Verlaine - Via Mail, 09-09-2010 Intervista

18/06/2010 di

Sono in giro da parecchio, ma quest'anno hanno deciso di fare sul serio. Il risultato? Uno dei dischi più sorprendenti di questa prima metà 2010. Marco Villa ha fatto alcune domande a Daniele Rangone, cantante e autore dei testi. Si parla di Torino e dell'Islanda, di lavoro e Cabernet, di Lalli e Truffaut.



Molti testi corrono sul filo del surreale, riuscendo a creare immagini davvero particolari e a fuoco. Penso a "Paavo Nurmi con la fiaccola" ("Ti ho già detto il mio nome") o alla "colazione con rhum e Cabernet" ("Quasi 3"). Come sono nati i testi?
Innanzitutto grazie, "Particolari e a fuoco" mi piace molto come definizione. Io scrivo i testi e devo dirti che effettivamente c'è del lavoro dietro, anche perché quando ho cominciato a scrivere ero un po' all'insegna del "sono triste e voglio indiscutibilmente morire", un po' da Cobain dei poveri. I testi, quindi, erano effettivamente banali e ho dovuto lavorarci sopra per arrivare a risultati migliori.
I testi dei Verlaine nascono di solito da una piccola storia o talvolta anche da una sola frase. Io poi ci giro intorno e poco a poco li sviluppo. Infatti – tranne rari casi – ci metto diversi mesi per terminare il testo di una canzone.

Quanto è contato l'aspetto fonetico/musicale e quanto il significato effettivo delle parole?
Io direi che il peso è del 50% ciascuno. Diciamo che cerco di collocarmi a metà tra i Verdena (per i quali, per loro stessa ammissione, il significato non conta nulla) e la verbosità di alcuni cantautori classici. Vista la scarsità di parole tronche in italiano, è un equilibrio non semplicissimo ma con qualche bicchiere di Ruchè la faccenda diventa più semplice. E lineare.

Uno degli aspetti che avete affrontato maggiormente è quello della solitudine. Mi riferisco al "nome non ricordato" o alla somma delle solitudini in "Dipendente Pubblico". "Rivoluzioni..." è un disco triste secondo voi?
A noi non sembra triste ma dall'interno è difficile giudicarlo. Poi è evidente che una patina di malinconia c'è.

L'altro aspetto ricorrente è il lavoro, che avete affrontato in più punti, ma sempre sfiorandolo. È difficile trovare il modo per parlare di questi temi in una canzone?
Indubbiamente è difficile e infatti, come noti giustamente tu, si gira solo intorno all'argomento. Vedremo in futuro se ci riuscirà l'affondo. Da domani magari mi impongo di scrivere un pezzo barricadero alla Modena City Ramblers, in modo che milioni di ragazze alzino i pugni e lacerino le proprie t-shirts mentre lo suoniamo dal vivo. La vedo difficile, ma non si può mai dire.

Chiedendomi di fare l'intervista, Sandro Giorello mi ha detto "chiedigli anche perché hanno deciso di fare sul serio all'età in cui di solito si smette di suonare". Ecco, perché?
È una domanda molto interessante. Io rifletto spesso su questo aspetto e sono arrivato a questa conclusione: i Verlaine hanno sempre fatto musica in maniera seria, senza però grandi sforzi per farla conoscere. Per quanto mi riguarda, fare uscire queste canzoni passati i trenta ha un significato speciale. Credo che solo con la poesia si possa sopravvivere all'usura e alle mediocrità cui ti costringe questa Italia. Trovarsi a suonare ore ed ore al freddo con la sveglia alle 6.30 il giorno successivo è eroico, poetico, difficile e nel suo piccolo rivoluzionario.
Abbiamo la presunzione che queste storie e queste canzoni meritino attenzione e quindi lo facciamo con dedizione e spinta.

