Athebustop - via Mail, 09-11-2008 Intervista

10/11/2008 di

(foto di Silvia Martini)

Nell'ultimo anno i cantautori hanno ritrovato un loro spazio ben definito. E' aumentata l'attenzione come sono aumentati i nomi che ripropongono la forma canzone ridotta all'osso, chitarra e voce. Tra le tante nuove scoperte c'è Athebustop, ragazzo pesarese con solo due demo all'attivo ma con una voce molto particolare e brani da pelle d'oca. Si presenta, si racconta, ci parla della sua città e delle sue canzoni. Di Marco Villa.



Per iniziare non si può fare a meno di una presentazione... da dove spunta Athebustop?
Mi presento, mi chiamo Claudio. Vengo da Pesaro. Vivo a Bologna. Suono il piano dall'età di 6 anni. Fino a circa tre anni fa avevo una band, ci chiamavamo Mondayontv. Abbiamo fatto un disco, di dodici canzoni, uscito, recensito e portato un po' in giro per l'Italia con qualche concerto. Io suonavo la chitarra elettrica, il piano e cantavo. Nel 2005 il gruppo si sciolse, in parte a causa di una profonda crisi di identità, in parte per cause tuttora ignote. Negli ultimi tempi della band avevo iniziato a scrivere dei brani diversi ed esibirmi chitarra e voce prima dei nostri concerti. Inoltre i miei amici e concittadini Damien* mi invitavano spesso ad aprire le loro date. Nel frattempo avevo acquistato una scheda audio e registrato qualche canzone chitarra e voce. Nei primi mesi del 2006 mi viene la curiosità di provare a partecipare a qualche concorso di musica emergente. Parto dalla pagina "Concorsi" di Rockit e spedisco una decina di domande di partecipazione. Qualche mese dopo arriva la vittoria del Trofeo Bar Wolf di Bologna, poi finisco sul palco emergenti dell'Heineken Jammin Festival ad Imola (tra gli altri con Musetta e Canadians), un mese dopo al Neapolis Festival (c'erano Baustelle, Eels e dEUS). L'esperienza del live in solo mi rapisce letteralmente e mi spinge a scrivere ancora. Nel frattempo nell'autunno 2006 incontro Matteo Gamberini, cantautore bolognese. Scopriamo di avere entrambi il desiderio di suonare tanto dal vivo. Per tutto il 2007, iniziando da Bologna, spingendoci un po' in tutta Italia e raggiungendo pure la Svezia e Lussemburgo, organizziamo insieme in una serie di live che chiamiamo "All By Myself" nei quali presentiamo i nostri rispettivi brani e qualche cover ben scelta insieme. Intanto scrivo ancora nuovi brani, torno diverse volte ad esibirmi a Lussemburgo, dove trovo delle persone meravigliose e la proposta da parte dell'etichetta Pocket Heaven di inserire un mio brano, "A Wish", nella compilation "Tales From My Pocket" accanto ai brani di Roberto Angelini, Giovanni Ferrario e Sara Lov ed infine di realizzare il mio album di debutto entro la prossima primavera. La registrazione di "A Wish" è l'occasione per iniziare la collaborazione con Miriam, violoncellista e amica, con la quale divido il palco da aprile 2008. In questo momento sono nel mezzo di una serie di date autunnali, su e giù per l'Italia, in attesa di completare i lavori per l'uscita del mio primo album.

Athebustop: un nome potenzialmente collettivo per un progetto solista. Perché questa scelta?
Mi piacque l'idea di stare dietro ad uno pseudonimo e scelsi questo dopo una lunga serie di tentativi. In senso autobiografico la fermata dell'autobus è un luogo che mi riporta ai tempi della mia adolescenza, quando aspettavo l'autobus che mi portava a scuola. In senso universale lo vedo come il luogo nel quale concentrare metaforicamente il mio rapporto con il tempo, la fermata dell'autobus come metafora della vita. Salire sull'autobus, perdere l'autobus, l'autobus affollato, l'autobus in ritardo. È inoltre un luogo (non-luogo) nel quale naturalmente si tende a pensare molto o ascoltare musica o leggere. Tanti individui in piedi o seduti, perfetti sconosciuti, spesso così vicini fisicamente ma così lontani nei pensieri. Ognuno con la sua storia. È un momento della giornata che possiamo riprenderci e fare nostro, che otteniamo come riscatto di una vita densa e frenetica vissuta alla velocità della luce.

Vista la lingua inglese, i modelli di riferimento viene spontaneo cercarli all'estero: Nick Drake, echi di Neutral Milk Hotel del primo EP, chi altri?
In tutta onestà (e umiltà) devo confessare che ho avuto il piacere di ascoltare approfonditamente Nick Drake solo la scorsa estate e non ho mai sentito parlare di Neutral Milk Hotel. Ora che conosco Nick Drake (è stata una rivelazione, un colpo di fulmine!) e che mi rendo conto della sua immensità, sento che un accostamento a lui mi imbarazzerebbe non poco. Non ho ricevuto una formazione di tipo "cantautorale". Il gruppo che più di tutto e tutti ha rivoluzionato e influenzato la mia musica credo siano i Radiohead, anche se può essere non immediato notarlo. Ho iniziato a scoprire ed apprezzare i cantautori vecchi e nuovi solo negli ultimi anni. Ascolto soprattutto band, americane o inglesi. I miei preferiti sono i Radiohead appunto, poi Air, i primi Coldplay, Sigur Ros, Bjork, Death Cab For Cutie, Bright Eyes, The Get Up Kids, Karate, Pedro The Lion, Elliot Smith. Tra gli italiani adoro i Perturbazione anche se nel mio cuore rimane sempre un posto per i grandissimi Scisma.

