Nel turbine emotivo di Joe D.

Gli piace definirla "nu-troposofia musicale" in riferimento al crossover di generi; "un trasmutare continuo che trasforma il veleno in medicina": le canzoni dell'artista e attore sardo sono l'occasione per ascoltarsi. Dal passato da metallaro all'ultimo disco "Stige": chi è Giuseppe Farci

Joe D.
Joe D.

Giuseppe Farci, in arte Joe D., nasce a Carbonia nel 1992, nel sud della Sardegna. Oltre alla musica, studia recitazione con Maurizio Pulina, in un laboratorio aperto grazie allo Spazio-T, associazione culturale sarda. "Diciamo che mi sono formato direttamente in sala prove e passando esageratamente tanto tempo da solo – racconta all'inizio di quest'intervista – le uniche cose che avevo da piccolo erano il crogiolarmi in un mondo di fantasia per giocare, ma la cosa che facevo era musicare istintivamente ciò che mi immaginavo. Sì, lo so, parecchio psycho", sorride. Lo incontriamo. Ci avvisa: "Scusate anticipo per il mio solito caos espressivo: non è che giro intorno alla cose; prendo soltanto strade lunghe per arrivare al punto e godermi un po' il panorama dentro la mia testa".

Quando hai cominciato a suonare?

Ufficialmente sono entrato in sala prove durante l'adolescenza, trascinato da altri amici di vecchia data con la stessa passione; ai tempi eravamo tutti incazzati neri: le strade erano destinate alle urla, all'hardcore punk, al metal puro, ma ci è sempre piaciuto ascoltare di tutto. Era facile passare dagli Obituary ai Negramaro, ad esempio. Insomma dai 16 anni in poi la mia vita è stata la sala prove e i live; la scuola mi annoiava, ad eccezione delle lezioni di storia e qualche altra materia umanistica.  

Con chi collabori?

Non lavoro con tante persone: gestisco quasi tutto da solo ed è una gran fatica, perché do tutto per scrivere i brani. E quando arrivo a fare cose di questo tipo – farmi da manager, ufficio stampa ed altro – sono già a corto di energie. Fortunatamente ho comunque tanti amici che credono in me (e io credo in loro). In particolare, Manuel Cau con cui ho realizzato la copertina di Stige; E5ION con cui ho scritto i brani; Dottor Mitch che è sempre pronto a darmi un parere artistico su quello che sto scrivendo; ma anche tanti altri: alcuni ragazzi dei Quercia (come Luca Fois o Cristiano Aru) mi hanno dato un contributo importante per idee e brainstorming insieme a Mattia Tidu, in arte Mattsh. Poi, tra le conoscenze recenti ci sono Roberto Macis e Francesco Comendador, che hanno capito i miei vaneggi e in fase di registrazione mix e master hanno saputo far parlare Stige, e, soprattutto, il sottoscritto.

Come definiresti la tua musica?

Mi piace definirla "nu-troposofia musicale": un nome ironico, che si riferisce al crossover fra generi. Tutto quello che ascolto è linfa che mi permette di aprire le porte dell’espressione. Per contemplarmi. Dico sempre che la musica è uno strumento importantissimo di self-care: un modo per osservare qualcosa che altrimenti nemmeno sentiresti. Il mio motto è diventato: "Trasforma il veleno in medicina". Mi viene da definire quello che faccio un "trasmutare" continuo. Gli ingredienti sono le varie influenze artistiche (libri, musica, film, eccetera) che mischio di volta in volta, in un turbine emotivo, che sono poi le canzoni.

Un esempio?

Basti guardare Io senza Me (in cui ero in bolla depressiva) e Stige, dove, con una sorta di rabbia, ma senza urlare, reagisco. Non so se sono stato fuorviante o meno, quello che intendo è che non sono un trapper; non sono un rocker; un noir singer amante dei colori cupi con il cinismo necessario per rendere il tutto agrodolce. Se fossimo in cucina, starei cercando di creare delle ricette per saziarmi, portando chi ascolta alla contemplazione che gli serve. Insomma, non si tratta della situazione: "Hey, guardami suonare", ma: "Hey ascoltiamoci un attimo".

Quali sono i tuoi ascolti, a chi ti ispiri?

