A Toys Orchestra - via Mail, 01-06-2010 Intervista

02/06/2010 di

Dal primo demo in cassetta all'ultimo "Midnight Talks", Enzo Moretto e la sua orchestra di giocattoli hanno imbastito un lungo percorso: 4 album, qualche piccola esperienza con il mondo del cinema, collaborazioni con molti artisti importanti, stranieri e no. E nonostante siano uno dei gruppi con più futuro davanti, si ostinano a ragionare day by day, rischierebbero di perdere passaggi fondamentali, dicono. Europa, Italia, Sicilia, piccole scene e radici profonde. Una lunga intervista dove si parla di immaginari, immaginazione, flussi di coscienza e sogni multicolore. Di Stefano 'Acty' Rocco.



Via le fiabe, dentro le storie d'amore. Poco spazio all'improvvisazione divertita. Niente più elettronica. Spariscono i giocattoli. Resta praticamente solo l'Orchestra. Con "Midnight Talks" è cominciata la vostra fase adulta?
Non direi. Anzi, se è vero che abbiamo ridotto l'uso di alcune soluzioni quali l'elettronica e i campionamenti è pur vero che per "Midnight Talks" siamo andati in avanscoperta su dei territori che non avevamo mai battuto prima, con un entusiasmo e una voglia di osare forse anche maggiore rispetto al passato. Ci sono intere sezioni di fiati e archi, steel guitar, dobro, insomma, ci siamo ingegnati a rivoluzionare la struttura degli arrangiamenti. In studio tutto era da scoprire man mano che si andava avanti. Abbiamo lasciato un grosso margine all'incognita e all'estemporaneità. Non credo, quindi, che siamo entrati nella "fase adulta", o quantomeno non mi interessa prenderne coscienza. Fare musica per me equivale a qualunque altra manifestazione della mia stessa vita ed è ovvio, quindi, che abbia dei mutamenti... anzi aggiungerei: menomale. Secondo me fare musica è qualcosa che non si può "materializzare", è qualcosa molto più vicino ad un pensiero, un'idea, che non può avere un'età. In realtà non mi piace molto sentirmi dire che siamo una band che è arrivata alla "maturazione"… secondo me dopo la maturazione resta solo da marcire.

"Midgnit Talks" possiede la magniloquenza delle grandi opere concept-rock degli anni settanta. La tracklist sembra costruita e studiata al millisecondo, quanta progettualità c'è nella scrittura di questo disco?
Probabilmente c'è un filo conduttore che enfatizza il concetto di fondo del disco, accomunandone sia il suono che il messaggio lirico e conferendogli, quindi, una certa continuità e quell'amalgama che è tipica dei concept-album del passato. In realtà non c'era una precisa volontà, né da parte mia né della band, di operare in questa direzione. Se queste caratteristiche vengono fuori deve esserci per forza un fondo di verità, potremmo dire che è una sorta di concept inconscio, o quantomeno inconsapevole. Anche se non c'è stata la precisa intenzione di progettare il disco in tal senso può darsi che alcuni fattori l'abbiano portato in quella direzione. Forse è dipeso dal poco tempo in cui sono state concepite e questo le rende "vicine", nell'intenzione e nel messaggio. Il luogo comune vuole che un disco sia la fotografia del momento della vita di un gruppo, e probabilmente è così. A pensarla meglio, tutta la nostra discografia potrebbe avere un filo conduttore. Dipende dai punti di vista: potrebbero essere delle singole strade separate oppure lo stesso percorso preso da punti diversi. Ma, in generale, razionalizzare questi aspetti è l'ultima della mie preoccupazioni.