Nelle foto sul tuo sito si vedono immagini di campagna, assolate e solitarie, calde e gelide allo stesso tempo. È questo il mondo che vorresti ricreare?
L'idea di quelle foto appartiene a Silvia Martini, una ragazza che ci chiese di posare la scorsa estate nell'entroterra pesarese. Quelle foto avrebbero poi fatto parte di un'esposizione. L'idea era di immortalare un nostro concerto in aperta campagna. Le foto mi sono piaciute tantissimo, ero davvero a mio agio in mezzo a quei paesaggi meravigliosi, in più l'aria così buona, il cielo azzurro e l'oro del campo di grano. Lontano dal trambusto urbano, lontano dal caos e dal cemento. È stata un'esperienza bellissima ed ispiratrice. L'essenzialità di quel paesaggio rispecchia in un certo senso l'essenzialità che ritrovo nella mia musica.

I pezzi dell'EP parlano di luoghi in cui si torna, per volontà o fatalità. Luoghi mentali e fisici. Qual è il ruolo della tua terra natale nella tua poetica?
Sono molto legato a Pesaro, la mia città natale. Vorrei spendere due parole su questa città, talvolta molto criticata dai suoi stessi abitanti. Credo che come tante altre piccole città italiane soffra della mancanza di un ventaglio completo di opportunità, il che spinge molti giovani a spostarsi altrove, ma allo stesso tempo offre una dimensione molto umana per vivere. Politicamente purtroppo soffre di una sorta di "sindrome di inferiorità" verso altre città più "emancipate" della riviera e si trova spesso ad importare modelli (come quello turistico o edilizio ad esempio) del tutto inadatti alla natura originaria della città. Ciononostante negli ultimi anni mi sembra di sentire affiorare a Pesaro una nuova identità. Chi abita vicino mare credo concordi nel dire che il mare ha un ruolo fondamentale nella vita di una città. Non importa quanto sia bella la spiaggia, quanto sia più o meno frequentata. Il mare offre sempre la possibilità di confrontarsi con la sua infinità, la sua vastità, la sua imprevedibilità, il suo mistero. Adoro tornare a Pesaro, nei pomeriggio d'autunno andare a salutare il mare. Ecco, più che con Pesaro credo di avere un legame indissolubile con il mare.

Spesso quando ascolto musica come la tua resto impressionato da qualità e capacità, ma mi sorgono anche dubbi circa una certa omogeneità di genere. In che modo cerchi di acquisire una tua cifra personale nell'affollato mondo "chitarra e voce"?
Quando sei emergente e la gente sta iniziando ad ascoltare la tua musica è spesso inevitabile rientrare in una certa classificazione. In questo periodo effettivamente sono tanti i progetti con dimensione "chitarra e voce" che stanno venendo alla luce. Io sinceramente ci sono troppo dentro per poter elencare oggettivamente gli elementi che contraddistinguono la mia musica dal quella degli altri, come non saprei dire con tutta sicurezza cosa distingue un cantautore dall'altro. Quando si tratta di chitarra e voce, credo che a fare la differenza sia l'autore in sé e la sua particolare sensibilità, che esprime nei testi e nelle linee di voce e chitarra. Da parte mia cerco di fare questa cosa con sincerità. Ecco, in quei brani vedo un'immagine impressa di me. Quelle canzoni sono io stesso. Per questo motivo non mi fa paura il fatto che possano essere esteticamente catalogate alla voce "cantautorato acustico", perché poi l'ascolto porta ad un incontro diretto con me.

Il nuovo EP è molto più raccolto del precedente. Da dove nasce questa volontà di rendere ancora più intimista un suono comunque già essenziale?
L'EP "Lazy Sunday" è tratto da un registrazione live dell'omonima trasmissione radiofonica presso la radio lussemburghese Radio Ara. Alla fine della trasmissione mi fu consegnato un cd con le tracce registrate. Era la prima volta che finivano su un supporto fisico. Le ascoltai parecchio al ritorno da Lussemburgo e mi accorsi che i brani avevano preso dei colori e dei sapori di quella città. Così decisi di rilasciare ufficialmente quelle registrazioni con un EP autoprodotto. Rispetto all'EP precedente, che risale al 2006, questo è caratterizzato da un'omogeneità superiore, che nasce da una necessità di trovare un filo conduttore al materiale scritto negli ultimi tempi. È inoltre il tentativo di raggiungere l'essenza più interna dei brani, di scoprire la loro profondità, la loro dimensione più segreta.

"Peter Pan" è presente sia in questo EP che nel precedente, me ne parli? Io l'ho intesa come una sorta di appello generazionale a svegliarsi perché tutti gli eroi sono ormai morti.
"Peter Pan" è stato, assieme ad "A Wish", il primo brano che registrai come Athebustop. Ha un testo molto semplice e molto diretto dove il protagonista parla in prima persona e prende una decisione ben precisa: "now it's time to wake up!". Fui molto attratto dalla figura di Peter Pan all'interno del film "Hook" di Spielberg. Peter Pan parla della possibilità di riuscire a fare le cose, nonostante tutto e tutti, nonostante la rassegnazione e gli ostacoli, reali e solo immaginati. È un inno, in effetti, al non rassegnarsi, al non avere paura di agire, nonostante gli errori che si possono commettere. Per fare ciò, come in Peter Pan, possiamo contare sui nostri pensieri felici. È sempre bene poter custodire e disporre di una manciata di pensieri felici... credo.

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