Sikitikis - via Chat, 11-05-2010 Intervista

19/05/2010

Un'intervista a tre. Due giornalisti ed un musicista. Un continentale e due sardi. Parlano della società, della Sardegna e dei rapporti con il Bel Paese, di Valerio Scanu e del futuro. Sfoghi, aforismi e confessioni. L'intervista di Sara Loddo e Giovanni Continanza.



Giovanni Continanza: Partiamo dal disco, "Dischi fuori moda" può essere definito uno spartiacque nella vostra carriera. Siete passati dal noir cinematografico al puro e semplice "Descrivere la società". E' un passo significativo, cosa c'è dietro?

Diablo: Direi che è assolutamente vero. "Dischi Fuori Moda" è un spartiacque, la manifestazione di un cambiamento - se vogliamo anche naturale - da parte di tutto il progetto. L'obiettivo era essenzialmente quello di fare un disco libero, privo di autocensura e totalmente volto al nostro divertimento. Il risultato è un disco con un inaspettato potenziale di condivisione

GC: Il divertimento c'è senza dubbio, ma secondo me mostra lati inquietanti. Mi spiego meglio: la giocosità sta a metà strada tra il divertissement ed una triste descrizione della nostra società. Sembra quasi una metafora di ciò che è diventata la percezione dei problemi sociali presenti negli ultimi anni in Italia. E' una lettura giusta?

D: E' una lettura giusta. Negli ultimi due anni abbiamo vissuto esperienze, anche personali, significative. Io, per esempio sono diventato padre. Questo ha cambiato fortemente il mio approccio analitico nei confronti della società e ha creato nuovo aspettative sul futuro. Credo che questo si sia tradotto in maniera quasi biologica nella scrittura. E poi questo è un disco scritto per "non uscire", è stato concepito quasi senza un progetto. Questo lo ha reso leggero e disilluso al tempo stesso.

Sara Loddo: Concordo. Questo differente approccio alle cose ha proprio il sapore di uno sguardo più maturo. E come hai appena detto è il riflesso delle esperienze di vita sulla vostra musica. Quanto c'entra con tutto questo la decisione di tornare a Cagliari? Se non sbaglio fino a poco tempo fa stavate tutti a Torino, no?

D: In realtà non abbiamo mai spostato il nostro baricentro totalmente a Torino. Diciamo che ci passavamo 6 o 7 mesi all'anno. Negli ultimi due anni però siamo stati a Cagliari come non accadeva da tanto tempo. Effettivamente nella scrittura di questo disco, per noi che ne conosciamo le dinamiche, questo aspetto ha influito non poco. Cagliari è una città con un fermento vitale molto particolare. Alimenta l'ironia nella scrittura, invoglia ad abbracciare le persone con la musica, ti viene quasi da diventare fan dei tuoi fan, a vedere la tua band coi loro occhi, ascoltarla con le loro orecchie, diventiamo amici, frequentiamo gli stessi luoghi, mettiamo musica per loro e loro mettono musica per noi. E in tutto questo siamo tutti Sardi.

GC: Una domanda da parte di un "continentale", con tutto quel ne consegue: secondo te dopo l'uscita di Renato Soru dalla direzione della regione, questo ambiente culturale può essere minacciato?

D: Direi che l'ambiente culturale sardo sarà sempre minacciato fino a che a deciderne le sorti saranno i partiti italiani. Occorre un chiaro percorso di autodeterminazione che ci allontani dal pericolo della "specificità regionale" e dia alla cultura prodotta in Sardegna dignità di cultura contemporanea che può parlare al mondo. Soru ha fatto tanto, ma non basta fare tanto se poi ci si deve imbattere nei meccanismi ministeriali italiani.

SL: Su questo sono d'accordo. La Sardegna non può essere considerata solo come terra di prodotti tradizionali o di prodotti da "televoto" (vedi Valerio Scanu e Marco Carta). E poi, tu dici "siamo tutti Sardi", ma non credo sia questo l'unico collante, altrimenti si dà ragione a quelli che votano un sardo in tv solo perché tale. Credo invece che il collante fra i diversi protagonisti di questo fermento culturale e musicale nel caso specifico sia la qualità e l'atteggiamento di apertura e di collaborazione.

D: Esattamente. In Sardegna c'è una grande capacità di assimilare e tradurre culture, interne ma anche "altre" laddove l'alterità diventa il vero humus del fermento culturale.

SL: Vuoi dirci qualcosa su questi altri sardi meno conosciuti degli Amici della De Filippi? Qualcuno che meriterebbe più visibilità...

D: Non sarei così astioso nei confronti di Carta e Scanu, esattamente come non ne esalto il percorso. Loro non sono due prodotti della Sardegna contemporanea, sono solo due prodotti della televisione italiana. Ma io faccio u altro lavoro, gioco su un altro campo, anzi, faccio proprio un altro sport che, tra l'altro, mi piace una casino!

GC: A proposito di reality, prendi "Videocracy": il ritratto che esce della Sardegna è sconfortante, sembra diventato un luogo parallelo del potere. Qual è la vostra percezione di questa "colonizzazione"?

D: Esattamente quello della colonizzazione... E' molto interessante la visione del sindaco di Bari Michele Emiliano che del sud dice: "noi siamo solo quelli che hanno perso la guerra, nel 1861". Credo che per la Sardegna sia la stessa cosa, solo che noi la guerra la abbiamo persa nel 1409 contro gli aragonesi che poi ci hanno passato ai Savoia. E così continuano a trattarci, da sconfitti, da conquistati, da colonia.

