Afterhours - Urbino - Frequenze Disturbate, 01-08-2002 Intervista

30/08/2002 di Federico Ferri

La Fortezza di Albornoz domina una dei più bei centri delle Marche, Urbino. Costruita dal punto più alto della città per volere dell’omonimo cardinale, con il duplice scopo di difendere l’abitato ma anche di vigilarvi, è anche il nostro luogo d’incontro con Manuel Agnelli nel pomeriggio che precede il concerto degli Afterhours nella prima serata di “Frequenze disturbate”, tradizionale festival musicale estivo del capoluogo marchigiano.

Il leader del gruppo milanese ha appena finito il soundcheck, è rilassato e, appena trovato un posto al riparo dalle casse del palco che continuano a sparare musica, si presta volentieri a fare quattro chiacchiere, raccontandoci le sue impressioni sull’ultimo album, sul live, e su tante altre cose, senza disdegnare qualche anteprima a proposito dei suoi futuri progetti musicali e no.



Manuel, ormai sono passati diversi mesi dall’uscita di “Quello che non c’è”: cosa ne pensi adesso, a “mente fredda”?
Il disco è forse l’unico dei nostri che io riesca ancora ad ascoltare dopo averlo registrato. Di solito ci metto un anno o due per farlo, perché appena finita la registrazione non riesco proprio a risentirlo: invece con questo album la cosa mi riesce. Mi sembra molto fluido e poi io, come persona, sono ancor in quel tipo di atmosfera nella quale è stato registrato e quindi mi viene facile “sentire” quelle cose.

Dopo un po’ di tempo e viste anche le reazioni del pubblico, siete quindi soddisfatti della nuova via intrapresa, sia a livello di testi che di sonorità.
Sì, del resto alcune esigenze c’erano, indipendentemente dall’assenza di Xabier, nel senso che di cambiare un po’ il tipo di ironia che avevamo sempre usato era diventata ormai un’esigenza che sentivamo un po’ tutti. Per carità, era una cosa che ci caratterizzava, un nostro punto di forza, ma era anche una cosa che ci legava molto, troppo, una sorta di gabbia: un po’ come i concerti vestiti da “bambine” che possono diventare anche sempre più efficaci ma alla fine tu diventi solo quella cosa. Sinceramente per i tipi che siamo ci andava un po’ stretta quella dimensione e poi anche per le persone che eravamo in quel momento, per quello che stavamo vivendo, in un periodo non facilissimo, non ci andava molto di scherzare. Questa è stata la cosa principale. Per quanto riguarda poi l’album sotto il profilo musicale penso che ogni disco degli After sia diverso dagli altri e anche per questo volevamo fare una cosa del genere: poi le caratteristiche si uniscono ed il risultato è la somma di queste cose.

Poco dopo l’uscita dell’album avete anche cominciato la tournée, prima con i Mercury Rev, ed in suguito da soli e con il “Tora Tora 2002”. Come è andata l’esperienza del live 2002 finora?
Abbiamo cominciato il live con un tantissimi cambiamenti: senza Xabier, con un disco nuovo e i relativi pezzi nuovi da provare nella dimensione live. Poi era tanto tempo che non suonavamo ed in più abbiamo cominciato subito con i Mercury Rev, esperienza che dal punto di vista della pressione ci imponeva subito di “fare sul serio”. Sommando tutte queste cose, insomma, lo spettacolo è stato all’inizio molto fragile. Pur facendo concerti molto belli per l’intensità, perché volevamo recuperare una certa tensione nella nostra musica, evitando anche l’eccesso “celebrativo” (obiettivo che abbiamo poi peraltro raggiunto) all’inizio abbiamo fatto concerti anche molto “brutti” perché non eravamo rodati, perché non eravamo sicuri di come gestire questo materiale dal vivo, perché comunque in certi locali ci sono problemi anche di acustica che non ti aiutano a risolvere certe questioni. Dall’estate, da fine maggio-inizio giugno, invece, c’è stato un bel passo in avanti, abbiamo cominciato a suonare in un altro modo e adesso stiamo cavalcando quest’”onda” e siamo abbastanza in forma.

