The Secret - Verrà la guerra, così andremo a vedove, 27-11-2010 Intervista

30/11/2010 di

L'uscita di "Solve Et Coagula" per l'americana Southern Lord Records (Pentagram, Goatsnake, Boris, Sunn O))) e Khanate tra i tanti) ha confermato lo spessore artistico dei The Secret. Sono una delle band più importanti del nostro post-hc, e anno dopo anno stanno accumulando un bagaglio di esperienza - tra festival prestigiosi e collaborazioni in studio - che prima o poi sarà riconosciuto anche qui da noi. Si parte da Trieste e si arriva negli States, in mezzo: fede, devozione, paura, paranoia, ansia. Tutto finisce. L'intervista di Marco Verdi.



Trovo sempre molto curioso relazionare un artista al luogo in cui vive. Ora siete un po' sparsi, ma i The Secret sono nati a Trieste, città di confine. Come la vivete?
Mike: Penso che Trieste sia la più piccola provincia italiana. L'isolamento geografico è una cosa che anche socialmente si rispecchia molto in quello che poi è la città. Di base il tenore di vita è molto alto, è un posto tranquillo, c'è pochissima criminalità. Ma ci sono dei lati negativi: l'età media è tra le più alte in Italia, quindi ovviamente tutto quello che ha a che fare con i giovani è messo in secondo piano. Qui siamo stati sempre una mosca bianca, per anni l'unico gruppo in città a suonare certa musica e a venire dalla scena hardcore; solo ultimamente la situazione è un po' cambiata e si sono affacciati alcuni gruppi nuovi (Pianoearthquake, Robert Of The Square).
Marco: Trieste ha un'aura molto strana e gran parte delle persone che la visitano se ne rendono conto. Si percepisce molto l'influenza passata dell'Austria e dell'ex-Jugoslavia, forse molto meno quella italiana. È una città che in passato ha sofferto a causa della posizione geografica e ancora oggi risulta cupa ma allo stesso tempo gioisce grazie a questa cupezza. Trieste è estranea alle influenze del resto del paese, sopravvive in un angolo, per i fatti suoi.

C'è un collegamento anche emotivo con questa percezione di isolamento e il vostro modo di esprimervi?
Marco: Probabilmente c'è un nesso tra la città e il nostro modo di fare, perlomeno il mio, essendo l'unico della band ad essere nato a Trieste. Non sono una persona che esce molto e non mi trovo particolarmente a mio agio in mezzo alla gente.
Mike: Inconsciamente, sì: la città è cupa e austera, c'è un feeling un po' asburgico, strano. Non è proprio la città più solare d'Italia.

Nel video di "Where it ends" si susseguono in stop-motion immagini velocissime e ricorsive, raggruppate in sequenza sotto alle parole: "faith / devotion / fear / paranoia / anxiety / everything ends", che sono anche i temi che ricorrono pesantemente nella vostra musica. Quali sensazioni avete voluto buttare nel video?
Marco: "Where it ends" non è solo quel luogo immaginario dove tutto giunge al termine, è anche quel buco nero dove gettiamo tutte le nostre frustrazioni, le nostre paure e la nostra rabbia. È lo scopo che c'è dietro a tutto quello che facciamo, la chiave di lettura che dà il senso a questa band. Il video è nato un po' per caso, l'ho realizzato io ma inizialmente era solo un esperimento a budget zero. Non mi interessava fare qualcosa di piacevole, anzi, doveva essere tutto il contrario. Mi sono reso conto che quello che comunicava era angosciante, non dà nessuno spiraglio alla speranza. Per questo ho deciso di utilizzarlo.
Mike: Tutto il concept della band è basato come valvola di sfogo per tutti gli input negativi da cui ogni giorno siamo bombardati. Cerchiamo di esorcizzare le nostre paure, o l'ansia della quale si parla anche nel video. Non siamo una band esclusivamente politica, ma nell'ultimo disco la situazione che stiamo vivendo nel paese sicuramente ci ha fatto scrivere...

Stavo per chiedervi appunto quanto c'è di politico e quanto invece di emotivo nella vostra musica, perché leggendo i testi mi sembra che il confine sia molto labile.
Mike: I due mondi sono collegati, perché molta della rabbia personale e di quello di cui vogliamo sfogarci è in qualche modo il risultato di problemi sociali o politici nei quali per forza di cose siamo coinvolti anche emotivamente. Non siamo una band politica nel senso che non offriamo soluzioni né insegnamenti, ma non possiamo non essere condizionati dal degrado della politica, che pervade un po' tutta la società e la cultura in Italia. E questo ci fa molta rabbia. Alla fine è un po' come sparare sull'ambulanza, però purtroppo l'Italia è diventato un Paese…