Rispetto al passato, la matrice rock ha preso il sopravvento, così come l'attitudine al suono analogico ed agli arrangiamenti orchestrali. Enrico Gabrielli è stato scelto per questo?
Se il disco ha questa attitudine più propriamente rock, forse dipende anche dal fatto che è stato concepito nel periodo immediatamente successivo al lungo tour di "Technicolor Dreams" e probabilmente ha mantenuto nella struttura quel feeling energico che è più proprio dei concerti. C'era però la volontà di partire da questo punto per poi sperimentare altre soluzioni, provare a mutarne la forma e il contenuto originale, rimescolare le carte. Insomma, volevamo adottare un approccio più creativo, libero e funzionale, ingegnoso ma non pretenzioso, divertente ma non autoindulgente. Mantenendo sempre il focus sulle canzoni e sul disco, ovvio.
Con Enrico siamo amici da diversi anni oltre che reciproci estimatori. Quando abbiamo pensato alle orchestre è stato naturale scegliere lui. E' andata così: gli ho fatto ascoltare i provini e al suo ok ci siamo visti direttamente in studio a registratore acceso. Quello che maggiormente mi interessava era il suo coinvolgimento, tutto il resto era secondario, bastava il suo entusiasmo. Si è presentato in studio con una mole di partiture impressionanti, un blocco di spartiti grosso come una Bibbia. La cosa buffa è che se io non avevo voluto né provare né ascoltare nulla prima di registrare, lui aveva fatto lo stesso: non aveva mai provato a suonare nemmeno uno spartito, era la trascrizione diretta di quello che aveva in testa per "Midnight Talks". E' stata una collaborazione alchemica, pura empatia. Forse è un metodo rischioso ma ero sicuro che avrebbe funzionato.

Brani come "Pills On My Bill", "Plastic Romance part two", "The Day Of The Bluff", ma tutto il disco in generale, vivono di grande drammaticità, con sbalzi emotivi e momenti carnali. Affrontare il tema dell'amore ha generato queste atmosfere ed influenzato il vostro modo di comporre e suonare?
A dire il vero, il momento di scrittura, che siano testi o musiche, avviene sempre per caso, o quasi. Spesso non ho la minima idea di quale direzione stia prendendo. Non sono il tipo di autore che scrive di getto, non godo del privilegio del "flusso di coscienza". Il mio è un approccio molto più catartico. Una sorta di "dettato del subconscio": mi ritrovo spesso a scrivere delle cose di cui non afferro subito il significato, a volte ho bisogno di tempi molto lunghi. Solo alla fine ho capito che "Midnight Talks" era un disco sull'amore. D'altronde l'ho analizzato da punti di vista molto diversi tra loro. Non c'è molta chiarezza e organizzazione nel mio modo di creare, diciamo che succede e basta, non ho un metodo. Ad esempio, quando scrissi "Technicolor Dreams" ero quasi sicuro che non sarebbe piaciuto a nessuno, era un disco troppo personale. Per fortuna sono stato smentito. Stessa cosa per brani come "Peter Pan Syndrome", "Hengie", "Elephant Man" o "Invisible", inizialmente non volevo neppure proporle alla band.

Queen, Elton John, Coldplay, Alan Parson, Beatles, Supertramp, Eels, Elliott Smith, Flaming Lips, Pink Floyd, Burt Bacharach. Tanti nomi diversi per raccontarvi. Riusciamo una volta per tutte a capire quali sono i giusti riferimenti per raccontare il vostro nuovo disco?
Beh, è un lavoro che spetta a te, no? Io posso solo dirti questi mi vanno fin troppo bene, anzi, mi imbarazzano non poco. La verità, però, è che di alcune di queste band conosco davvero poco, e credo sia l'aspetto più bello. Non pretendo di avere una personalità assolutamente esclusiva, semplicemente ricevo tantissimi input e quello che ne esce è una sorta di metabolizzazione del tutto, una specie di processo digestivo: ingurgiti tanti cibi, alcuni li assimili altri gli espelli.

Siete una delle band di casa nostra con maggiore attitudine internazionale, ma c'è qualcosa della tradizione musicale italiana, di ieri o di oggi, che pulsa nel vostro dna artistico?
Assolutamente si. I miei genitori ascoltavano Battisti, Celentano, Tenco, De Andrè, Mina, Pino Daniele, Baglioni, Paolo Conte e tantissimi altri. Il giradischi era il mio giocattolo preferito da bambino e casa mi era piena di vinili. Delle volte diventavano i miei Ufo personali e li lanciavo di nascosto dal balcone, dischi originali di Elvis e Frank Sinatra regalati all'asfalto, ti rendi conto? Ho espiato il mio peccato dedicandoci un'intera vita a quegli album. Ricordo poi che ogni volta che partivamo in macchina per un viaggio si ascoltava Battiato o De Gregori e si cantava tutti insieme. Mia madre dice che quando ero piccolissimo il mio cantante preferito era Alberto Camerini.

