Umberto Maria Giardini / intervista

Umberto Maria Giardini - Un passo indietro per guardare in avanti

Umberto Maria Giardini pubblica oggi il nuovo album "Forma Mentis": ce lo racconta qui, parlando anche del passato e presente della musica italiana.
22/02/2019 15:00

"Forma Mentis" è il nuovo album di Umberto Maria Giardini in uscita oggi per Ala Bianca Records/distr. Warner Music Italia: ce lo racconta in quest'intervista dove parla della sua ricerca sonora, di Sanremo e della scena musicale italiana, senza peli sulla lingua.

È da poco finito Sanremo: l’hai seguito? Hai apprezzato qualche canzone?
Sì, quest’anno essendo stato poco bene e quindi un po’ vincolato a casa sul divano, l’ho seguito e devo dire che per molti punti di vista mi è piaciuto anche moltissimo, perché di sicuro rispetto a tutte le edizioni passate c’è stato un enorme salto di qualità, anche se sono sempre da bocciare a mio avviso determinati teatrini tipici del festival; cioè bisognerebbe, come credo anche accadrà, scrollarsi di dosso questo manierismo un po’ bigotto all’italiana che prevede, ribadisco, certi teatrini, cose anche un po’ fuori luogo. Direi che con la maggior parte degli artisti, dei personaggi e dei progetti che sono stati invitati al festival c’è stato un enorme salto di qualità per quanto riguarda il livello sia della musica che dei testi, quindi al di là dei, come dire, i miei colleghi di lavoro, come Zen Circus e Motta, Daniele Silvestri, Paola Turci, e anche Ghemon e Mahmood, hanno dato una forte spinta di qualità al festival. Poi ci sono i nomi che secondo me non dovrebbero rappresentare l’attuale musica italiana e quindi non approdare al festival di Sanremo: non mi pare corretto fare i nomi, però certe cose sono ormai sorpassate e non riusciranno ad avere molto spazio nel mercato discografico, però a piccoli passi il festival di Sanremo sta cambiando e finalmente sta migliorando.

Cosa ricordi della tua partecipazione con “Nutriente” quasi vent’anni fa?
In realtà ricordo molto poco, sicuramente erano edizioni del festival molto diverse rispetto a oggi: innanzitutto non c’erano i social e quindi il rapporto era diverso, c’era solo il mezzo televisivo che poteva in qualche modo rendere giustizia al rapporto tra artista e pubblico, oggi è completamente differente, quindi parliamo davvero di due mondi diversi anche se sono passati appena 19 anni. Ricordo che comunque mi ero divertito, poi ho fatto scivolare tutto addosso perché mi sono occupato di un altro tipo di discografia.

Il tuo nuovo album si muove tra paesaggi sognanti e graffi esplosivi: come trovi l’equilibrio tra rock e poesia?
Non è un equilibrio che necessariamente cerco, è semplicemente metodo di lavoro: è il mio modo di scrivere, oramai credo considerevolmente riconoscibile, è il mio modo di lavorare quindi lo trovo senza particolare difficoltà. Cerco di coniugare, come è stato per “Forma Mentis” dove il suono si è indurito moltissimo, di far incastrare questi tasselli del puzzle, del prodotto finale, in maniera armoniosa e nel modo in cui so fare.

Nei tuoi testi sembra di essere costantantemente in un ipotetico altrove, con qualche sferzata alla realtà: dove trovi le parole?
Un elemento direi determinante della mia scrittura e molto spesso anche del discorso testing collegato alla musica dei brani è questo ingrediente fondamentale psichedelico: sono stato sempre un grande appassionato di musica folk, rock, metal, hard rock, ma la psichedelia è l’elemento essenziale per quello che scrivo, quindi anche i testi sono sempre molto visionari. Nei testi l’elemento psichedelico determina questo effetto post sogno che trasmetto, probabilmente a chi fa attenzione a quello che scrivo anche.