…il problema è che forse a furia di dire che la situazione è così degenerata, si arriva quasi ad affermare che non vale più la pena di dire nulla.
Mike: Non voglio suonare troppo negativo, però la cosa triste è che in questo momento non vedo molta speranza di miglioramento nel breve termine. La cosa peggiore è che non è solo un problema delle persone che ci governano e che ci stanno muovendo in determinate direzioni… tanti cittadini si rispecchiano molto in quello che adesso è la politica italiana. Penso che sia abbastanza palese che ci siano degli abusi, però spesso mi sembra di vedere la gente "comune" giustificare tante mosse dei nostri politici, perché c'è una visione molto arrivista, gretta e avida. Tanti giovani hanno ereditato una certa insoddisfazione dai genitori, e sono talmente disillusi che in qualche modo giustificano i comportamenti inaccettabili dei nostri politici. E quindi poi sembra che tutta questa voglia di apparire in televisione sia uno dei punti d'arrivo per un sacco di persone. Se una volta c'era un velo di imbarazzo, ora molte inibizioni sono cadute e la gente te lo dice tranquillamente che magari la sua più grande aspirazione è andare al Grande Fratello. La musica è un po' un micro-mondo nel quale proviamo ad esorcizzare queste dinamiche.

Al di là degli esorcismi, pezzi come "War Desire" sono veramente un invito a muoversi e a dire le cose come stanno, uno stimolo, insomma? E' una provocazione consapevole?
Mike: Sì, perché secondo me purtroppo non si arriverà a nessun tipo di cambiamento finché le persone non cominceranno a pagare pubblicamente e in maniera diffusa il peso dei propri errori. Come al solito ci si dovrà scottare in prima persona per capire la direzione che è stata presa.
Marco: Considerare la politica nei nostri pezzi non è stata una cosa premeditata, ma un impulso irrefrenabile. Scrivendo i testi mi sono reso conto che qualsiasi cosa volessi dire era totalmente influenzata dalla relazione tra la vergognosa situazione politica di questo Paese, l'assurdità di come i media siano manipolati come dei burattini e l'apatia mescolata all'accettazione delle persone di fronte a questa decadenza generale. Il problema più grave sta nel fatto che in questo paese siamo arrivati al punto che si ruba alla luce del sole, spavaldamente perché si ha la certezza di farla franca. Chi ha un minimo di consapevolezza per quello che accade ogni giorno non può che essere schifato e sentire il bisogno reagire e di provocare una reazione, da qui "War Desire" e "Antitalian", che sono delle prese di posizione estreme ad un male estremamente radicato che richiede un cambiamento urgente. Cosa che molto probabilmente la nostra generazione non vedrà mai perché i meccanismi della politica negli ultimi anni hanno causato talmente tanti danni che non riusciamo nemmeno ad immaginarli. È qui che nasce il desiderio di una guerra per distruggere, cancellare per poi progredire, senza salvare niente del passato. A Trieste c'e' un modo di dire, che in maniera molto velenosa rende bene l'idea di quello che intendo: "Speriamo arrivi la guerra così poi andremo a vedove".

In "Antitalian" cantate "you're gypsies looking for more gold".
Mike: È una sorta di liberazione da tutto quello che è la cultura televisiva e la superficie sulla quale si basa quella che è proposta ora come la cultura italiana. La morte di qualsiasi cosa potesse essere in qualche modo meno diretta o meno fruibile, sostituita con una cultura fatta di brillantini e tette-e-culi.

La cultura, appunto. Il vostro blog è ricco di suggestioni, quali sono i vostri artisti preferiti? Da Justin Bartlett a fotografi, illustratori e registi, esiste un immaginario accostabile alla band o si tratta solo di passioni?
Mike: Abbiamo un certo magnetismo verso tutta quella che può essere la parte oscura dell'arte. Parlando di cinema, sono un grandissimo fan di Woody Allen e tramite lui sono arrivato a Ingmar Bergman. Poi David Lynch, Stanley Kubrik<, Roman Polanski, Jodorowski, un visionario totale.

Marco: L'attualità di Pasolini è incredibile. Di Lars Von Trier mi affascina il fatto di come sia riuscito a superare le sue fobie trasformandole in arte.

Mike: Justin Bartlett è invece uno dei nostri illustratori preferiti. Sono cresciuto ascoltando un sacco di metal ed ero affascinato dall'illustrazione per le band death e black: lui ha reinterpretato tutto quell'immaginario primitivo inserendo elementi molto diversi, come la cultura psichedelica degli anni settanta. Amo in generale quel periodo: Black Sabbath, Led Zeppelin, ma anche il cinema italiano, dall'horror di Mario Bava al poliziottesco, cose molto radicali ma che hanno raggiunto un pubblico vasto. Mi piace l'arte pittorica di Hermann Nitsch. E poi la religione, la ritualità o il simbolismo.

