Movie Star Junkies - Via Mail, 09-09-2010 Intervista

18/12/2010 di

Per chi non c'era al MI AMI: nel bel mezzo della loro esibizione il cantante Stefano Isaia ha rubato una scala, l'ha portata sul palco e l'ha “suonata” per tutto il pezzo. Per poco non scattava la rissa tra la band e lo staff tecnico. Un live dei Movie Star Junkies è così, ed è per questo che partecipano a molti dei più importanti festival stranieri, e passano più della metà della loro vita in tour. In occasione dell'uscita del nuovo, formidabile, “Melville” li abbiamo intervistati.



Forse non tutti sanno che i Movie Star Junkies hanno macinato centinaia di km tra Europa e Stati Uniti negli ultimi anni... Le vostre impressioni sul mondo sporco e cattivo che avete incontrato suonando là fuori...
Il fatto di stare compulsivamente in tour è una cosa che ha profondamente cambiato il nostro modo di approcciarci alla musica. Lo facciamo da circa cinque anni perché è divertente. Personalmente ho dei ricordi piuttosto vaghi e bizzarri delle nostre prime esibizioni all'estero, anche per via del fatto che nessuno si è mai portato appresso una macchina fotografica e molti aneddoti sono destinati a perdersi… Stare in tour è un modo strano di viaggiare, in realtà tutto ciò che vedi sono il furgone, l'autostrada e gli autogrill. I currywurst tedeschi, i panini freddi con poulet cruditès da 4,70€ degli autogrill francesi (quando te li puoi permettere). Poi arrivi in un posto, scarichi, sudi e ti ubriachi per due ore di fronte a una folla che in genere va dalle sei alle (quando sei fortunato) duecento persone (la regola è che il concerto si annulla se c'è più gente sul palco che sotto). Poi ricarichi tutto e cerchi di non perdere le chiavi del furgone. E te ne vai. "Life on tour is hurry and wait" è una bella frase che dicono gli americani: non so di preciso dove tutto questo ci abbia portato o cosa ci abbia insegnato, ma non credo che riuscirei a pensare ai Movie Star Junkies escludendo il bagaglio di centinaia di concerti e migliaia di chilometri percorsi.

Avete partecipato a qualche festival simile al MI AMI?
Abbiamo partecipato a un mucchio di festival. Una volta in Francia (credo fosse dalle parti di Perpignan) abbiamo suonato a questo festival che si svolgeva in un campo di calcio. Era gremito di gente. C'è stata da subito una risposta impressionante, pensavamo che il pubblico ci avrebbe travolti e uccisi. Eravamo in tour coi nostri amici Intellectuals e anche loro fecero un concerto devastante. Francesco (degli Intellectuals) si infilò il microfono in bocca e passò l'ora successiva con la paranoia di averne ingoiato un pezzo. I francesi apprezzano gli eccessi, crediamo sia colpa del sussidio di stato che permette loro di non fare un cazzo dalla mattina alla sera.

Ritornando alla vostra esibizione al Magnolia... Raccontateci cosa diavolo è successo lassù sul palco... Vi sono piaciuti lo spirito ed il clima del MI AMI?
Per noi non è successo nulla, davvero. Se pensavano a noi come a degli sprovveduti spero che si siano ricreduti. Ripeto, non è la prima volta che Stefano fa di queste cose, sa benissimo che cosa sta facendo in ogni momento dello show. Ci domandiamo perché presentarci come "animali da palco" nel magazine in regalo all'entrata se poi si pretende che facciamo piano-bar. Una volta in Svizzera, in un locale piuttosto grosso e strapieno di gente, Stefano ha accidentalmente rotto un tavolino mentre lo suonava. 30,00€ detratti dal cachet. Questo è il peggio che ci sia successo in cinque anni di concerti. Ringraziamo (senza polemiche) ancora i fonici e gli organizzatori per l'apprensione, e speriamo di non essere presi per dei debuttanti anche la prossima volta, se ci sarà… e magari anche di avere anche la possibilità di fare un sound-check che duri più di venti secondi perché alla fine quello che conta è il concerto e il resto sono minchiate. Lo spirito e il clima del MI AMI suppongo fossero buoni, faceva abbastanza caldo e non ho visto molta gente limonare. I cocktail erano strepitosi e mi pare anche le bariste.

Siete editi per la svizzera Voodoo Rhythm: raccontateci come un'etichetta così storicamente importante per il garage può aiutare un gruppo emergente a stare a galla nel mare magnum della musica infinita della rete…
Il mare magnum della musica in rete in realtà è un acquitrino dove c'è pochissima roba che valga la pena di essere ascoltata. Reverend Beatman ci ha accalappiati quando erano in pochissimi ad apprezzare "Melville", e questo è un merito, perché poi anche altra gente ha apprezzato quel disco ed è stato ristampato due volte. Chiaramente è stato di grande aiuto lavorare con lui ed è sempre stato molto rispettoso del nostro lavoro e delle nostre scelte, il che è quanto di meglio si possa esigere da un'etichetta discografica.