(foto di Nicola Santoro)

“Forma Mentis” è una risposta chiara a chi si lamenta della scomparsa delle chitarre nella musica contemporanea: ti senti un’eccezione in questo senso?
Diciamo che io quando scrivo e quando compongo fondamentalmente penso solo a me, non penso né al pubblico né agli altri, né al giudizio dei giornalisti e degli addetti ai lavori, sono molto egoista professionalmente parlando, quindi non è una risposta a niente e a nessuno. Era solo la voglia di riprendere un suono più rock che negli ultimi anni è scomparso perché l’indie ha fatto piazza pulita, cedendo addirittura posto ai fenomeni rap e trap, ma credo dal mio punto di vista che una chitarra, il suono di una batteria, la ricerca dell’equilibrazione del suono di un basso, credo che si debba mischiare tutto questo: ho voluto fare un passo indietro per guardare in avanti.

In “Di fiori e di burro” dici: “Guardaci noi poveri umani a digerire il rap”. Proprio non ti piace?
Non mi piace molto la matrice italiana, considero reali rapper che abbiano dignità e motivo di essere chiamati tali pochissimi. Purtroppo in Italia non c’è stata mai una cultura rap perché la nostra società è molto distante dalla giustificazione e dalla radice da dove parte il rap, motivazione per cui molti, e non tutti, non sanno la differenza tra il rap reale, proprio di concetto e poi anche di forma, e il rap che abbiamo in Italia. In Italia ormai siamo tutti rapper, anch’io posso fare il rap domani mattina se voglio e invece non è la realtà. Quindi non sono un grande fan, non sono così superficiale come l’ascoltatore medio e giovane soprattutto italiano. C’è molta superficialità tra il pubblico ma non è secondo me, è un dato di fatto, basta guardare negli occhi i giovani e ci si rende conto che non c’è più luce, e quindi il  mio distacco proprio da un punto di vista culturale dall’odierno rap, e sottolineo italiano, tricolore, è dato dal fatto che considero tutto molto fasullo, molto ridicolo, è semplicemente una moda legata ai tempi che viviamo. Basta vederlo anche nella musica indie, che nasce come musica alternativa e indipendente, ma ormai fondamentalmente non esiste più.

Ma quello più che un genere è (o è stata) un'attitudine.
È un’attitudine che c’era 15/20 anni fa, che partiva dagli Stati Uniti e si è diffusa in tutto il mondo, anche se francamente in Inghilterra molto meno, con un approccio che nasce dal fregarsene di avere un’etichetta, una major, e quindi pubblicarsi le cose da soli. Esplosero miliardi di gruppi negli Stati Uniti, in Australia, in Canada, e qualche cosa anche in Europa e Inghilterra, ma l’attitudine che c’era, il modo di pensare, ormai si è esaurito: oggi la parola indie non vuol dire più assolutissimamente nulla. C’è un minestrone, un calderone di generi senza senso, e il rap rientra secondo la mia visione in questo calderone, quindi tutto è rap, tutto è indie, tutto è niente. Da come lo spiego sembra un modo mio personale di vedere le cose, ma in realtà è un dato di fatto, io adesso lo racconto e forse nessuno ha il coraggio di dirlo però non è che ci vuole coraggio: la musica rap in Italia non esiste, anche io posso fare il rap domani mattina e questa è una sciocchezza. Invece far suonare le chitarre, far suonare una band con un’attitudine rock, hard rock, psichedelica, come sanno fare i Verdena, come sanno fare i Bud Spencer Blues Explosion, come sanno fare tante band, o meglio dire poche band, quella è un’attitudine che è riconoscibilissima, e tutte le band indie italiane non son capaci di far suonare le chitarre come i nomi che ad esempio ho citato. Anche mio figlio che ha 5 anni tra un po’ potrà fare una band indie ma per avere un’attitudine rock, conoscere i pedali, conoscere gli amplificatori, conoscere la differenza tra le frequenze, conoscere la tipologia di uno strumento, come suona e perché farlo suonare così, ci vogliono anni di lavoro e le nuove generazioni non hanno né tempo né attitudine di perdere tempo sugli strumenti, ecco perché le nuove generazioni purtroppo, ahimè, sono di livello inferiore rispetto a quelle che c’erano ad esempio negli anni novanta. Non sono io a dirlo, è un dato di fatto, è la realtà. 

