Criminal Jokers - via Mail, 10-02-2010 Intervista

14/02/2010 di

A guardarli in faccia sono i classici ventenni piantagrane, di quelli che non perdono occasione per prenderti per il culo: che si tratti di definire cos'è la "ricerca dodecafonica e postmoderna di una canzone" o l'affermare che se un gruppo non attira pubblico ai concerti dovrebbe porsi delle domande prima di lamentarsi. Prodotti da Appino degli Zen Circus, hanno pubblicato un disco d'esordio certamente derivativo, ingenuo, ma di una visceralità disarmante. Essere sfacciati senza ritegno, lo chiamano Punk, loro. Mario Panzeri ha intervistato i Criminal Jokers.



Un giorno il folk riottoso incontrò la new wave: non era il Futuro, sembravano gli Anni Novanta, in realtà erano proprio questi Anni Zero-Dieci. Signore e signori, un trio pisano col batterista cantante che suona in piedi, i Criminal Jokers...
Francesco Motta: Io e Simone suoniamo insieme da almeno cinque anni. Avevamo un batterista molto tempo fa ma il primo concerto che facemmo a Pisa era in un locale talmente piccolo che ci potevamo stare solo in due. Così sono diventato il batterista cantante. Andiamo in giro a far concerti in una Seat Ibiza dove ci stanno tutti gli strumenti e non più di tre persone. Francesco, il chitarrista, suona con noi da nemmeno due anni. In pochissimo tempo abbiamo capito che era tutto quello che mancava a tutto quello che avevamo costruito io e Simone e abbiamo fatto un disco. Ti assicuro che avremo tantissime cose da raccontare di questi cazzo di anni zero...

Pisa, città universitaria, mi sembra un bel posto in cui vivere e fare musica: confermate?
F. M.: Ogni essere umano ha nel proprio dna una propensione spiccata nel lamentarsi delle proprie radici e soprattutto della propria città. Personalmente per me (e spero di parlare anche a nome degli altri) non è assolutamente così. Pisa è viva, ma non saprei dire quanto dobbiamo ringraziare Pisa per quello che ci ha dato a livello musicale, forse niente, si percepisce nell'aria e negli occhi della gente tanta voglia di fare, ma pochissima gente, alla fine, fa. La maggior parte delle cose che abbiamo imparato in questi anni le abbiamo imparate non standoci ma tornandoci. Ci sono tantissimi gruppi di qualità. Purtroppo in Toscana si sta molto bene, per cui molti di questi si sono accomodati sul niente.

E poi siete capitati all'orecchio di Andrea Appino che vi ha voluti per la sua Ice For Everyone. Com'è nato il disco, soddisfatti?
F. M: Andrea lo conosco da tanto tempo ed era la persona più idonea a potenziare quello che stavamo facendo. Avevamo registrato dei pezzi, due dei quali con Brian Ritchie dei Violent Femmes. Stavamo per stampare quelli, ma, per fortuna direi, era un periodo di cambiamento, i live erano via via diversi, avevamo scritto delle nuove canzoni e quelle vecchie non facevano più parte di noi. Ci siamo resi conto che in quindici giorni potevamo registrare un disco finalmente "nostro" e ci siamo riusciti in pieno grazie anche ad Andrea e Max "Stirner" Fusaroli (che ha registrato anche "Andate tutti affanculo", l'ultimo album degli Zen Circus, NdR).

L'album è sicuramente acerbo e pieno di influenze, se vogliamo un po' ingenuo: ma suona decisamente fresco e onesto proprio per la sua sfacciataggine...
F. M.: Sarà la giovane età? Le influenze ci sono. Parlare di un primo disco significa parlare tanto di paragoni, di questo ce ne stiamo accorgendo, ma ci tange fino ad un certo punto. Ci vuole credibilità in quello che fai, soprattutto per suonare un genere come il nostro, soprattutto se hai ventitré anni e soprattutto se vuoi far musica. La sfacciataggine fa assolutamente parte del nostro modo di essere. Noi in molti casi lo chiamiamo Punk.

Avete aperto parecchie date agli Zen Circus: cosa vi ha più positivamente impressionato del sottobosco italiano della musica dal vivo? E cosa vi ha lasciato proprio perplessi?
Simone Bettin: Di realtà musicali ce ne sono un sacco e per giunta molto interessanti... purtroppo però permane un problema di riflusso generale: di fatto i gruppi, e i locali dove suonano, sono sempre gli stessi.
Francesco Pellegrini: In generale ci sono gran bei locali in giro e nonostante l'assalto dei dj set, l'assedio della house e della tecno music delle discoteche, c'è ancora gente che ha voglia di ascoltare buona musica dal vivo. I concerti Zen stanno andando bene a livello di pubblico ed anche i nostri, niente male direi. Chi non ha pubblico deve farsi delle domande.

Si sente molta irruenza grunge nel vostro incedere, mi sbaglio? "My Mother Got Fucked" mi ha riportato direttamente al tiro di "Territorial Pissing" dei Nirvana, non saprei spiegarvi perché, vi parlo proprio di attitudine...
S.B.: Boh... a me sembra proprio che "Territorial Pissing" non ci combini una mazza, nonostante sia un gran pezzo.
F. M.: "My Mother Got Fucked" non è assolutamente una dedica a mia madre, ma a tutti quelli che pensano alla figura della donna come intoccabile e vergine: le madri (le vostre pure), le mogli (le vostre pure) hanno fatto sesso innumerevoli volte prima della vostra conoscenza. Questo concetto è stato espresso al meglio dagli obbligati, dai cromatismi e dalla ricerca dodecafonica e postmoderna della canzone...

Inoltre mi ha molto incuriosito "Deep Rider", forse il pezzo più convulso e malato del disco, parlatecene un po'...
F. P: Ho scritto questo pezzo poco prima di entrare in studio per la registrazione del disco, dopo un anno di permanenza nei Criminal. Sentivo il bisogno di inserire un brano che fosse principalmente mio, cosi è nata "Deep rider": un riff di chitarra incalzante, interrotto soltanto da alcuni obbligati alla Zu e da un solo di chitarra alla Jack White dopo la notte più marcia della sua carriera. "Deep rider", un brano che ha una sola nota nel giro di accompagnamento di basso che rende il tutto ancora più ossessivo, ostinato, ipnotico. Ha la sua particolarità maggiore forse nel cantato, nel modo di dare epressione a quelle parole, quelle figure da Kamasutra. "Deep rider" è una canzone che parla di sesso, solo di sesso.

Mi pare di capire che ci sarà un futuro per testi anche in italiano...
F. M.: Mi pare di capire che c'è un volo per New York che costa intorno a 400 euro...

Commenti (1)

  • Gli Osservatori Esterni 15/02/2010 ore 12:42 @gliosservatoriesterni

    Ricordano parecchio gli zen Circus, forse un po' più punk!

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