Vasco Brondi: "Le vite dei santi sono simili a quelle dei punk"

"Non aveva senso per me scrivere un libro di musica". Lo racconta il cantautore ferrarese, di nuovo in libreria con "Una cosa spirituale", testo dove compaiono il suo rapporto tossico con la scrittura, la ricerca dentro di sé e i suoi maestri, "musicisti morti giovani e male". L'abbiamo intervistato

Vasco Brondi live a Magazzini Generali - foto di Starfooker
Vasco Brondi live a Magazzini Generali - foto di Starfooker

Vasco Brondi torna con un libro, Una cosa spirituale, pubblicato per Einaudi, e già questo dice abbastanza. Forse molto. Non perché sia una deviazione, ma perché è la conseguenza naturale di quello che ha sempre fatto: scrivere andando oltre la “mera” forma canzone.

È un libro che non è strettamente di musica ma ne parla e “respira” continuamente di musica, oppure il contrario. Dentro ci sono le periferie, i dischi ascoltati da ragazzino, ma anche una ricerca più interiore, più verticale, che prova a tenere insieme mondi che di solito non si parlano.

 
 
 
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Questo non è un libro di musica, ma la musica c’è ovunque dentro. Come ci sei arrivato?

Non aveva senso per me scrivere un libro sullo yoga o sulla meditazione, perché ce ne sono già e non sono una persona che si occupa di quello. Ma non aveva senso neanche scrivere un libro di musica. La musica per me è sempre stata un mezzo. Non mi sono mai sentito veramente un musicista, o uno che vive solo dentro quel mondo lì. Era più un modo per orientarmi. Il lavoro è stato proprio trovare un equilibrio, capire come fondere questo cortocircuito tra le cose a cui appartengo.

A un certo punto racconti che la musica ti è sembrata quasi secondaria.

Quando ho iniziato a studiare filosofia e tradizioni contemplative, la musica a un certo punto mi è sembrata robetta, vecchia. Poi però mi sono accorto che io li avevo già tutti i miei maestri. E che erano anche quelli musicali. I musicisti morti giovani e morti male. Quelli che avevano anche sprecato il loro talento, ma che mi avevano trasmesso la loro generosità, il narcisismo, i loro casini, l’alcolismo e tutta la loro profonda umanità. Penso a tutta quella linea lì che mi ha formato davvero, dai cantautori italiani a certo rock più disperato, ma anche a figure come Cobain o Ian Curtis, che non sono esempi da imitare ma che ti insegnano qualcosa di molto più profondo di qualsiasi manuale. Non c’era bisogno che andassi a cercare altrove.

Nel libro si sente questa vicinanza tra spiritualità e cultura punk.

Anche perché se uno guarda davvero le vite dei santi, assomigliano più a quelle dei punk. Per me era importante che non ci fosse un’aura di santità. Volevo tenerci dentro anche la mia voce, capire quanto c’era di me e quanto invece veniva da tutte queste influenze. Non separarle.

C’è un passaggio molto forte: fare canzoni ti avvelenava più dell’alcol.

È una cosa che mi interessava molto scrivere. Murakami dice che l’atto creativo ti mette in contatto con qualcosa di tossico dentro di te, che è un’attività malsana, perché vai a tirare fuori qualcosa che sta nel nucleo emotivo. E quindi, se vuoi scrivere a lungo, devi costruirti un sistema immunitario per reggere quella cosa lì. Perché quell’elemento tossico comincia a girare.

E invece Murakami propone l’opposto dello stereotipo, va proprio da un’altra parte…

Sì, propone una cosa completamente contraria all’immaginario dell’artista. Dice che serve una forza fisica di base. Lui va a correre tutti i giorni, fa le maratone. Non è l’immagine che abbiamo dello scrittore o del musicista, ma ha molto senso.

Nel libro parli anche di ricerca verticale. Oggi è davvero praticabile?

Per me è inevitabile, non so fare altrimenti. Non è una scelta. Non ho il beneficio del dubbio. La ricerca orizzontale è quella che va verso l’espansione, verso il pubblico, verso i numeri. La ricerca verticale invece parte dal centro di noi stessi e arriva fino all’alto del mistero, al perché siamo qui. Ci sono artisti che vanno in quella direzione e hanno comunque un impatto enorme. Secondo me quella è la forma più alta: riuscire a essere profondi e popolari allo stesso tempo.

Ti sei mai messo a tavolino per fare una hit? Forse la risposta la conosciamo già ma meglio chiedertela direttamente.

No, mai. E probabilmente non mi verrebbe neanche. Io ho sempre fatto quello che mi sembrava necessario. Con il tempo diventa più difficile, perché impari le regole, e a quel punto una canzone la sai fare. Ma rischi di fare il cruciverba. Invece per me è importante andare più nel profondo, dove ci sono i pesci più grossi.

Oggi per te fare una canzone è più esprimere qualcosa o restituire qualcosa?

Direi entrambe, e aggiungerei anche condividere. Mi ha colpito molto leggere di alcune popolazioni del Giappone che considerano l’arte il modo per non solo prendere dalla natura, ma restituire qualcosa. Cantano agli alberi, agli animali, prima di mangiarli, per ringraziarli. Questa cosa mi interessa perché abbassa anche l’ansia. Cerco di fare la cosa più bella possibile per condividerla, non per essere giudicato.

Questo cambia anche il modo di stare sul palco?

Sì, per me il live è diventato più un rito. Non è una performance dove devo dimostrare qualcosa. È un momento in cui siamo lì tutti assieme. Cerco di fare il meglio possibile perché le persone stiano bene, non perché mi dicano quanto sei bravo. Non è quello il punto.

Se ti dico Rockit, tu mi dici…

Be', è stato il primo luogo dove si è parlato del mio primo demo, il primo concerto grosso che ho fatto a Milano. È stato un accompagnarsi costante negli anni. Se devo dire una cosa, è questa modalità di lanciarsi allo sbaraglio con una certa fiducia.

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L'articolo Vasco Brondi: "Le vite dei santi sono simili a quelle dei punk" di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-04-20 12:52:00

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