Quanto c’è in te oggi degli anni novanta, come memoria, spirito e suoni?
Mi porto dietro un grosso bagaglio, tanta esperienza accumulata negli anni, tanta esperienza che mi sono andato anche a cercare ecco, non è che necessariamente ti cade addosso come la pioggia. Tanti bei ricordi anche che poi ti segnano perché gli anni novanta sono stati anni fantastici dove c’era, come dire, tanto pubblico, qualsiasi cosa si faceva c’era quasi sempre una risposta positiva, c’era spazio per tutti, il mercato non era saturo come oggi: oggi è molto più semplice fare un cd, fare musica è molto più semplice rispetto agli anni novanta, sia logisticamente che da un punto di vista proprio pratico, con la rete è tutto più facile. Poi questa facilità ha determinato che ci sono 70 milioni di gruppi, 70 milioni di rapper, 70 milioni di cose ma il livello si è abbassato notevolmente, perché è sempre tutto inversamente proporzionale: più è l’offerta minore è la domanda, purtroppo è sempre così in ogni cosa e quindi la qualità si è abbassata drasticamente. Ci sono 75 milioni di gruppi ma alla fine di interessante c’è sempre meno.

Ti senti a tuo agio nella scena musicale italiana attuale?
Mi sento perfettamente a mio agio perché di base quello che mi accade intorno non lo cago, ma non lo cago perché non posso perdere tempo, cioè, c’è poco che mi affascina ma mi sento comunque a mio agio, perché penso al mio lavoro, al mio pubblico, ai miei dischi, alle mie collaborazioni, alle persone che mi vogliono bene, pertanto tutto quello che mi circonda mi lascia molto indifferente. Questo non vuol dire che non mi senta a mio agio, anzi, sto benissimo, sono sempre molto felice ed entusiasta delle cose che faccio e che cerco.

Hai attraversato gli anni, da Moltheni a Umberto Maria Giardini, passando per Pineda e il recente progetto Stella Maris, con tante collaborazioni a latere: in che direzione stai andando ora?
In realtà la mia direzione è sempre quella, è la ricerca del mio suono che nel tempo e negli album può cambiare: il cambio da Moltheni a UMG è stato, per chi si accorge ancora di qualcosa, molto drastico perché Moltheni era un progetto cantautorale legato a una forma di pop folk, a volte anche rock, mentre dal 2012 con UMG (tralasciando Pineda che è stato un progetto temporaneo, come anche Stella Maris) ho abbracciato il suono delle chitarre elettriche. Poi ogni album si è differenziato per certe cose, per certe atmosfere, non è detto che il prossimo disco non sarà un disco folk, oppure sarà un disco metal…

...Oppure un disco rap, chissà.
Un disco rap è difficile, ma non perché io abbia qualcosa contro il rap, ci mancherebbe, non vorrei essere frainteso, perché andrei a occuparmi di qualcosa per cui non mi sento pronto e adeguato. Ci sono personaggi rap che mi piacciono, ma mi piacciono perché li trovo autentici, credibili, mentre ce ne sono tantissimi che sono la replica di loro stessi, senza spina dorsale, ed è facilissimo individuarli, non ci vuole una grande scuola, una grande esperienza. Il problema è che nel calderone in Italia oggi vanno bene tutti, questo è imbarazzante e anche un po’ limitativo, però se così è così sia, va bene uguale.

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L'articolo Umberto Maria Giardini - Un passo indietro per guardare in avanti di margherita g. di fiore è apparso su Rockit.it il 22/02/2019 15:00

Tag: intervista - nuovo album

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