Nel video di lancio del disco, il pezzo è registrato live in una sartoria/stireria. Scelta strana e controcorrente quella di rinunciare alla perfezione della registrazione in studio... come è nata l'idea?
L'idea è arrivata perché eravamo di corsa ed era assolutamente necessario realizzare un video in meno di 48 ore per spingere la presentazione del cd. Quindi abbiamo chiesto a Elena Pignata, stilista dell'atelier Ombradifoglia, di ospitarci nel suo negozio e di poter utilizzare i vestiti della sua ultima collezione, in modo da realizzare un video contemporaneamente raffinato e lo-fi. È stato girato da Francesco Manfrè di domenica mattina e credo che l'audio in presa diretta possa confermarlo.

Mi sembra che abbiate fatto un gran lavoro sulle voci. Valga su tutto l'esempio del finale di "Ti ho già detto il mio nome", in cui – se ho contato bene - si intrecciano quattro linee vocali. Come avete ragionato in questo senso? Il rischio – evitato, secondo me - era quello di appesantire il tutto...
In realtà da molti anni avevo una voglia incredibile di fare questo tipo di lavoro sulle voci, ma convincere gli altri a cantare è sempre stato molto difficile. Ci sono riuscito un anno mezzo fa, dopo che tutti eravamo rimasti fulminati da un live dei Fleet Foxes a Milano. Così, quando ci siamo messi a lavorare ai pezzi nuovi, abbiamo dedicato attenzione e impegno per creare delle linee vocali che potessero funzionare bene e arricchissero le canzoni. Specialmente all'inizio, gli esiti non sono stati molto incoraggianti e per questo abbiamo scritto sul nostro MySpace: "Verlaine: gli Everly Brothers dei nullatenenti". Poi invece le cose sono decisamente migliorate, soprattutto grazie a una convinzione sempre maggiore. Qualcuno, poi, ha preso la cosa davvero seriamente. Mi riferisco a Mauri – la voce baritonale che sentite qua e là nei pezzi – che augura continuamente a Mark Lanegan di ammalarsi, in modo da poter cantare insieme a Isobel Campbell, oppure passa il tempo a mugolare i vecchi pezzi dei La Crus, per commuovere le sue colleghe di ufficio.

Avete coinvolto tanti musicisti di area torinese, da Lalli ai Perturbazione, ma nel disco parlate di Islanda, di Marsiglia. Qual è il rapporto con la vostra città e come è entrata nella realizzazione del disco?
In Islanda nessuno di noi è mai stato, mentre a Marsiglia ogni tanto andiamo a gozzovigliare e a fumare gitanes senza filtro.
Per quanto riguarda Torino: letteralmente la amiamo moltissimo, sembra sempre la sorella sfigata e poetica di Milano. Ci stiamo molto bene, quasi tutti i bar fanno gli aperitivi come si deve e a prezzi ragionevoli. C'è un panorama musicale di eccellente qualità (Perturbazione, Farmer Sea, Nebbia, Armstrong?, Spaccamonti) ed è l'unico posto dove facciamo i sold-out.
C'è poi la magnifica 70 Horses Records, l'etichetta che ha creduto in questo disco e con i suoi mezzi carbonari lo sta supportando al meglio.
Per Lalli, invece, si deve fare un discorso a parte, perché la sua voce è un miracolo e prende a coltellate la mediocrità. Punto.

Ultima pippa mentale sui testi. Ho notato che spesso fate riferimento all'esterno: le citazioni di Truffaut, ma anche la frase sul dipendente pubblico, la scritta sul treno o il "Simona dice che". Sembra quasi che vogliate delegare alle parole di altri la responsabilità di raccontare, oppure coinvolgere altri personaggi nel racconto stesso.
Non è così pianificato, semplicemente è successo. Come dicevo prima, spesso partiamo da frasi che sentiamo intorno a noi. Per dire, Simona ha realmente detto "basta un gin lemon complice contro l'autunno orribile che va da giugno a maggio". Tutto il resto, invece, è frutto di invenzione.

Ma poi, la leggenda del dipendente pubblico che non può avere una storia con una modella, secondo voi è vera?
In assoluto. Io ho fatto qualche anno il dipendente pubblico e di modelle nemmeno l'ombra.

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