"Melville", il vostro primo album, era un puro distillato di rabbia; "A Poison Tree" suona invece più ubriaco, quasi divertito in certe cavalcate spettrali... Più che un cambio di rotta mi sembra che stiate mettendo lentamente a fuoco il vostro suono…
Sì, hai centrato il punto. Il fatto che il secondo disco suoni più pacato del primo è una cosa puramente casuale. Abbiamo sperimentato delle cose nuove, ci sono piaciute e le abbiamo registrate senza pianificare granché. Molte cose che in "Melville" suonavano storte e "ubriache", oggi suonano ancora peggio. Abbiamo anche inciso dei brani più "violenti" (anche più di "Melville") e poi li abbiamo esclusi, non perché fossero meno validi, ma per rendere il disco un po' più solido e compatto. Non vediamo l'ora di metterci sotto a registrare il terzo disco.

Parlateci dei due video tratti da "Melville": "Little Boy" di Monty Buckles e soprattutto l'apocalittico "Tongues Of Fire"…
Anche i video hanno avuto un'origine piuttosto casuale. In entrambi i casi si tratta di lavori di persone che conosciamo bene, di amici, di cui ci fidiamo. Il budget totale è stato di 400$ a Monty per il video americano e una cena di pesce (ancora da offrire) a Gek LaMerda e Matteo Fontana, i registi di "Tongues Of Fire". Le scene di "Little Boy" in cui suoniamo sono state girate durante il nostro concerto al Redwood Bar di Los Angeles. Quelle con la tipa nuda che corre sono state girate nel deserto della California. Per quanto riguarda "Tongues Of Fire", è stato girato in un pioppeto vicino a Grosseto, che credo sia stato abbattuto poco dopo. Molti degli attori sono nostri amici o conoscenti ed è stato curioso scoprire di avere degli amici con dei volti tanto "antichi" e interessanti. Se vivessero a Hollywood sarebbero tutti famosi. La cosa più gratificante è il fatto che qualcuno prenda spunto dai tuoi brani per lavorarci su, che quello che fai ispiri qualcun altro a fare qualcos'altro.


(Tongues Of Fire)

Tornando a "A Poison Tree", parlateci di "Leyenda Nera", il pezzo a mio avviso più trascinante dell'album…
Anche in "Leyenda Negra" ci siamo fatti aiutare dagli amici. Principalmente quando ci serve qualcosa ci rivolgiamo a Mattia Bernardi, il ragazzo che aveva arrangiato "Melville" per farlo suonare alla banda di boves. Qui suona le percussioni e il vibrafono e insieme a lui ci sono Diego Viada alla tromba e Ivan Grosso, anche lui alle percussioni. Entrambi fanno parte degli OaXaCa, un ensemble free jazz di cui fa parte anche Boto, il nostro chitarrista. In seguito abbiamo anche aggiunto il sassofono di Matt dei Mojomatics nel ritornello. Anche in questo caso, tutto merito degli amici.

Nene, vostro bassista, è titolare con Matt dei Mojomatics dell'Outside/Inside Studio di Montebelluna, un po' un'officina del garage italiano: come vanno gli affari? Cosa bolle in pentola?
Lo studio va molto bene, siamo molto felici perchè oltre a crescere qualitativamente, con il nostro modo di registrare, completamente analogico, stiamo reintroducendo la mentalità delle produzioni che rappresentano veramente la qualità effettiva delle band, e non solo nel garage ma anche nell'indie rock e nell'elettronica; al''Oi studio non ci sono editing, o trucchi per correggere imperfezioni o incapacità delle band, e questo che per molti è un limite, per noi è una qualità imprescindibile!

Invece Boto, il vostro chitarrista, si vanta di avere un suono agricolo… Come mai?
Perché una volta ha registrato un trattore che suonava come una chitarra distorta. E poi perché fa il coltivatore di mestiere e odia i frutti della terra, specialmente mele e pesche che sono quelle che coltiva. Odia anche i piccioni e li uccide quando può perché da piccolo suo padre lo costringeva a pulire il sottotetto.

Torino come la vivete? Come si sta in Piemonte? Non c'è niente di cui essere ottimisti a Torino e in Italia, al momento. Cota e gli alpini a spasso per San Salvario (da qualche tempo il comune ha introdotto nuove pattuglie di Alpini per controllare meglio il quartiere, NdR) ci danno il voltastomaco.

Ma cantare in italiano? Troppo rivoluzionario?
Un giorno o l'altro incideremo un disco di cover di Paolo Conte, Piero Ciampi, e del "Gorilla" di De Andrè. E poi andremo a suonarle in Francia.

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    I Kasabian hanno pensato di rimandare una data del tour per il Derby della Lanterna