Canadians - via mail, 13-04-2010 Intervista

08/06/2010 di

(Foto di Bea De Giacomo)

Lo scorso aprile è uscito "The fall of 1960", il nuovo disco dei Canadians, ormai a quattro anni di distanza dall'ultimo "A Sky With No Stars". Ecologia, suicidi, riff rubati a Ligabue e ironia in grande spolvero: l'intervista di Renzo Stefanel.



Nel 2007, un sacco di polemiche su "A Sky…"; oggi quasi silenzio assoluto. Che è successo?
Massimo: Parlare di silenzio assoluto perchè nessuno commenta la nostra recensione su queste pagine mi sembra esagerato. Esiste un intero mondo al di fuori di Rockit. Le polemiche sono sempre piacevoli, ma le belle recensioni lo sono di più.
Vittorio: Forse perché nessuno caga più Rockit? Io ad esempio l'ho rimosso dai preferiti nel 2008.
Duccio: La gente non è pronta per questo album. Questo è un disco che forse verrà capito tra 30 anni. Prova a tornare su Rockit tra 30 anni e vedrai quanti commenti ci saranno per questa recensione.

Il disco precedente era veramente un' "Ode To The Season", quella estiva. Questo giro invece abbiamo "The Fall of 1960". Solo un gioco di parole? E la scelta dell'anno? È casuale o risponde a un'idea precisa?
M: Il disco precedente in realtà era meno estivo di quanto si potesse pensare. Ok, la copertina lo era. Molti titoli dei brani pure. Ma l'atmosfera generale era tutto fuorché solare ed estiva, a parte due o tre episodi. Il titolo del disco attuale invece è molto più fedele forse all'atmosfera del disco, ma è un caso fortuito: per sceglierlo abbiamo semplicemente preso la canzone con un titolo di nostro gradimento, e fine. Canzone che, oltretutto, è quella che meno mi piace in tutto il disco. Per la scelta dell'anno credo ti risponderà meglio Duccio nelle prossime risposte.
V: Nel disco precedente eravamo giovani, ma in questi tre anni siamo invecchiati precocemente. Duccio invece no. Lui nel 1960 ha cominciato a perdere i capelli.
D: È il titolo di una canzone dell'album. Ci piaceva e lo abbiamo utilizzato anche per dare il titolo all'album. Guardacaso, come dici tu, va a cozzare un po' con l'atmosfera estiva che caratterizzava "A sky with no stars". Credo che si respiri un'altra aria in questo album, sicuramente meno solare, quindi l'autunno si presta bene a descrivere questo tipo di situazione. La scelta dell'anno l'ho già spiegata prima ed è un aspetto che riguarda solo la canzone.
M: Io e Duccio la pensiamo nello stesso modo per quel che riguarda il primo disco, direi...

È inconsueto il testo di "The Fall of 1960", dove il protagonista ha cent'anni e ripensa a quell'autunno di già 50 anni fa...
D: In realtà in "The fall of 1960" non viene raccontata una storia, sono solo una serie di flash-back, di immagini buttate lì in cui appunto il protagonista ormai al tramonto ripensa e cerca di riassaporare in pochi istanti il momento più bello della sua vita. Non è un caso poi che l'attenzione sia rivolta verso quegli anni '60 che, nell'immaginario collettivo di quelli che come me non li hanno direttamente vissuti, hanno un valore quasi epico, mitico come se tutte le cose belle e significative fossero successe in quegli anni lì. Anche se poi, forse, non è andata esattamente così.

A volta compare un'ironia che stempera il rischio di essere zuccherosi: il protagonista di "Carved in the bark" vuol tornare al parco dove ha inciso su un albero il nome suo e della sua ragazza, ma trova che il parco è stato raso al suolo e ci hanno costruito delle case.
D: È un'ironia dal sapore amaro. E' triste scoprire che il parco dove sei cresciuto, hai passato parte della tua vita, viene raso al suolo e sostituito da una serie di condomini a schiera. È un po' una fotografia della realtà di oggi. Il problema è che oggi la realtà è molto più frenetica di come la immaginiamo e quindi non facciamo in tempo ad accorgerci che un posto è cambiato che il giorno dopo è cambiato di nuovo. Questa cosa è inquietante. Però a volte succede che qualcosa rimane e allora possiamo aggrapparci al passato.
M: Raccontiamo come è stato modificato il testo di questa canzone in fase di registrazione, suvvia. Duccio aveva infilato in alcuni punti un centinaio di parole dove la metrica consentiva l'uso di tre sillabe al massimo. Soluzione veloce: togliere tali parole e sostituirle con gli "yeahyeaaaah". Mai idea fu più efficace.


