"Ciao sono Giovanni Rana e questa è la sfoglia dei miei nuovi tortelli". Là dove tutti si limiterebbero a un pleonastico "sa-sa-sa-prova", Tutti Fenomeni è già andato oltre. È questa la sua prova microfono prima di iniziare l'intervista, insomma tutto in discesa.
Vero, il terzo disco di Giorgio Quarzo Guarascio, Lunedì, uscito oggi per 42 Records, segna un profondo solco nella sua discografia, già giunta al terzo capitolo, alla faccia di chi lo pensava solo un freak sbucato chissà come dai meandri di SoundCloud. Ma è altrettanto vero che non è cambiato lui, che rimane indecifrabile, che non ha alcuna intenzione di abdicare al suo ruolo di sfinge di Monteverde, che continua a invecchiare ringiovanendo e viceversa.
Lo testimonia questo nuovo disco di 10 tracce, tutte prodotte da Giorgio Poi, dopo il lungo sodalizio con Contessa. Ci sono temi, figure e personaggi classici di Tutti Fenomeni, ma le canzone paiono più solide e meno sgretolate, sicuramente più cantate. Non mancano itpop, echi di battiato (molto, molto meno che in passato) o Rino Gaetano, ma si avverte forte la voglia di imboccare nuovi sentieri. Vanagloria e la bellissima, conclusiva, Love is not Enough, i due highlights del disco.
Mancava da tre anni, in mezzo ha pure recitato con Pietro Castellitto, lo sentiremo a MI AMI. Qua parliamo con lui. A meno che non sia davvero Giovanni Rana.
Come vive l’uscita di un disco un artista il cui debutto (Merce funebre, nda) è arrivato pochi giorni prima che chiudessero il pianeta per la pandemia di Covid19?
Sai che non ci avevo mai pensato in quei termini? Mi viene in mente un’altra cosa: quando il disco uscì, mancava un mese al primo concerto della mia vita. L’allora presidente Conte fece quel famoso decreto che chiusi tutti in casa e io, siccome avevo molta ansia per quel concerto, per un attimo pensai: “Che figata, posso rimandare, meno male!”. Ovviamente non pensavo che saremmo stati fermi un anno e mezzo. E che il primo tour sarebbe stato “il tour della vergogna”, quello con mascherine, distanziamento, gente seduta…
Tutto superato?
A questo punto forse no. Forse inconsciamente la ferita è stata più grande di quanto pensassi. Il fatto che il disco si chiami Lunedì, che per me è un giorno di rinascita, di un nuovo inizio, potrebbe essere legato a tutto quello che è successo. Il primo disco è stato troncato dal Covid, il secondo aveva dentro una poetica negativa di ciò che avevo vissuto, questo è quello con cui cerco di lasciarmi alle spalle tutto.
La grande novità di questo album è la produzione di Giorgio Poi.
Giorgio è una persona essenziale, un maestro, un amico. Dopo anni tra Londra, Berlino e Bologna, è tornato a Roma. Ci conoscevamo solo di vista: era venuto a qualche mio concerto, ci salutavamo e poco più. Un giorno eravamo nello stesso locale e io, che avevo interrotto da poco il rapporto con Contessa e che cercavo qualcuno con cui fare musica all’altezza, presi il coraggio e andai da lui. Gli chiesi se potevo fargli ascoltare delle cose. Ho scoperto che gli piaceva molto quello che facevo. Dovevamo fare un singolo, abbiamo fatto un disco. All’inizio ero molto prudente, poi col tempo mi sono aperto. Sono felice di averlo fatto: la mano di Giorgio ha dato al disco la serietà che volevo.
Cosa ti ha insegnato?
A cambiare metodo: prima lavorare sulle melodie e sull’armonia, poi sui testi, che sono sempre stati il centro gravitazionale attorno a cui ruotava tutta la mia musica. Non che ora lo siano di meno, ma hanno un ruolo diverso nel processo e arrivano in un momento diverso. Grazie a Giorgio ci ho messo la faccia (anche nella copertina del disco, nei primi due non c’ero: non è un caso). Questa volta ho fatto delle canzoni, sto dichiarando che sono un cantante. Magari mi schianterò contro un iceberg, ma non intendo più fare nascondermi dietro a me stesso.
Questo nuovo modo di lavorare ha cambiato anche la tua scrittura?
Di certo. Il mio “vecchio” modo di scrivere l’ho relegato tutto a un brano, La felicità del cane, l'unico in cui non canto io, ma lo faccio cantare a un bambino, mio nipote. È un testo parlato, dove ho sfogato il mio “bisogno di non fare musica”. Se c'è l’idea, posso continuare a non essere un cantante, ma per il resto volevo provare a giocarmela, fare canzoni di 3 minuti, fare il cantante, andare alla radio, venire a Milano a fare interviste e dire le mie cazzate. In questo Giorgio è stato molto prezioso, perché mi ha fatto capire anche i miei limiti e mi ha fatto capire cosa avevo di unico, mi ha fatto capire quali sono le mie tonalità, quali sono il tipo di melodie su cui vado meglio. E poi –questo succedeva anche con Contessa – se avevo un dubbio su una parola, comunque stavo parlando con un cantautore stimato, di livello più alto del mio, ero in botte di ferro.
