Blake/e/e/e - via Mail, 03-10-2008 Intervista

06/10/2008 di Mario Lo Jacono

Blake/e/e/e è il nuovo progetto di Paolo Iocca e Marcella Riccardi, che dei Franklin Delano erano anima e cuore e che ora si sono trasferiti a Chicago, dove sono nate le canzoni di "Border Radio". Un disco solido e appassionato, che esce finalmente in Italia per la Unhip. Un'intervista con Paolo Iocca tra nostalgie, world music e broker spiantati a Wall Street.



Da dove cominciamo? Da quanto ci mancano i Franklin Delano o da quanto ci piacciono i Blake/e/e/e? Magari da entrambi i casi. Perché dunque nascono i Blake/e/e/e? Che cosa prendono dai Delano? E come si distanziano da quel modello?
Anche a noi un po' mancano i Franklin Delano, ma è stato inevitabile. Avevamo bisogno di riconsiderare una serie di cose. Siamo ripartiti così dalla voglia di fare musica in modo giocoso e senza darci limiti di nessun tipo. I paesaggi americani, per quanto vasti, hanno cominciato a starci stretti.

Blake/e/e/e è nato spontaneamente e ha ribaltato tutte le nostre convinzioni e i nostri programmi, come un figlio. Ti fai un'idea, ma lui arriva e butta tutto a mare, fa per conto suo. Ecco, Blake/e/e/e è arrivato con la prepotenza della gioia di vivere di un bambino e ha cacciato via il vecchio Franklin Delano, che si contorceva come un broker spiantato a Wall Street.

Chicago è uno dei centri propulsori della musica moderna. Come vi trovate da quelle parti? Che tipo di prospettive vi si sono aperte?
Chicago è la città che ci ha accolto, attraverso il supporto di File 13, Califone e di Brian Deck, quando abbiamo cercato una via alternativa al solo circuito italiano. Nella Second City abbiamo molti amici che ci seguono e ci fanno sentire a casa. Alcuni di questi hanno un loro ruolo nell'ambito della musica indipendente e ci danno tanti consigli su come muoverci all'interno di quella che è una vera e propria giungla – l'indie americano. Non c'è molto più di questo, che comunque non è poco.

"Dub-Human-Ism" sembra una versione dilatata e onirica dei pezzi dei Panda Bear. Quanto c'è della nuova scena indipendente americana nei Blake/e/e/e?
Dici che siamo riusciti ad essere più onirici di Panda Bear? Wow! In realtà, in 3 tour americani abbiamo incrociato le nostre strade con talmente tanti artisti, e abbiamo avuto la possibilità di conoscere così tanta musica nuova... Panda Bear e gli Animal Collective sono solo la punta dell'iceberg di una musica in perenne fermento.

La sensazione, ascoltando il disco, è che ci sia meno pressione su di voi rispetto a quanto si sentiva nei Franklin Delano. Come se prima vi sentiste addosso l'obbligo di dimostrare a tutti le vostre qualità, candidandovi a portabandiera per l'export del made in Italy indie rock. Nei Blake/e/e/e, invece, tutto suona incredibilmente fluido e rilassato (per lo meno da un punto di vista sonoro). Avete fatto pace con i vostri demoni?
Ogni volta che si approfondisce un tema, e/o si inizia a padroneggiare una tecnica, uno stile, è quasi inevitabile cadere in un cliché. Questo stava accadendo con i Franklin Delano, e l'idea ci stava stressando tutti. Il compito di un artista secondo noi è proprio quello di eludere le aspettative, nella ricerca continua di un modo fresco e personale di esprimere se stessi. Per ogni artista che innova ne saltano fuori a decine, creativamente sopraffatti, che imitano i nuovi stilemi e li rendono convenzionali. Noi cerchiamo di evitare di ricadere in questo errore. Non abbiamo perciò fatto pace con i nostri demoni, ma certamente abbiamo fatto i conti con i nostri limiti, che cerchiamo di spostare volta per volta. Basti pensare a quante poche tracce di chitarra ci sono nell'album. I Franklin erano basati sul sound delle chitarre. Ora dal vivo suoniamo di tutto. Abbiamo un approccio "punk", non siamo andati a scuola di banjo, o di derbouka, o di steel drums. Li suoniamo senza conoscere granché delle tecniche. Lo facciamo apposta, per evitare appunto il cliché, di suonarli in modo "convenzionale". Picasso ha detto: "Se si sa esattamente che cosa si farà, perché farlo?"

Come mai "Border Radio" è uscito in Italia con questo ritardo rispetto agli Stati Uniti?
È solo una questione di tempi tecnici della distribuzione. Nessuno avrebbe potuto pubblicarlo prima in Italia, e per non restare fermi, l'abbiamo pubblicato negli States e siamo andati a suonare laggiù.

Bruno Germano dei Settlefish ha prodotto le dieci tracce. Com'è stato lavorare con lui?
Bruno ha aggiunto quello che serviva per armonizzare le nostre idee e tenere a bada quelle più folli. Lavorare insieme ha cambiato entrambe le parti. È stato un arricchimento reciproco, una di quelle cose che ti auguri succedano con tutti quelli con cui ti capita di collaborare.