Celentano ha ascoltato il brano che porta il suo nome e nel quale citate "Yuppi Du" e "Soli"?
Non lo so, spero di si.

Avete una grande responsabilità: diventare un esempio di come sia possibile uscire dall'Italia e giocarsela ad armi pari con gli inglesi. Che progetti avete per cercare successo oltre i confini e quanto vi sta aiutando la Urtovox?
Non esiste una formula o un progetto preciso, personalmente penso che non dobbiamo allontanarci troppo dal nostro presente. E' importante essere ambiziosi e puntare a traguardi importanti. Ovviamente ampliare la nostra visibilità oltre confine è uno di questi, e Urtovox ci supporta totalmente, ma credo che sia necessario stare concentrati su quello che si fa giorno per giorno per poter creare delle prospettive future, altrimenti si rischia di saltare delle tappe vitali. Il futuro non deve essere un ossessione ma una conseguenza.

Domanda scherzosa, ma non troppo: ce la fate a risuonare questo disco dal vivo? C'è davvero tanta roba.
Vieni a vederci e lo saprai.

Ma "Red Alert" ammicca a "Fresh Goes Better", la pubblicità delle Mentos? A parte questa curiosità triviale, i vostri brani si prestano ad essere legati alle immagini. In passato avete avuto partecipazioni a produzioni cinematografiche, anche internazionali. In tal senso, quali prospettive ci sono per sincronizzare i brani di "Midnight Talks"?
Non conosco "Fresh goes Better", o forse si, ora il titolo non mi dice molto. Al momento sono in treno, appena torno a casa vado a cercarla su youtube. Riguardo al cinema, proprio ieri sono stato alla prima di "18 anni dopo" (film di Edordo Leo, nelle sale dal 4 giugno, NdR) in cui c'è "Invisible". Era la mia prima volta ad un gala vip, è stato divertente. E' stato strano ricevere i complimenti, ad esempio, da Claudia Gerini. Piacevole, direi. E' importante uscire dai soliti circuiti, sarebbe troppo semplice muoversi sempre negli ambiti conosciuti. Il cinema mi interessa molto, è un percorso che vorrei intraprendere sia con i Toys che da solista.

Quanto resta del mare di Agropoli e del passionale sud di provincia negli A Toys Orchestra di oggi?
E' riduttivo affermare che un musicista e la sua musica possano essere influenzati solo da altra musica. Le nostre radici, la nostra cultura, i paesaggi, i colori, quello che ci succede intorno, insomma è questo che siamo. Nati e cresciuti sul mare: abbiamo trascorso la maggior parte della nostra vita nel sud di provincia, ad Agropoli. Tutte cose che sono diventate parte integrante ad aeternum degli A Toys Orchestra.

Italia, 2010. Mercato discografico sepolto. Cultura musicale in preda ai reality. Decadenza diffusa dei luoghi da concerto. Internet tra libertà ed entropia. Eppure la produzione musicale aumenta costantemente, seppur con qualità discutibile e con band destinate ad un ciclo di vita breve e poco gratificante per mancanza di opportunità. In questo scenario difficile, voi avete avuto la bravura, la tenacia e la fortuna di realizzare già quattro dischi, fare esperienza, crescere artisticamente e mediaticamente, diventando una delle band di riferimento. Come giudichi il mondo musicale italiano di oggi? Quale messaggio comunica?
Se da una parte c'è la rassegnazione a cuocersi nel proprio brodo, dall'altra c'è anche chi suda e sgomita per poterne uscire quanto prima. Noi abbiamo cominciato senza computer e senza internet, il nostro primo demo lo abbiamo registrato su cassetta e consegnato a mano, altri tempi insomma. Oggi la multimedialità è imprescindibile e come tutte gli eventi di impatto globale ha una doppia valenza.  Il vero problema nel nostro paese sta nel guadagnarsi una credibilità e, qualora la si ottenga, farla sopravvivere. Il che è ancora più difficile. E in tutto ciò ci sono delle vittime e dei carnefici che convivono fianco a fianco. Spesso chi nuoce e chi giova agisce negli stessi ambiti. C'è una grossa confusione, e il fatto che i gruppi, le fanzine e le webzine spuntino come funghi senza quasi avere una raison d'être non fa che alimentare questo caos. C'è però da dire che da questa "smania" si deduce anche una crescita del fenomeno indipendente e una maggiore volontà ad essere una vera alternativa al mainstream. Forse manca solo una gestione più organizzata ed oculata in modo che i fenomeni più significativi emergano davvero.

