Dj Balli: verso il cyberpunk e oltre Intervista

Sonic BelligeranzaSonic Belligeranza
15/10/2012 di

Personaggio difficile da inquadrare Dj Balli: uno dei primi a suonare breakcore in Italia nei '90, ha inciso, pensato, destrutturato, provocato, ha sperimentato ogni via possibile del suono più estremo possibile. La sua Sonic Belligeranza ha prodotto di tutto (gli ultimi lavori: una compilation di cover metal 8bit, un disco dedicato a Twitter a velocità 1000 bpm). Per non parlare di quando va in giro fingendosi Billy Corgan degli Smashing Pumpinks, quando costruisce capsule aereospaziali, ecc ecc. Francesco Fusaro l'ha intervistato.

Partirei dalla tua formazione: se non ricordo male sei laureato in filosofia...
Sì, mi sono laureato – in corso, pensa te – nel 1996 con una tesi sulle reti telematiche nella realtà e nell'immaginario della lettetatura fantascientifica. All'epoca a Bologna praticamente ogni dove si parlava di cyberpunk, nelle sue declinazioni fantascientifiche, musicali e politiche. L'argomento mi affascinava e sono riuscito a far passare questo argomento a filosofia, fingendo anche un Erasmus fatto in Inghilterra...

In Inghilterra però ci sei stato veramente...
Sì, ci sono stato ma non in Erasmus come raccontai in università! Un viaggio che mi ha portato ad approfondire il cyberpunk come sottocultura e ad entrare in contatto con realtà musicali come le etichette Ambush e Praxis.

Che influenze hanno o hanno avuto i tuoi studi nel tuo approccio alla musica?
Direi un'influenza enorme. Non mi considero un musicista ma un dj, ovvero uno che che mixa cose altrui con un atteggiamento concettuale. I miei set infatti, così come le uscite della mia etichetta, Sonic Belligeranza, sono spesso legate ad un concept preciso. Prendi per esempio + Belligeranza, la sottoetichetta che si concentra sul noise: le uscite sono dedicate al risultato del mix fra idea/rumore. Questo per un motivo: il noise è un genere palloso. Ti compri un disco di Merzbow spendendo venti euro e, con tutto il rispetto per Masami Akita, finisci per dirti: "Ho speso 'sti soldi, devo arrivarci almeno una volta fino alla fine". A me il noise piace, credo che sia una musica che ha molto senso a livello performativo, ma amando il supporto fisico del disco mi sono prefissato di trovare un concetto per arrivare al rumore. Un esempio può essere il mio 7" "In skatebored we noize", realizzato solo con suoni di skater all'opera sulle loro tavole. Dietro ogni uscita Sonic Belligeranza c'è una riflessione, ovvero una filosofia.

Come è nata la tua etichetta?
Guarda, io credo di essere stato fra i primissimi, se non il primo, a suonare dischi breakcore in Italia nel 1996, ovvero al mio rientro dall'esperienza inglese di cui ti parlavo. Dopo quahcle tempo ho pensato che fosse necessaria una proposta italiana in questo genere, così nel 2000 è nata l'etichetta. Mi occupo io di tutto: 100% do it yourself. Il nome viene dal desiderio di suonare italiani ma comprensibili anche all'estero: in inglese belligeranza è "belligerency", in francese "belligérance". In più ricordava un po' il termine "extravaganza" che si usa in ambito anglosassone e che si può tradurre anche con "follia".

Tra le tante tue vicissitudini extramusicali invece c'è anche quella dell'Associazione Astronauti Autonomi.
Sì, un'altra cosa nata dal mio soggiorno londinese. Al party organizzato dalla Praxis, Dead by dawn (un esperienza molto importante per la scena sottoculturale inglese), sono entrato in contatto con i fondatori della Ambush Records, Dj Scud e Aphasic. Quest'ultimo aveva fondato l'Associazione, un collettivo internazionale di stampo post-situazionista. Un'esperienza breve ma che ha anche dato vita ad un libro – ormai introvabile – per la Castelvecchi, "
Anche tu astronauta", curato da me. L'idea di base, fra il serio e il faceto, era di appropriarsi del settore tecnologico statale per eccellenza, ovvero quello aerospaziale, arrivando a creare una capsula spaziale. Secondo il piano quinquennale stabilito dalla frangia inglese, l'Associazione si sarebbe dovuta estinguere al termine della realizzazione della capsula. Peccato che dopo questi cinque anni non si fosse approdati a nulla. Allora io, un po' anche per polemica contro gli inglesi che tendevano sempre ad accentrare il potere, ho fatto una estensione di 333 giorni per arrivare all'obiettivo, con adesioni dei francesi e degli australiani.

