Venti anni dopo "Ovunque proteggi" di Vinicio Capossela rimane un album irripetibile

Un disco che è un viaggio dentro e fuori di sé, sperimentazione senza rete, incontri, un'epopea profana che trasuda religiosità. Ne parliamo con Giovanni Ansaldo, autore del libro "La strada di Vinicio Capossela", che il 29/3 presenterà al Teatro Palladium con l'artista e Sandro Veronesi

Foto di Valerio Spada
Foto di Valerio Spada

"Uno spazio aperto, uno spazio per l’imprevisto e l’avventura". È questo, e mille altre cose, Ovunque proteggi, uno degli album più amati di Vinicio Capossela, uscito 20 anni fa, in un momento di passaggio e grande turbolenza per una discografia italiana che pareva procedere senza direzione. Di strada, invece, ne aveva fatta tanta Vinicio, che aveva esordito sedici anni prima con All'una e trentacinque circa, che dieci anni esatti prima (ecco un altro importante anniversario) si era imposto con Il ballo di San Vito, che aveva portato nella musica italiana di alto livello Cèline e John Fante, che "appena" sei anni prima aveva dato vita alle sue Canzoni a manovella, un disco da ballare e da immaginare. E poi? E poi c'era da tornare sulla strada, appunto. Senza una meta, se non il vagabondaggio.

Venti anni dopo l'unico modo per provare ad afferrare un album inafferrabile e irripetibile era mettersi in cammino. Lo fa, assieme all'artista, Giovanni Ansaldo, giornalista di Internazionale, autore ogni lunedì della newsletter Musicale, molto apprezzata. È l'autore di un libro che si intitola La strada di Vinicio Capossela. Un viaggio sulle orme di Ovunque proteggi, uscito per Nottetempo, che analizza come mai era stato fatto prima quello scrigno di canzoni, con le parole di Capossela e dei suoi collaboratori (Asso Stefana, Taketo Gohara, Roy Paci, Mauro Pagani, tra gli altri, sono nell'eterogeneo team). Domenica 29 marzo, in occasione del DAMS Music Festival, Giovanni Ansaldo sarà con lo stesso Capossela e Sandro Veronesi al Teatro Palladium di Roma dalle 18 per parlare del libro e del disco. Abbiamo fatto una chiacchierata con lui. 

Iniziamo dal tuo primo ascolto di Ovunque Proteggi

Nel gennaio del 2006 vivevo a Milano, dove facevo l’università. Un giorno sono andato in una libreria della Feltrinelli e mi sono comprato il cd di Ovunque proteggi. Sono tornato nell’appartamento dove vivevo insieme ad altri quattro studenti, in una traversa di viale Zara, e ho infilato il disco in un piccolo stereo scassato che tenevamo in sala da pranzo. In casa c’era una discreta confusione, non era certo il contesto migliore per ascoltare l’album. Eppure Non trattare, il brano d’apertura, mi ha colpito fin da subito, con quei suoni orientaleggianti e il linguaggio apocalittico preso in prestito dalla Bibbia. Ancora oggi è uno dei miei brani preferiti di quel lavoro.

Quali sono le tracce fondamentali ancora oggi per te?

Oltre a Non trattare, direi Brucia troia, un punk cavernicolo ispirato al mito del Minotauro e non solo, registrato dentro una grotta in Sardegna. Ma anche Dove siamo rimasti a terra Nutless, una canzone su una storica amicizia e sulla fine della giovinezza, il brano del disco preferito di Capossela. Quando me ne ha parlato, mi ha detto che per lui quel brano “è un pezzo di vita”, si è quasi commosso. E poi Lanterne rosse, un pezzo che ai tempi non mi aveva particolarmente colpito ma, riascoltandolo a vent’anni di distanza mentre lavoravo al libro, mi ha stregato: è uno dei più riusciti del disco, intimo e crepuscolare. Capossela in quel pezzo canta molto bene.

Il libro inizia con una mappa. E continua muovendosi nello spazio, su e giù per l'Italia e non solo. Perché hai scelto questo espediente narrativo?