Ascolto i Korn; mi piace qualche nome della scena italiana, come Motta; Salmo (indubbiamente), ma ascolto di tutto: dalla trap all’hardcore punk, ma anche artisti molto indie. Credo non ci sia genere in cui non riesca a trovare qualcosa che mi piace, che sia techno, che sia pop, che sia musica classica. Credo che mettendo mettendo play alla mia musica questo caos difficile da amalgamare si percepisca bene. Ultimamente sto ascoltando un podcast su Allan Poe, L’angelo del bizzarro: un titolo, un’allegoria divertente, che in qualche modo definisce anche quello che sono e quello che faccio.

Che storia racconti in Stige, il tuo ultimo disco?

Intanto, l'album prende il nome dal famoso fiume infernale (che forma la palude Stigia). Persona è il protagonista della storia – ci sarà un filone visivo in cui reciterò le sue vesti: un individuo condannato a rivivere in eterno in un mondo di perenne discordia. Persona viene cacciato dallo Stige perché è riuscito a vincere una serie di sfide, ma Crono mette una pulce nell’orecchio ai "ministri infernali", che metaforicamente sono le dinamiche di "ostacoli e demoni" che chiunque deve imparare a saltare, per andare avanti (noi membri della Soka Gakkai ne parliamo spesso). I "ministri infernali" dicono a Persona che deve rivivere l'inferno emotivo per tutti: la versione visiva di Stige sarà, infatti, vedere Persona integrarsi nell’emotività di alcuni personaggi, di cui per ora, non posso dirvi nulla. Vedetela come un videogioco.

In una frase, qual è il significato complessivo di Stige?

In una frase Stige significa: "Trasforma il veleno in medicina, ma per farlo, devi berlo, nuotarci, accorgerti che c’è e generare un moto a vivere, di nuovo". Anneghiamo in testa perché in apnea nell’apatia. Ci sono molte filosofie del guadagno che portano ad essere freddi e tante altre cose che serve tempo per districare: in Stige e attraverso Persona ritroviamo tutto questo; come se stessi parlando a chi mette la polvere sotto al tappeto spacciando quest'operazione per pulizia. Voglio dire: se tieni accesa una pentola a pressione, prima o poi implodi o esplodi. Gli impulsi repressi e oppressi in noi sono autodistruttivi, per raggiungere chissà cosa, poi.

Quanto cinismo! Come mai?

Ci sta sognare – Baricco scrive in Oceano Mare: "Ognuno di noi ha bisogno di sogni per vivere". Ma, ecco, ad oggi troppe cose ci portano a fare incubi che inzuccheriamo per bene, e che allontaniamo; evitiamo di vedere, e non facciamo nulla per cambiare le cose. C'è molta anti ignavia e omertà verso noi stessi, secondo me.

Cosa provi quando suoni live?

Innanzitutto, la sensazione di pace una volta finito. Ho una visione romantica della cosa: per me suonare dal vivo la mia musica è sempre stato come fare l’amore. Una specie di nozze chimiche con chi sta intorno a me, e con ciò che vivevo dentro di me. Quando suono faccio "sfiatare la vita", mi decomprimo. La sensazione è sempre stata orgasmica, ma senza darlo troppo a vedere. Mi viene da ridere, vaneggio il piacere così, molto buffo, ma Joe D. è anche questo.

Come immagini il tuo futuro?

Se questo diventasse un lavoro, vorrei stabilizzarmi: ho trent’anni e vorrei mettere basi solide, anziché passare da contratti lavorativi di durata molto imbarazzante, tra proroghe e cose varie. Sono lavori che faccio solo e soltanto per pagarmi la musica, non ho una ragazza da tanto tempo perché tutto questo è come se lo fosse: dormo, mi sveglio, mi lavo il viso, prendo il caffè e scrivo cose che immagino; lavoro per finanziarne la realizzazione. Studio recitazione – scrivo monologhi – e mi sto muovendo per portare Stige ad avere un risvolto concreto anche da questo punto di vista. Musica e recitazione: questi sono i piani per il mio futuro.

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L'articolo Nel turbine emotivo di Joe D. di Redazione è apparso su Rockit.it il 2022-09-27 15:00:00

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