Qual è il brano in cui canti meglio?
Quello in cui mi sono impegnato di più è Col tuo nome: ho fatto anche lezioni di canto specifiche per quel pezzo. È quello in cui sono diverso, più nuovo. Sarà la colonna sonora di un film di Susanna Nicchiarelli. Quello in cui canto meglio, invece, è Mao: l’ho cantata in modo perfetto, senza bisogno di effetti.
Qual è il brano con la melodia migliore?
Direi sempre Col tuo nome. Ha un ritornello accelerato e disperato. In assoluto per me però il brano più bello del disco è Love Is Not Enough, l’ultimo. Insieme a La ragazza di Vittorio, il primo, potrebbe invecchiare bene e restare importante nella mia carriera.
Chiudiamo con l’arrangiamento migliore?
La ragazza di Vittorio.
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Ho letto in un’intervista che hai detto “se il rap è per bambini e la canzone d’autore per grandi io voglio stare nel mezzo”. Pentito o rivendichi?
In realtà smentisco. Non me la ricordo questa cosa. Però iin un certo senso, il rap è davvero per bambini, la filastrocca. E io attingo ancora tantissimo dal mio bambino, quindi dal rap. Il disco fa un passo avanti: coabitano in me il bambino e il vecchio, che lottano contro il me trentenne che vuole affermarsi. L’arte sta proprio in quella lotta e al contempo in quel sodalizio.
A modo tuo canti sempre d’amore. Che cos’è l’amore per te?
È la paura di perdere. Purtroppo. Ma è anche qualcosa che basta. L’amore mi basta, non voglio altro.
Parli parecchio anche di cocaina. Perché?
È una parola che non si può dire, in qualche modo citarla mi è servita e mi serve per emergere. Come il bambino che bestemmia: è un modo per farsi notare. Nella vita è qualcosa che fa male, e da cui cercare di stare lontano.
Cos’è invece il fascismo per te?
È qualcosa di storicamente datato, ma inquietantemente attuale. Torna sotto altre forme: il cellulare, l’intelligenza artificiale. Cambia forma, ma è attualissimo, per questo mi interessa.
Su Domani c'è un pezzo di Carlo Antonelli dove a un certo punto appare la definizione di “falla nel maschio italiano”?
È una bella definizione. Se lo dice Carlo Antonelli mi fido. In generale mi sento fortunato perché, chi parla di me, anche chi mi critica, lo fa solitamente da una prospettiva intelligente. Nessun coglione si è mai preso la briga di ascoltarmi, quindi alla fine sono contento anche delle critiche: mi hanno ascoltato persone che avevano qualcosa da dire.
Galliani e Berlusconi, Mao Tse Tung, D’Annunzio e Montale. Solo in questo disco. Perché nei tuoi testi compaiono spesso personaggi celebri?
È una cosa rap: come i rapper citano Gucci, Prada o Lamborghini, io cito Dostoevskij, Carmelo Bene, Berlusconi. È il mio flex. Li uso come dei brand. In questo caso sono figure più eterne che attuali.
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Ti accolli il rischio di passare per citazionista.
Sì. Ma il disco ideale, quello che non riuscirò mai a fare, sarebbe un disco essenziale, elegante, che non ha bisogno di citare nulla. Le citazioni sono un po’ degli appigli: a volte non so bene cosa dire e mi aggrappo a quelle.
Ti senti un po’ impostore?
Un po’ sì. Il talento va sprecato, ma fino a un certo punto. Da solo il talento non basta. Lunedì è per me anche un po’ un’opera di responsabilizzazione: rifarsi il letto, avere una routine, impegnarsi. Dovrei scrivere tutti i giorni, anche producendo pagine scadenti. Invece sono ancora molto estemporaneo, frammentato. So che cn un po’ più di impegno in più potrei essere molto più contento di quello che faccio.
Se dovessi assegnare a ogni tuo disco dei “genitori” artistici?
Per questo direi Battisti, perché ha indubbiamente alcune cose battistiane. E Ricky Farina, da cui ho preso molte frasi (andatevi a scoprire chi è, nel caso non lo conosciate).
Per il secondo disco, Privilegio raro, direi poeti russi morti o esiliati in Siberia, i nomi sceglieteli pure voi. E l’inno della Champions League: abbiamo rubato quelle note, distorte, e le abbiamo messe in un sacco di canzoni. Per Merce Funebre indubbiamente Chopin e Battiato.
Sarai al MI AMI numero venti. Felice?
Molto. Sono stato tre anni fa ed è stato molto bello. Iniziamo le prove a breve. In questo tour voglio fare davvero il cantante. Voglio che il palco non sia più un’ansia. Per farlo devo salirci su più volte di quante vado in bagno. Mi piacerebbe cambiare gli arrangiamenti dal vivo, non suonare i pezzi come nei dischi: odio chi dice “suona come il disco”, non mi pare affatto un complimento.
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L'articolo Tutti Fenomeni: "Ora sono diventato un cantante" di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 2026-01-23 19:24:00
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