Quando Capossela mi ha raccontato la storia del disco, nel corso della prima intervista realizzata nel gennaio del 2025 in Alta Irpinia, mi ha raccontato che Ovunque proteggi è nato come un disco nomade, come una peregrinazione. Per mesi e mesi lui non si è quasi mai fermato, ha vissuto come un viandante in giro per l’Italia e il mondo. Alcuni incontri casuali che ha fatto sono diventati amicizie, storie d’amore, rivelazioni. Ho capito che non potevo scrivere un libro su questo disco senza aver visto di persona alcuni di quei luoghi. Per cui, nel mio piccolo, mi sono messo in viaggio anche io. Alcuni posti, per ovvi motivi, non sono più visitabili, o perlomeno non è così facile arrivarci. Mosca, per esempio. Quanto mi sarebbe piaciuto visitarla.

Calitri, Scicli. E le altre. Cosa ti ha dato ogni città di questo viaggio?

Calitri è un posto abbastanza isolato, ma pieno di poesia. Quando ci sono andato per l’intervista, in un giorno infrasettimanale nel gennaio del 2025, in giro non c’era nessuno. E Capossela mi ha accolto con l’aria di uno che stava lì in ritiro spirituale. La festa dell’Uomo Vivo a Scicli, una processione religiosa siciliana in cui una statua di legno di Cristo viene portata sulle spalle da un gruppo di persone di corsa per le vie del paese, è un’allegra e contagiosa follia collettiva che mescola cristianesimo e paganesimo, ed è stata un’esperienza davvero divertente. Ma il viaggio più intenso, per quanto mi riguarda, è stato quello nei carnevali tradizionali della Barbagia. Quella zona della Sardegna ha un fascino ancestrale, con paesi sperduti circondati da una natura lussureggiante eppure terribile. Non posso dire di essermi sentito a mio agio, mi sentivo un intruso, un forestiero, eppure ci tornerei domani. Non a caso nel 2005 Capossela, dopo aver partecipato anche lui ai carnevali della Barbagia, come dicevo prima aveva scelto di registrare Brucia Troia proprio da quelle parti, nella grotta di Ispinigoli. Ci sono stato anche io, è un luogo magico. È stato come tornare all’origine delle cose.

Il libro comincia con una volpe. E prosegue con tanti altri incontri inaspettati. Che poi sono la chiave della carriera di Vinicio...

Capossela ha un modo di porsi unico rispetto alla realtà che lo circonda. È curioso, si lascia facilmente affascinare da quello che incontra. All’inizio può sembrare distratto, in realtà è semplicemente aperto allo stupore. Tutti gli incontri inaspettati alla base di Ovunque proteggi, come quello con il mago punk Christopher Wonder, per altri sarebbero stati semplicemente degli avvenimenti curiosi. Per lui, invece, sono diventati una specie di epopea, che ha vissuto in prima persona e poi ha riversato nelle canzoni. 

Cosa significa Poyekhali?

Il 12 aprile 1961 alle 9:07, ora di Mosca, Jurij Gagarin pronunciò una parola rimasta nella storia: “Poyekhali!”, partiamo! Pochi secondi dopo decollò a bordo della navicella Vostok 1 per compiere un’orbita intorno alla Terra. Era la prima volta che un essere umano andava nello spazio, una grande vittoria per l’Unione Sovietica nella competizione con gli Stati Uniti. Quando Capossela è andato a Mosca nel 2006 sentiva spesso ripetere questa espressione durante i brindisi e, come racconto nel libro, l’ha messa all’inizio di Moskavalza, la canzone dalle sonorità elettroniche ispirata alle sue notti passate nella capitale russa insieme a uno strano dandy russo chiamato Gleb Smirnoff. Non oso immaginare quanta vodka scorresse in quei giorni.

Capossela, i CCCP, De Andre. In Italia per essere un "poeta" con la musica devi fare delle preghiere?

Questa è una provocazione molto interessante. In un certo senso sì, perché la musica folk e rock italiana spesso ha fatto quello che paradossalmente chi frequenta la chiesa non fa mai: ha preso in mano la Bibbia, l’ha letta e rielaborata. È un approccio protestante alle sacre scritture, di chi rifiuta la mediazione delle istituzioni religiose. Da ateo, e da scarso conoscitore della Bibbia, approcciare quei testi grazie al tramite della musica è stato molto stimolante. Ci sono diversi brani di Ovunque proteggi che pescano a piene mani da quella materia: la già citata Non trattare, ma anche Dalla parte di spessotto e S.S. dei naufragati, un altro pezzo incredibile. Capossela è bravo a trovare il sacro anche nel profano, e nel trattare la religione con grande rispetto e competenza. È come se fosse un antropologo. Poi, per carità, ci sono tanti modi per essere un poeta. Per me oggi anche Massimo Pericolo e Salmo sono da considerare dei poeti, e non pescano necessariamente dalla Bibbia, anzi.

