: Questo è un mio modo di scrivere che avevo anche prima. Per immagini. Il fatto che non si capisca mi piace, sei più libero di interpretarlo.
Thomas: In realtà in tutte quelle canzoni che non abbiamo scelto per il disco c'erano anche dei testi più semplici, nel senso che raccontavano una storia con i canoni del cantautorato classico. Una storia con un inizio e una fine. Si è fatto un po' e un po' in questi mesi.

”Varsavia” è il mio pezzo preferito. È dedicata a qualcuno?
Marco: È una storia realmente accaduta. La mia ragazza ha lavorato come hostess di volo e mi ha raccontato che un giorno tornando da Varsavia il pilota aveva avuto una storia d'amore con una ragazza di Varsavia che aveva conosciuto sull'aereo. E le volte che è tornato a Varsavia lo ha fatto per amore. È la storia di due persone che si amano a distanza senza parlare la stessa lingua, senza conoscere nulla l'uno dell'altra, e che anche senza capirsi riescono a costruire un amore.
Thomas: Non ho mai capito come hanno fatto a conoscersi se lui stava pilotando (ride).
Marco: è il 2014, Thomas! Metti il pilota automatico e via. Scherzo, era uno di quei piccoli aerei privati da 5 o 6 persone, è inevitabile che si conosca il pilota.

”Oradada” mi ha fatto pensare all'immaginario di Kusturica.
Marco: Sì, non è strettamente ispirata a lui ma anche quella è una cosa che mi ha sempre affascinato, i rom, i popoli che non sono strettamente occidentali. È tutto connesso, anche con “Icaro”: uno straniero che noi vediamo come un Icaro ma non è più un mito, è una persona normale. In questa canzone viene fuori il contrasto tra la città e questi popoli, che non c'entrano nulla con gli spazi urbani ma che si sono adattati in modi improbabili.

A cose fatte vi ritenete soddisfatti?
Thomas: io sono molto soddisfatto del disco. Il primo è stato più vissuto nell'inconsapevolezza del lavoro.
Marco: il primo l'abbiamo ascoltato e abbiamo detto: “ah, quindi è venuto così il disco?” (ride).
Thomas: per “Un'America” invece abbiamo ascoltato ogni cosa anche del mixing dicendo proviamo così, proviamo cosà. Abbiamo lavorato su tutto in modo consapevole. Probabilmente anche questo in qualche modo ce lo ha fatto assorbire di più.

E il tour? Per la preparazione del live come vi organizzate?
Thomas: abbiamo fatto sei ore di prove al Magnolia ieri. (ride)
Marco: Sì, i live non sono più autogestiti come l'altro tour. Ora c'è tutta la scelta della scaletta, i brani da mettere e quelli da non mettere. Poi facciamo le prove con quelli di Godzilla, Ricardo (Fischmann) e con Poncho (Andrea Pontiroli, nda), che ti cambiano il tiro. Speriamo. Ce lo direte voi al MI AMI insomma (ride).

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