State collaborando con Beatrice Antolini, diventata membro aggiunto dal vivo. In passato avete partecipato alla compilation "Il Paese è Reale" con gli Afterhours. Quali sono, se ci sono, le band italiane a cui dedicate ascolti ed in cui riponete stima e fiducia?
Con Beatrice tutto nasce in modo molto spontaneo, dalla nostra amicizia e da un reciproco apprezzamento, in più c'è un "messaggio comune" che ha fatto subito funzionare il tutto. Ne "Il Paese è reale" c'era, a mio avviso, l'intento di mostrare appunto questo messaggio collettivo e, forse, è l'unico sintomo di quella che ancora ci si ostina a chiamare "scena italiana". Ma una scena ha bisogno di presupposti aggregativi molto più compatti e di un'intenzione comune che ancora è troppo dislocata. Io preferisco parlare di "realtà musicale", una realtà importante che nonostante i tanti difetti si è si tolta la veste di nicchia. C'è una "macchina" che funziona grazie al lavoro di locali, media, promoters, per non parlare dei tanti gruppi validi - Waines, Vegetable G, Calibro 35, Mimes of Wines, Beatrice Antolini, sono solo i primi che mi vengono in mente - e del pubblico che si interessa appassionato.

"Midnight Talks" è uno dei rari dischi italiani in inglese con aspirazioni da grande pubblico che non mi vergogno di far ascoltare all'estero. La musica italiana, non "leggera", potrà mai vivere di grandezza all'estero? O ci teniamo le frasi da bar del "se fossero nati in Inghilterra, sarebbero famosi come i Coldplay"?
Non ne ho la più pallida idea. Ovviamente se non ci credessimo fino in fondo, non ci saremmo fatti il mazzo per tutti questi anni. E' bello poter pensare che anche l'Italia possa proporsi fuori dallo stivale con maggiore sicurezza. Così come già da anni è successo per la Francia con gli Air, la Germania con Notwist e Lali Puna, la Svezia con gli Hives, la Norvegia con i Motorpsycho, il Belgio con dEUS e Soulwax, l'Islanda con Sigur Ros e Bjork, e così via. E' vero che siamo italiani, ma siamo anche europei. Credo che i nostri gruppi siano troppo diffidenti nei confronti dell'estero, e questo da fuori lo si percepisce.

Enzo Moretto diventa solista, canta in italiano, firma per una major, va a San Remo, diventa il Robbie Williams italiano o qualcosa del genere. Esiste da qualche parte questo universo parallelo?
Esistono tanti universi paralleli, e mi piace immaginarli. Quello di Sanremo però non riesco proprio a figurarmelo, mi spiace.

Commenti (3)

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  • Silvio Bernardi 03/06/2010 ore 11:31 @rudefellows

    grandi A Toys! vi auguro davvero fortuna all'estero perchè ve la meritate... e ci vediamo al Miami.

    ps occhio che c'è un refuso: si parla di tale Burt Bacharat, chi è? il fratello croupier di Burt Bacharach?... :]


    (Messaggio editato da rudefellows il 03/06/2010 11:32:10)

  • Dama Rama 03/06/2010 ore 13:35 @damarama

    Grandissimi! Vi adoro! :)

  • Pain 03/06/2010 ore 22:06 @pain

    Posso solo ringraziarvi... mi avete regalato tanto con le vostre canzoni!
    ...Grazie.

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