Ricordo una vecchia intervista in cui raccontavate come le vostre esperienze negative (di vita) vi portarono a suonare in un certo modo, e soprattutto come foste stati tratti in salvo dal fatto di avere una band e poter suonare. Poi leggo il ritratto paranoico di "Weatherman": "Those who don't remember the past are condemned to repeat it, we breathe panic attacks". Vi riferite (anche) a voi stessi e a quei trascorsi, o c'è dell'altro?
Marco: Suonare questo tipo di musica è per noi una catarsi, soprattutto dal vivo. Alcuni anni passati sono stati molto turbolenti per alcuni di noi e abbiamo provato ad incanalare la nostra depressione nella musica, più che altro per esorcizzare il caos che avevamo dentro. L'album "Disintoxication" è stato scritto in quel periodo, infatti è molto più caotico rispetto a "Solve et Coagula". È stata una fase che abbiamo superato e nella musica il cambiamento è evidente, ma ancora oggi c'è un lato quasi fisico nelle nostre canzoni. "Pleasure in Self Destruction" analizza come la società odierna goda in un certo senso del fatto di andare incontro ad un'autodistruzione certa, trasformando il progresso in degenerazione. È uno di quei fenomeni di cui non riesco a darmi una risposta. "Weathermen" al contrario parla di un movimento rivoluzionario violento attivo tra il '68 e il '76, formatosi come risposta alla stessa violenza del governo americano e della polizia, quell'attitudine appunto che manca ai giorni nostri a causa del benessere artificiale di cui siamo tutti vittime.

Avete suonato più volte e per lunghi periodi all'estero: Europa e USA. Cosa avete visto?
Mike: Non è che in USA ci sia molto più ritegno per certe cose, rispetto all'Italia. Però ci sono delle alternative, radicali ma sostanziose. Qui mi sembra di vedere meno reazioni che altrove. Purtroppo quello che è successo qui è che un approccio forse un po' troppo integralista ha allontanato un sacco di persone da quella che poteva essere considerata la scena alternativa degli anni novanta in Italia. A un certo punto la cosa è collassata, perché magari, piuttosto che trovare punti d'appoggio comuni, le persone hanno cercato di trovare cosa invece c'era di diverso. Negli USA si sono create delle situazioni nelle quali più persone con idee diverse sono riuscite a creare piccole comunità slegate dalla cultura mainstream, riuscendo però a farle funzionare in maniera efficiente. Come la Southern Lord. Qui è tutto un po' troppo diviso a settori, e la cosa non ha fatto bene a nessuno.

Mi sembra quindi che tu ti riferisca a Southern Lord come a un'indipendente con metodi di lavoro da major.
Mike: Ci sono vari motivi, ma secondo me quello che manca qui è l'approcciarsi a un certo tipo di musica difficile con un'attitudine -per così dire- "professionale". Forse la gente dovrebbe credere un po' di più in quello che fa, e questo è un problema abbastanza diffuso in tutta la scena musicale italiana. Purtroppo c'è così tanta disillusione che se qualcuno fa qualcosa di particolare parte già sconfitto. Ma se non parti già un po' con l'idea di conquistare il mondo, con quell'entusiasmo un po' infantile, poi è difficile arrivare a qualche tipo di risultato.

Prima parlavi di underground italiano e crisi. Ti riferivi anche alla montagna di critiche che vi è stata sparata addosso su internet prima e dopo l'uscita del disco?
Mike: (ride, NdA) No. Ma sono abbastanza permaloso e mi dà sempre fastidio quando qualcuno fa delle critiche senza essersi informato. Ogni volta pare che quando qualcuno ha un minimo di esposizione in più di altri, tanta gente si sente in dovere di attaccarlo. Mi rendo conto di come spesso le persone che parlano non hanno la minima idea di come funzionano le cose in una band. Magari la gente pensa che hai un contratto discografico con un'etichetta americana e che una band come la nostra guadagna soldi, ma non è assolutamente così. Inoltre la cosa triste è che questo tipo di feedback ce l'hai sempre da gente che suona in altre band, al nostro stesso livello, e va ad aggrapparsi a cazzate megagalattiche solo per farti una critica. A un certo punto sembra quasi che ci si faccia la guerra tra i poveri.

Al di là dei gusti personali, penso comunque che una band italiana esposta all'estero, come voi in questo momento, possa solo far bene ai nostri gruppi e alle nostre etichette.
Mike: Io sono cresciuto ai concerti DIY e per me più band ci sono meglio è, anche per ingrandire una comunità fatta di persone con le quali magari ho qualcosa con cui spartire. La mentalità di lasciare le cose ai pochi eletti è un po' quello che secondo me ha fatto collassare la scena hardcore qui in Italia.