E la capsula che fine ha fatto?
L'abbiamo presentata ad un festival, il Netmage, in funzionamento. Purtroppo allora ci pagarono la metà del cachet concordato, causando un enorme problema nella realizzazione del progetto che prevedeva un sistema di funzionamento combinante impulsi bit convertiti in campi elettrogravitazionali.

Quindi in teoria si poteva sollevare?
Beh, anche tu ti puoi sollevare in teoria... Ti rispondo così.


Dj Balli nel progetto Bally Corgan

 

Ok... Un'altra esperienza interessante per completare il tuo profilo è quella del lavoro su Akira. All'epoca traducesti il fumetto di Otomo dall'inglese, se non ricordo male.
Sì, è una cosa che ho fatto perché avevo bisogno di soldi e quindi mi trovai questo bel lavoretto presso la Marvel Panini. Un'esperienza durata solo un anno e mezzo perché poi mi sono spostato in Inghilterra e mi sono un po' perso...

Mi sembra interessante perché, parlando di cyberpunk, mi sembra un'opera ben inserita in quel contesto.
Sì, è vero, però ti confesso che non l'ho mai considerata un'esperienza molto rilevante nella mia formazione. Mentre la filosofia, come ti dicevo, quella sì è stata determinante.

Stai riprendendo in mano la disciplina in qualche modo?
Sì, ho sempre portato avanti un discorso di scrittura filosofica con i miei articoli sulle fanzine MusicLab e Datacide. Adesso, grazie alla collaborazione con Pablito El Drito [dj e producer 8bit fondatore dell'etichetta milanese RXSTNZm NdR], che mi sta dando una grande mano come editor, sto lavorando ad un libro per Agenzia X sul suono post-rave.

Visti i tuoi studi, che cosa ne pensi dello scenario attuale relativo all'informazione sul web? Penso ai social network e al tuo recente disco su Twitter.
Io ho sempre trovato in Twitter una certa componente ansiogena. Mi è successo di recente con il terremoto nelle nostre zone: se mi fossi lasciato influenzare dai tweet delle persone che seguivo mi sarei fatto prendere dal panico e mi sarei buttato giù dalla finestra. Nella mia mente ho creato fin da subito un parallelismo tra la velocità di Twitter e i bmp della musica techno hardcore. Così, con Ralph Brown [nome d'arte di un producer che bazzica la Bolognina, derivato da un regista di serie z italiano, NdR], abbiamo lavorato a queste tracce extratone, cioè tracce musicali che vanno sopra i 1000 bpm.

Un flusso sonoro, praticamente.
Sì, un flusso di cassa indistinguibile che genera una musica geometrica apparantemente imballabile. Eppure, in un recente show a fine serata in Polonia, la cosa funzionava. Abbiamo contaminato l'ultraveloce in musica con l'ultraveloce nel web 2.0. Durante il live del disco, Ralph si occupa delle basi mentre io, con il vocoder, recito i tweet del disco e faccio qualche scratch con mixer e giradischi. Venti minuti veramente ostici, al limite tra installazione e performance. Anche qui dunque si torna al discorso concettuale che facevamo prima.

Sempre a proposito di web, credi che sia ancora possibile essere totalmente entusiasti come all'epoca della tua tesi? Non sono pochi i saggi usciti di recente che tendono a ridimensionare gli aspetti controculturali di Internet e la generale ubriacatura informatica di questi ultimi anni.
Credo che questo tipo di pubblicazioni siano molto lucide. C'è stato un clima di magnifiche sorti progressive della tecnologia; anche nel cyberpunk di cui si diceva prima, sempre tecnocratico come clima intellettuale pur se critico nei confronti del sistema. Però la società è tecnocratica, e non potrebbe essere altrimenti. Per me qualsiasi discorso che pretenda di essere contemporaneo non può prescindere dalla tecnologia. Io ho provato a praticare un discorso di non utilizzo dei social network, ma alla fine mi pare sterile. Si tratta di utilizzare i mezzi per i propri fini, per arrivare alle persone. Si potrebbe anche dire "Usciamo dall'infosfera" e buonanotte. Però questo, almeno dal mio punto di vista, non mi permetterebbe di seminare il virus. Che è il motivo per cui io faccio quel che faccio: cercare di creare il contagio.

 

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