A proposito del live: c’è stato la vicenda di Imola, quando avete abbandonato provocatoriamente la conferenza stampa perché non vi si rivolgevano domande. E’ l’ennesima conferma che certe volte essere italiani è uno svantaggio?
Sì, è vero, il problema è essenzialmente quello, che c’è ancora un sacco di esterofilia e che molti gruppi italiani vengono frenati alla base dal loro stesso ambiente. E’il solito discorso che “nessuno è profeta in patria”, cosa che succede pure a molti gruppi, anche americani o inglesi: è un po’ una legge generale. Per quanto riguarda l’Italia è un vero peccato perché anche in questo momento in cui mercato discografico è in crisi, c’è molta “sete” di musica, la gente ne vuole, va ai concerti: la musica è viva, è il mercato che è morto, per fortuna sotto un certo punto di vista. In questo momento si potrebbero sviluppare cose veramente alternative al sistema delle multinazionali. Specie se il mondo dell’underground italiano avesse una mentalità un po’ meno provinciale, un po’ meno “integralista”, sicuramente potrebbe cominciare a vivere di vita propria anche dal punto di vista imprenditoriale. Questa cosa non sarebbe un male perché poi, alla fine, purtroppo si finisce sempre per non avere mezzi per realizzare i propri progetti o per farlo anche non solo quando uno è ragazzo e poi deve smettere perché deve andare a fare un lavoro che gli permetta di vivere. Agendo in un certo modo si potrebbero invece avere dei prodotti di qualità pure dal punto di vista del marketing, in modo da rappresentare un’alternativa anche a livello non solo italiano. Di talento in Italia ce n’è davvero tanto: non è curando solo il proprio orticello che il talento può crescere, anzi…

A proposito di atteggiamenti “integralisti”: spesso si sente dire che appena un gruppo diventa famoso automaticamente diventa “commerciale” nel senso più negativo del termine. Non è un atteggiamento un po’ masochista? Avete visto questo approccio anche nei vostri confronti?
Mah, questo atteggiamento è una cosa tipicamente italiana che non esiste all’estero, dove fare successo è considerato “bello”, perché fornisce a molti gruppi la possibilità di ampliare i loro discorso e fare altri dischi, nei quali si può investire più denaro e renderli migliori, e di conseguenza avere anche più credibilità per i propri progetti. Per esempio e per quanto ci riguarda, se non avessimo fatto “Non è per sempre”, difficilmente avremmo potuto mettere in piedi il “Tora Tora”: questo per motivi di credibilità verso gli altri partner, verso le strutture, verso la stampa e la gente in generale. E nello stesso tempo non avremmo avuto la possibilità di avere una struttura che ci potesse permettere di portare in giro con il Tour gruppi di supporto meno conosciuti e che non avevano visibilità. Ecco, il discorso è questo: non è detto che uno debba sceglier per forza la via della “professione” o dell’”imprenditorialità” a tutti i costi ma non è assolutamente vero che per mantenere la propria credibilità non si possa abbandonare l’ambiente underground. Penso anzi che il novanta per cento delle volte sia una scusa per giustificare una propria pochezza professionale, cosa che da un certo punto di vista posso anche capire. E’ un peccato perché ci sono grandi potenzialità: molti esempi del resto hanno purtroppo dimostrato che in Italia si perdona tutto tranne che l’avere successo.

Oltre ai dischi e ai concerti con gli After, tu hai sempre avuto anche altri iniziative, tra le quali qualche tempo fa c’è stata anche quella dei reading con Emidio Clementi dei Massimo Volume e Pasquale DeFina dei Volwo. E’ un esperienza che hai intenzione di ripetere prima o poi? O hai altri progetti in cantiere, magari di produttore, altra attività cui dedichi parecchio tempo?
Per quanto riguarda l’esperienza del reading non penso che la ripeterò a breve, non almeno nello stesso modo: io e Emidio adesso abbiamo dei progetti decisamente diversi per cui è difficile che continueremo a collaborare. Sicuramente gli After, ed io in particolare, abbiamo interesse a fare cose diverse dal puro concerto e disco rock. Adesso cureremo l’allestimento sonoro di una delle “Undici Città Invisibili” di Calvino, una mostra che resterà alla Triennale di Milano per quattro mesi. Io ho poi fatto la colonna sonora di un paio di cortometraggi improvvisando con alcuni strumenti ed è un genere di cose che mi attrae molto. Inoltre ho in progetto una rivista, non di musica per carità, ma generalista, che tratterà soprattutto di politica e di sociale. Ho insomma voglia di fare molte cose; però è proprio questo il punto: gli Afterhours sono un progetto ben caratterizzato perché noi abbiamo fatto molto proprio per indirizzarlo e caratterizzarlo in un certo senso negli anni e non vogliamo metterci dentro tutto quello che ci viene in mente, perché altrimenti verrebbe fuori un calderone senza forma. Diciamo che la gente ci identifica soltanto come Afterhours, e questo è normale, ma facciamo anche parecchie altre cose e magari molte persone non lo sanno.