Molti se lo chiedono: come siete arrivati a Southern Lord?
Mike: Avevamo fatto uscire due dischi sull'etichetta canadese Goodfellow, ma negli ultimi 4 anni la crisi mondiale ha tagliato loro le gambe finché non sono stati costretti a chiudere. Ci siamo trovati a piedi, avevamo delle canzoni e abbiamo deciso di registrarle e far girare un po' di demo alla vecchia maniera. Southern Lord è stata la prima a risponderci. Mi ha fatto molto piacere quando Greg Anderson, ci ha mandato la prima e-mail, scrivendoci: "Suonate esattamente come il tipo di musica che voglio cominciare ad esplorare da questo momento". Lui ci ha visto un po' come una via di mezzo tra le cose che aveva fatto uscire prima e quelle successive, come Black Breath, Trap Them, Nails, Masakari.

E poi siete andati a registrare al Godcity di Kurt Ballou, chitarrista dei Converge. Anche per "Disintoxication" avevate avuto occasione di lavorare con un altro personaggio, Magnus Líndberg dei Cult Of Luna. Che tipi sono?
Mike: Più vado avanti con gli anni e più mi rendo conto che c'è una sorta di legame comune tra tutte le persone che lavorano negli studi di registrazione mondiali. Si tratta quasi sempre di persone molto calme, criptiche, che parlano poco, e sia Magnus che Kurt non fanno eccezione. Ci siamo trovati molto bene con entrambi. A Umeå siamo arrivati con meno esperienze, abbiamo dato carta bianca a Magnus per i suoni. In quell'occasione il suo ruolo è stato piuttosto pesante, nel senso che tutta l'estetica del suono di "Disintoxication" è quella di Magnus. Al Godcity invece c'era meno tempo disponibile e noi avevamo già pre-prodotto tutto, quindi "Solve et Coagula" è più simile a quello che siamo noi dal vivo. Mi è piaciuto molto l'approccio psicologico di Kurt verso le band: ci tiene che la tua band suoni solo come la tua band.

E cosa è successo con bassista e batterista mentre lavoravate al disco?
Mike: Giacomo, il bassista, è uscito dalla band alcuni mesi prima di andare in studio. Purtroppo era l'unico lontano geograficamente da noi. Vive a Vicenza e si è trovato al bivio tra band e lavoro, e purtroppo ha dovuto mollare. Con Chris invece è andata diversamente. Siamo sempre stati legati anche come amici, e a volte stare a contatto per molto tempo può far diventare i difetti di ognuno difficilmente sopportabili… avevamo sviluppato un sacco di tensione a causa di vari problemi tra lavoro e band, e a un certo punto i nostri rapporti umani si erano sgretolati. Avevamo cercato di mantenere insieme il gruppo, ma poi è scoppiata e abbiamo litigato. Ora comunque la formazione è stabile.

Nel 2009 avete partecipato alla prima edizione del MI ODI. Che ricordo avete dell'esperienza, tralasciando i disastri che vi sono successi tra viaggio e strumenti impazziti?
Mike: (ride) Secondo me il MI ODI è stata una delle poche manifestazioni musicali in Italia in cui si sono riunite un sacco di persone a cui piacevano cose diverse, ma legate da un filo conduttore comune. Il festival mi aveva anche dato la speranza che più eventi simili avrebbero potuto far crescere un determinato tipo di scena musicale. Spero che riusciate ad andare avanti.

Come sta uscendo il vostro disco all'estero? State pianificando un tour massivo fuori dall'Italia? Anticipazioni?
Mike: A livello di recensioni non potremmo essere più soddisfatti, sia in USA che in Europa e in Inghilterra. Abbiamo un bel po' di cose in ballo per il 2011, molte stanno aspettando le conferme ufficiali. Siamo stati invitati da Greg Anderson e Steve O'Malley al Roadburn Festival, dove i Sunn O))) curano l'intera scaletta di una giornata. Prima faremo un lungo tour in USA e forse ci sarà anche qualche appuntamento importante. E dopo suoneremo all'Asymettry Festival in Polonia. Per l'inizio dell'estate penso che saremo in tour in tutta Europa, stavolta anche in Scandinavia.

Commenti (1)

  • Marco Gargiulo 30/11/2010 ore 16:09 @cestdisco

    Uh, finalmente un gruppo "estremo" sulle pagine di RockIt.

    "Solve et Coagula", un pioggia di pugni nello stomaco. Uno dei miei prefeiriti di questo 2010.

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