Anche in "Open Letter To An Alpine Marmot" compare il tema dell'ecologia, affrontato in maniera originale e non sloganistica. Bello.
D: Il tema dell'ecologia è ricorrente nei testi dei Canadians, anche il primo album era pregno di riferimenti legati a problematiche ambientali. In questo caso effettivamente la formula è un po' inconsueta: c'è questo anonimo mittente che si rivolge direttamente ad una marmotta alpina mediante lettera aperta per metterla in guardia sulla pericolosità dell'uomo moderno. Com'è noto le marmotte vivono in luoghi isolati e incontaminati, lontani dall'influsso dell'uomo, non lo conoscono. Ogni tanto mi viene in mente il film "Independence Day" dove ad un certo punto c'è un alieno che dice qualcosa tipo "Voi esseri umani siete come i virus, vi insediate in una determinata area fino ad esaurirne tutte le risorse e poi quando non è rimasto più niente cambiate area", e così via. Non so perchè ma mi ha sempre fatto un certo effetto questa frase. È un po' quello che cerca di spiegare questo improbabile mittente alla marmotta.
M: L'ecologia è ormai il mio incubo. Nel disco precedente abbiamo cantato di orsi come fossero birre (questa la capiranno in tre), pinguini, alci, e sicuramente altre bestie. Nel disco attuale, al momento dell'ascolto finale, ho iniziato a sentire gabbiani e altri volatili emettere versi e urla varie e ho semplicemente bestemmiato, esprimendo la mia avversione per un disco che, in alcuni punti, sembrava la colonna sonora di un documentario del National Geographic. Dopo due o tre ascolti ho cambiato idea. Fortunatamente, nell'unica canzone dove canto pure io, non si parla di animali e inquinamento.

In "Yes Man" mi sembra che i versi "bad times to make a change / bad times for lucid dreams / bad times for unproductive things / but I don't give a fuck / you're gonna make things change" vadano al di là del riferimento alla storia d'amore di cui si parla.
V: "Yes man" parla dei rapporti, di come si percepisce la realtà, e di come le scelte che facciamo modifichino il nostro modo di percepirla. Scendere dal piedistallo, affrontare un cambiamento di prospettiva, un percorso interiore non è facile, è doloroso, e ci sono situazioni in cui tutto il mondo rema contro... Accettare tutto più o meno passivamente è la scelta più facile, forse è molto più difficile dire di no... E poi che senso ha guadagnare tutto il mondo per poi perdere o rovinare se stessi?


La paura del matrimonio in "The Night Before The Wedding" porta al suicidio la protagonista…
D: Non so se sei mai stato in Irlanda sulle Cliffs of Moher. Beh, lì è pieno di cartelli con la scritta "In memoria di coloro che hanno perso la vita alle Cliffs of Moher" oppure "Hai bisogno di parlare? Chiama il...". A quanto pare c'è un altissima percentuale di suicidi in quel luogo. Ecco da qui ho preso spunto e ho scritto il testo di "The Night Before The Wedding". A dire il vero ho cercato di rendere tutto molto rarefatto, onirico quindi non si capisce bene se la protagonista alla fine si suicidi o stia sognando, tant'è che quando salta dalla scogliera si fonde in un tutt'uno con le stelle cadenti. E' un po' come ti senti quando visiti luoghi come l'Irlanda e in particolare le Cliffs of Moher: ti sembra di vivere in una fiaba e allora ti riesce più semplice fantasticare e immaginare di tutto.
M: Ero convinto che questo fosse un disco allegro e spensierato. La prossima volta magari controllerò i testi.