Che tipo di situazione trovi in America quando devi suonare dal vivo? Professionalità, attrezzatura eccetera. Il tutto rispetto a quanto hai visto in Italia.
La professionalità degli artisti americani si vede dalla capacità di adeguarsi a qualsiasi situazione. Una band va a suonare, non fa il soundcheck e suona stritolata in mezzo ad altre 3 band; un set di 30 minuti, 40 se va bene. Hai 5 minuti per settare tutto e 5 minuti per smontare tutto. E devi riuscire a fare uno show indimenticabile in ogni caso. Ci sono milioni di band agguerrite che suonano in continuazione cercando di farsi un seguito, guadagnandoselo persona singola dopo persona singola, concerto dopo concerto, suonando in caffetterie, feste private, negozi di liquori, qualsiasi buco insomma, anche senza palco, anche senza impianto, anche senza strumenti. La padronanza strumentale deriva da una naturalezza all'esplorazione dello strumento, non a una tecnica imparata a scuola da un maestro di musica. Trovi gente che non sa nemmeno cosa sia una accordatura standard, eppure tira fuori suoni e melodie incredibili: naturalezza dell'approccio.

"Border Radio" conserva un certo tasso di sperimentazione. "Holy Dub" o la già citata "Dub-Human-Ism" ne sono ottimi esempi. Come funziona in questi casi? È tutto lasciato all'improvvisazione del momento oppure ogni elemento, anche i momenti più dilatati, è calcolato fin nel più piccolo particolare?
I brani che hai citato possiedono parti improvvisate. C'è un'idea di fondo attorno alla quale ci si muove incessantemente. L'atmosfera che si viene a creare è generata dall'interplay, e lo dirige verso territori che non sono tracciati a priori, anche se noi tutti abbiamo una vaga idea del tipo di stratificazioni che possono venirsi a creare. Ma è come nella meteorologia. Non c'è una previsione accurata al 100% e tutto può improvvisamente seguire linee di fuga impreviste. Le impro sono quindi sempre diverse, anche dal vivo, e non sappiamo mai con certezza né che forma prenderanno, né quanto dureranno, né dove andranno a parare. Un colpo di dadi, insomma.

Di contro, nel disco ci sono invece brani che conservano un appeal pop molto più marcato rispetto a quanto ascoltato con i Delano. "New Millennium's...", per esempio, rivela un approccio quasi mitteleuropeo. Come se dopo aver esplorato gli angoli più oscuri d'America ora cominci a essere il turno della vecchia Europa.
È vero che non c'è più solo l'America. Le nostre stesse esperienze in tour negli Stati Uniti ci hanno portato a scoprire, paradossalmente, musica non solo americana che ci ha letteralmente rapito. Non si tratta però soltanto di musica europea. In effetti, se c'è una chiave d'interpretazione del cambio tra Blake/e/e/e e Franklin Delano, è forse proprio l'iniziare a considerare il folk americano come "musica folk" tout court, cioé musica etnica, o world, o comunque la si voglia denominare. In tal modo il "peso" della tradizione americana è ridimensionato, a favore di un ampio respiro, e di una tecnica di giustapposizione simile al bricolage, senza limiti geografici o semantici, come in un collage "punk" à la Monty Python. In questo nuovo calderone, è più facile inserire influssi mitteleuropei... così come mediorientali o africani.

Perché in Italia la credibilità è data più dalle latitudini e longitudini di una band che dai suoni puri e semplici?
Non so cosa risponderti. Penso che la situazione stia cambiando, che il colmarsi del digital devide stia portando anche gli ascoltatori di musica italiani a comprendere meglio i preconcetti nascosti dietro l'esterofilia. D'altro canto, c'è da dire che anno dopo anno, la proposta italiana diventa di tutto rispetto, in alcuni casi anche superiore, a mio parere, a molta della paccottiglia che continuano a sciorinare quelli di Pitchfork, Pop Matters etc. Immagino quindi che sia solo questione di tempo e di determinazione, che non siamo certo gli unici ad avere qui. Basti pensare a tutti gli artisti Unhip Records, o a tanti altri artisti italiani che all'estero stanno ottenendo un ottimo riscontro.

In America funziona in senso contrario? Che cosa deve fare una band europea non inglese per risultare credibile alle orecchie degli statunitensi?
È vero, in America succede il contrario. C'è molto campanilismo e un'attenzione tutta particolare per tutto ciò provenga dal Regno Unito, a volte sproporzionata rispetto alla reale valenza artistica dell'artista di turno. Però anche lì sta cambiando. Tutti esplorano di più, sono più curiosi, e sono perciò più aperti a lingue e musiche diverse. Anche lì è questione di tempo. Sono ottimista e penso che la scena italiana sia più che pronta per l'esportazione.

Commenti (3)

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  • enver 07/10/2008 ore 11:19 @enver

    a me invece pare che interviste di questo genere se ne leggano sempre meno. Bravi Paolo e Marcella per i contenuti e la mentalità (oltre che per averci dato un album splendido e realmente diverso da quanto si sente in giro), bravo Mario per le domande calzanti, quelle che oggi non fa quasi più nessuno.
    Un saluto particolare al batterista Ilbello :D

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