SL: Cambiando argomento, tu parli della musica come gioco, come lavoro. Insomma, ai giorni nostri, in un tempo di "Dischi fuori moda", in cui la discografia non gode di salute ottima, è ancora possibile pensare di vivere di musica?

D: Assolutamente si. L'attuale momento di crisi (dell'intero sistema capitalistico) spalanca delle vere e proprie praterie di opportunità. Oggi una band, affrontando il proprio percorso con determinazione e consapevolezza può riuscire a creare un indotto attorno alla sua attività che nessuna major è in grado di garantire. L'unico modo per farlo lo trovi nell'attitudine hard core che si può ereditare dai Fugazi, non certo nei grafici delle multinazionali. Siamo riusciti a creare un progetto che si mantiene in vita da solo, più tutta una serie di opportunità di guadagno intorno al gruppo che fanno si che tre di noi vivano praticamente esclusivamente di Sikitikis.

SL: E il quarto?

D: Il quarto si sta "dottorando" in archeologia, ma dal prossimo anno sarà pronto anche lui. Di certo oggi il mondo della ricerca accademica garantisce meno futuro del rock'n'roll!

SL: Questo è vero.

GC: A proposito di etichette: "Dischi fuori moda" è il primo disco non prodotto da Casasonica. I motivi di questa separazione?

D: E' semplicissimo, Casasonica non è più un'etichetta discografica. Dopo la loro decisione di portare avanti solo l'attività di management, noi abbiamo deciso di affrontare un percorso nuovo. Ma saremo sempre grati a chi ci ha dato grandi opportunità investendo sul nostro lavoro e insegnandoci tanto di questo mestiere.

GC: Però Casasonica si occupava anche del vostro booking. Da quel che posso capire, la scelta di rimanere autonomi anche sul management è una sorta di autonomia "rinforzata", un camminare da soli dopo aver imparato tanto. È così? Da quel che posso capire, la cosa è partita da voi....

D: Avremmo potuto restare col management di Casasonica, ce ne fu data l'opportunità, ma non ritenemmo fosse la scelta giusta per il percorso che volevamo affrontare. Fortunatamente anche il booking ci ha seguito: Ugo Mazzia, che segue la nostra attività live dal 2005 è sempre con noi e ora collabora anche con Locusta, ovvero l'agenzia che ora contiene anche i Sikitikis nel suo roster.


GC: Ritornando al disco, ho notato che la produzione artistica è stata affidata a Manuele Fusaroli. Senza dubbio, un produttore che ha toccato con mano dischi importanti: Vasco Brondi, i TARM, Bugo. Come è stato lavorare con lui?

D: Straordinario. Il suo approccio con la produzione è davvero shamanico. Lavora la musica come materia in fase di solidificazione. Dosa il suono con grande poesia. Distilla l'essenza della band senza spostarne la natura. E' stato davvero catartico. In questo momento è senza dubbio uno dei pochissimi produttori in Italia in grado di tirare fuori un suono internazionale.

GC: E' una notizia direi confortante. Soprattutto perché vedo nel vostro disco un ottimo esempio di come si possa creare un disco italiano senza soffrire di esterofilia. Per dirti: realizzare una cover di Enzo Carella e creare un disco fruibile anche all'estero non è cosa facile. Cosa pensi della massiccia presenza di influenze straniere nella scena indipendente italiana?

D: Credo che per un lungo periodo si sia arenata la capacità di tradurre gli stimoli provenienti dalla scena internazionale, partendo comunque dal background naturale della musica italiana, quello che, per inciso, hanno fatto Battisti, De Andrè, Dalla e decine di altri cantautori trent'anni fa. Le cose oggi stanno prendendo di nuovo una piega interessante, gli autori si stanno innamorando di nuovo della scrittura italiana e la realtà è sufficientemente matura da confrontarsi con l'estero senza troppa sottomissione. Io sono fiducioso.

SL: Ancora sul disco. Cosa ci dici della collaborazione con Vincenzo Vasi? Com'è nata?

D: Siamo amici di Vincenzo da diversi anni. La nostra ammirazione per lui risale ai suoi progetti degli anni novanta come Ella Guru e Gastronauti: espressione straordinaria dell'avanguardia musicale europea. Nel tempo ci promettemmo che prima o poi avremmo sancito l'amicizia con una piccola collaborazione, quasi un cameo. Così è stato.

SL: Bello. All'inizio i Sikitikis erano quelli delle colonne sonore anni 70 e 60, quelli delle sonorizzazioni di pellicole e reading. Poi ad un certo punto nascono i Brain Dept. Quando avete sentito l'esigenza di scindere le due cose?

D: L'esigenza è nata quando abbiamo capito che il lavoro sulle sonorizzazioni necessitava di un contenitore specifico, anche solo mentale. L'attività legata alle colonne sonore funge per noi da vero e proprio laboratorio. Molte soluzioni che applichiamo alla scrittura delle canzoni, nascono dallo studio della musica per sonorizzazione. Questo ci da ampio spazio per agire senza strutture e per divertirci ancora di più.

GC: Diablo, importa ancora qualcosa avere trent'anni?

D: Nulla. Trent'anni nella società italiana attuale valgono come tre euro. Un caffè, un pacchetto di gomme ed un bicchiere d'acqua frizzante.

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    La fiction RAI sulla vita di De Andrè è stata vista da oltre 6 milioni di spettatori