Molto bello il ritratto della vita di una lavapiatti in "Kim The Dishwater". L'ho trovato molto americano e davvero poco italiano, ma magari mi sbaglio. Da cosa è stato ispirato questo testo?
D: "Kim the Dishwasher" potrebbe essere letta come una Cenerentola in versione moderna e attuale, quindi senza principi azzurri e palazzi sfarzosi. Bisogna fare i conti con la realtà: una famiglia da portare avanti da sola e un lavoro abbastanza misero. Proprio il lavoro da lavapiatti la aiuterà in qualche modo a purificarsi del suo passato che non le è stato particolarmente favorevole. Così l'acqua che scorre dal rubinetto oltre a portare via l'unto delle pentole in un certo senso porta via anche i suoi dispiaceri. Non so se questo possa suonare americano, forse sì.
M: Quindi è vero! Kim è una persona! Non è una lavastoviglie!!! Enorme delusione. Già me la vedevo, innamorata di Jed The Humanoid. La prossima volta devo dire a Duccio di dare risposte meno serie e leggermente più ironiche, perchè non vorrei che qualche lettore decidesse di fare un salto alle Cliffs of Moher. Letteralmente.


Bello anche il quadretto di "The Richest Dumbass In The World", anch'esso in un certo senso molto americano, per la speranza che sembra risollevare il protagonista e viene dalla fede. Un po' Frank Capra, forse, no? Nel senso migliore. Anche qui, da cosa è stato ispirato? E qual è il ruolo della fede nella vita dei Canadians o almeno di chi scrive i testi?
V: Se la fede aiuta questa trasformazione ben venga.
M: Fede? Whuuuuuut?


Quanto hanno influito le "lezioni americane" sulla composizione dei nuovi brani?
V: Io ho studiato un po' il banjo tenore, forse è stato quello.
D: Siamo tutti molto legati alla scena americana e quindi è normale che questo aspetto si faccia poi sentire nei nostri dischi. Rispetto al primo album però credo che ci sia un arricchimento maggiore delle sonorità anche grazie al fatto che Vittorio ha partecipato in prima persona alla composizione dei brani. Quindi per esempio le sue canzoni possono suonare forse più beatlesiane e meno americane. Anche in fase di arrangiamento abbiamo cercato di variare molto per dare un sapore diverso ad ogni brano. Poi è chiaro che i riferimenti sono comunque quelli. Non abbiamo tradito il nostro passato.
M: Parli delle lezioni americane di Calvino? Quello degli Hot Gossip?


I nuovi brani mostrano aperture a influssi diversi da quelli del college pop. È stata una scelta voluta o naturale?
V: La Ghost voleva brani college pop, il Michi e Duccio volevano fare un disco cerebrale e inascoltabile, si è arrivati a una mediazione dopo un paio di birrette.
D: Credo faccia parte di un percorso di maturazione artistica. Suonando insieme da anni, col passare del tempo è normale che ci si affacci a nuove prospettive sonore. Poi tieni conto che dall'uscita del primo album al secondo sono passati bene o male tre anni, quindi c'è stato parecchio tempo per riordinare le idee e sperimentare nuove soluzioni.
M: molte canzoni del disco precedente erano state scritte prima che Vittorio e Christian entrassero nella band, invece questo nuovo disco è il frutto del lavoro di tutti e cinque, e infatti per la prima volta nella storia divideremo i proventi Siae in parti uguali. Credo che questo nuovo modo di scrivere abbia portato una maggiore varietà sia in fase di composizione che in quella di arrangiamento. Tre anni non sembrano poi molti, ma fanno la differenza.


Chi è l'insospettabile fanatico del Liga nella band? Ché già in "A Sky…" c'era un pezzo con un riff alla Ligabue…, "Ode To The Season".
D: Sicuramente Michele è un fanatico delle prime cose del Liga. Il riff di chitarra in "Ode To The Season" è suo quindi adesso si capiscono molte cose. Il fatto che ascolti anche Burzum mi tranquillizza, in un certo senso.
V: Il Mitch.
M: Il Michi. E il Vitto.

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