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Il disco arriva al primo posto in classica. Che momento era quello per la discografia?

Era un’epoca di fine impero per la discografia. Napster era già arrivato e stava sconvolgendo tutto, ma i cd tutto sommato si vendevano ancora. Per questo Ovunque proteggi è stato una svolta per Capossela, ha venduto un sacco e ha allargato molto il suo pubblico, intercettando una generazione come la mia, gli allora universitari ventenni. Quando rileggo la classifica del tempo, che ho messo anche nel libro, mi viene un po’ da sorridere: nel 2006 Capossela ha superato gente come Vasco Rossi, Eros Ramazzotti, Robbie Williams, Anastacia. Oggi, probabilmente, non sarebbe possibile una cosa del genere, perché lo streaming monopolizza le classifiche e di solito non premia gente come Capossela. Ovunque proteggi, di certo, non è un disco da Spotify, perché per essere apprezzato va ascoltato come un unico flusso, va capita la storia che c’è dietro ogni canzone per apprezzarlo fino in fondo. Poi, certo, la canzone che dà il titolo al disco ha avuto un grande successo: la passavano in radio e la gente la mette ancora oggi ai matrimoni, quindi è diventata un classico della musica italiana.

Scrivi che tanti da li in poi hanno fatto loro la lezione di Vinicio. Chi sono stati i suoi figli musicali negli anni?

Secondo me non ci sono figli musicali di Capossela, perché quello che ha fatto e fa lui non è replicabile, nel bene e nel male. Lui è proprio un outsider, soprattutto se lo si paragona al panorama italiano. Se avesse seguito altre logiche, secondo me, avrebbe potuto fare i palazzetti, magari anche un paio di stadi. E invece dopo il successo di Ovunque proteggi e del successivoDa Solo si è buttato su una serie dischi molto complessi e secondo me non abbastanza celebrati come Marinai, profeti e balene eLe canzoni della cupa. Avrebbe potuto rifare Che coss'è l'amor e Ovunque proteggi sei o sette volte di seguito e campare di rendita. E invece ha scelto di complicarsi la vita. Non era scontato.

La Nina, Nico Arezzo, M Castello? Forse pure Sayf a Sanremo. C e una nuova wave "caposseliana" in giro?

Secondo me no, però in alcuni artisti che mi piacciono molto ritrovo un approccio simile all’arcaico, anche se magari musicalmente con Capossela c’entrano pochissimo. Tu citi giustamente La Niña, che ha un approccio filologico al folk, cosa della quale Capossela è stato un precursore. Ma io ti citerei anche Iosonouncane e Daniela Pes. Nella mia testa, Tanca ha qualcosa a che fare con Non trattare, e Spira non è così lontano da Brucia Troia. Ma magari è solo un mio viaggio, chi lo sa. Bisognerebbe chiederlo a loro.

Capossela è un artista che non ha avuto il posto di primissimo piano che merita nella musica italiana. E se sì, perché?

Come dicevo prima, io lo trovo sottovalutato. Tolta la vecchia scuola dei Paolo Conte dei De Gregori, quanti cantautori del suo spessore abbiamo in Italia? Secondo me quasi nessuno. Chiaramente ho scritto un libro su di lui, e quindi sono un po’ di parte, ma penso che meriti di essere riscoperto. E secondo me ha ancora in canna almeno un disco importante. Detto questo, Ovunque proteggi resta un album irripetibile, lo dice anche lui. È stata una vicenda umana, prima ancora che musicale. Come dice la canzone Ovunque proteggi: “E non basta ancora, ed è una volta sola”.

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L'articolo Venti anni dopo "Ovunque proteggi" di Vinicio Capossela rimane un album irripetibile di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 2026-03-17 23:04:00

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