A proposito di cose che molte persone non sanno, di sicuro ce ne sono tante che non conoscono i vostri primi album: recentemente sono girate voci su un’eventuale ristampa dei vecchi dischi in inglese? Si tratta di voci attendibili?
Sì, lo sono: vogliamo ristampare il vecchio catalogo e siamo già d’accordo con il distributore e anche con la Mescal, la nostra casa discografica. Ci sono dei problemi pratici: i master appartengono a me ma se voglio tenermeli e sfruttarli devo anche produrre materialmente la cosa. Poi bisogna capire un po’ che formula usare per distribuire i dischi, in modo che non sia una baggianata di catalogo o ancora peggio una stupidaggine fatta solo per scopi commerciali per vendere duemila copie ma sia una cosa fatta bene che alla fine lasci tutti soddisfatti della sua qualità. In ogni caso tenderei ad evitare il cofanetto perché ha dei costi altissimi e poi un cofanetto con dentro i singoli album mi piace, quello “compilation” con dentro cd che a loro volta contengono due o tre album, mi piace meno: mi sembra un’operazione di catalogo qualitativamente meno bella. Vedremo, del resto certe volte si fa quello che si può fare e non solo quello che si vuole. IO cercherò di ritardare un po’ la cosa in modo di farla il meglio possibile. Insomma, di sicuro non sarà prima dell’anno prossimo.

Quindi avremo la possibilità di risentire tra un anno Icebox piuttosto che Indipendent Houses?
Potrebbe davvero essere. Beh, alcuni di quei dischi mi piacciono ancora molto: During Christine’s Sleep mi piace ancora molto, All the Good Children più a tratti, non tutto, ma me ne piace molto lo “spirito, Cocaine Head così così mentre Pop kills your souls proprio non mi piace più, però è chiaro che se faremo un’”operazione ristampa”, questa operazione riguarderà tutti gli album.

Un’ultima domanda: questa intervista finirà sulla “rete” e non posso quindi evitare di chiederti cosa pensi del mondo di Internet, anche relativamente alla musica.
Potenzialmente è ancora un mezzo eccezionale anche se io mi sono un po’ disinnamorato di Internet perché, paradossalmente, c’è molta libertà che è usata anche molto male. C’è molta gente che “scrive sui muri” o si alza la mattina e butta quello che ha in testa su internet solo perché ne ha voglia e c’è la possibilità di farlo. E non accade solo per gli “scritti” ma anche per la musica: io ascolto molta roba registrata su Internet senza un minimo di filtro. Proprio perché c’è finalmente la possibilità – è indubbiamente Internet è un grande mezzo per carità - di comunicare certe cose senza un minimo di filtro, senza nessuno che decida se valga la pena metter in rete certa roba, ecco che questa cosa va a discapito della qualità ed impedisce un certo tipo di confronto. Insomma certe volte i filtri ci vogliono proprio per confrontarsi e quindi anche per crescere come musicista. In caso contrario alla fine su Internet ci va a finire troppa roba di gente che non si fa problemi ad ingolfare il sistema: io faccio fatica a trovare roba buona e dopo un po’ mi stanco. Per intenderci, Internet da una grande possibilità ma, in definitiva, troppa libertà e troppa comunicazione sono non-libertà e non-comunicazione: purtroppo il risultato è quello. E’ un mezzo eccezionale che potrebbe essere utilizzato in modo molto più efficace e che purtroppo in certi casi è in mano a persone che verranno facilmente strumentalizzate da altre che non vogliono che Internet si sviluppi un certo modo.

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