El Muniria - via mail, 15-05-2004 Intervista

25/06/2004 di

La tanto attesa rentrèe di Emidio Clementi sulle scene (musicali e letterarie) è finalmente una realtà. Realtà che si specchia nella passionalità e nel lirismo di “Stanza 218” e “L’ultimo Dio” opere che consolidano la sua figura come una delle più interessanti del panorama culturale italiano…



Partiamo parlando del tuo recente passato musicale: i Massimo Volume con i quali hai proposto un approccio inedito alla musica. Cosa ti è rimasto di quell’esperienza, e delle coordinate che avete tracciato?
Un bel po', credo. Nel senso che la mia poetica, pur nella sua evoluzione, è rimasta quella. Anche l'uso del parlato, rappresenta ancora la mia cifra. Il fatto che i Massimo Volume non esistano più non significa gettare al vento più di dodici anni di un'esperienza artistica che, almeno per i suoi componenti, è stata fondamentale.

A distanza di alcuni anni dalla loro pubblicazione, come “vedi” i cd pubblicati con il marchio MV?
Intensi, aspri. A volte cupi, ma non così tanto come si vuol far credere.

Il tuo presente si chiama El Muniria. Come è nato questo progetto?
In maniera piuttosto spontanea. Con Massimo Carozzi avevo già collaborato alla messa in scena de 'La notte del Pratello'. Ci conosciamo da anni. Lo stesso è stato con Dario Parigini, anche se poi ha lasciato il gruppo. Mi sembravano le persone migliori con cui ripartire per una nuova avventura artistica.

E quali le velleità artistiche che vi siete proposti?
Siamo partiti da un sentire comune. Volevamo creare una musica scarna, avvolgente, mescolando elettronica e strumenti acustici. Qualcosa che fosse, però, abbastanza lontano dai canoni di genere.

El Muniria è il nome di un Hotel di Tangeri, dove fra l’altro ha dimorato William Burroughs…
Ci piaceva l'idea che il nome del progetto fosse legato alla nostra esperienza a Tangeri. Nessuno di noi è un amante di Burroughs. Ma ci piaceva il nome di quell'hotel. Ha un bel suono.

Come sei entrato in contatto con la Homesleep?
Bologna è una città abbastanza piccola. Ci si incontra facilmente nei locali. Una sera io e Daniele Rumori ci siamo ubriacati insieme. Sai come succede? E' facile in quelle situazioni cominciare a fare progetti, lasciare in giro numeri di telefono... Ma da persone coscienziose abbiamo poi portato a terminare quello che ci eravamo prefissi e di questo siamo molto orgogliosi entrambi.

“Stanza 218” è decisamente un lavoro complesso e necessita parecchi ascolti per essere apprezzato e compreso. Forse l’aspetto più ostico (ma una volta assimilato più intrigante e misterioso) è rappresentato dall’atmosfera: dalle ambientazioni sospese tra Italia ed Africa, retaggio del famoso viaggio sulla rotta Bologna-Tangeri...
Tu dici: 'ostico' e io non posso che accettare la tua definizione. Ma la cosa che più di ogni altra mi ha fatto capire che stavamo andando nella giusta direzione è che, ascolto dopo ascolto, venivamo rapiti proprio dall'atmosfera del disco, secondo me più onirica che cupa. Odora di notti calde, afose e in qualche modo rispecchia molto l'esperienza vissuta a Tangeri. Visto che di giorno eravamo chiusi in hotel, abbiamo vissuto la città soprattutto di notte.

“Stanza 218” è un album molto cinematografico che segue la scia tracciata in questi anni dai Massimo Volume. Se dovessi fare un parallelo lo avvicinerei a “Da qui”, anche se questo è molto più intimista e notturno. Cosa ne pensi?
A livello musicale (con tutti i distinguo) ti do ragione. Sono entrambi dischi scarni, essenziali, con molto silenzio in mezzo. Diverso è stato il lavoro sui testi che nel caso di “Stanza 218” sento meno narrati, più volutamente immediati, senza troppi riferimenti espliciti. A dire la verità non ho lavorato molto sulle parole. Non avevo voglia di lunghe rielaborazioni. C'è anche da dire che ho scritto i testi di “Stanza 218” mentre ero alle prese con il romanzo e per me ha rappresentato una valvola di sfogo, la possibilità di dimenticarmi per un attimo di intrecci, sviluppo: tutto quello che rende un romanzo un lavoro lento e faticoso.

Del tuo nuovo disco ho apprezzato molto il “sottofondo”: le voci, i sussurri, gli ammiccamenti (“Remember me? Remember me no? Ok, no problem! Stay. Good bye”), sfumature che donano al disco un atmosfera pulsante e vitale. Come è nata l’idea di inserire questi frammenti?
Massimo (Carozzi) è un patito delle field-recordings. Per tutta la permanenza a Tangeri è andato in giro con un minidisc a catturare i rumori d'ambiente: è la sua passione. Alla fine, di tutto quel materiale, abbiamo selezionato giusto qualche minuto da un archivio vastissimo. Ci piaceva dare l'idea che le canzoni scaturissero da un ambiente, da un sostrato di voci e rumori, che ne venissero sporcate. Un po' come hanno fatto i KLF in “Chill Out”.

Come sono nate le canzoni? Si tratta di pezzi che hai scritto per l’occasione? Sei legato a qualche pezzo in particolare?
I pezzi a cui ti leghi spesso variano con il tempo. Pezzi che in un primo momento ti sembrano deboli piano piano acquistano un fascino che non ti saresti aspettato potessero avere. Ma vale anche il contrario. Ogni pezzo ha una storia a sé. Alcuni escono fuori in mezz'ora, altri devi lasciarli lievitare per giorni interni. Altri ancora li fai a pezzetti per tenere magari solo venti secondi da cui cominci a sviluppare una nuova idea. E' un lavoro in cui occorre molta pazienza. A volte non è difficile farsi prendere da un certo scoraggiamento.

Sono molto curioso di assistere ad uno dei vostri concerti; ed in particolare di assaporare dal vivo le atmosfere magiche e misteriose fotografate nel disco. Puoi anticiparci qualche cosa riguardo i vostri spettacoli (line-up, etc.)?
Ero terrorizzato dal live. Pensavo: "come è possibile riproporre un disco del genere? La gente s'ammazza". E invece siamo riusciti a trovare un suono che è la giusta evoluzione della registrazione, più caldo e aggressivo, ma che riflette bene lo spirito del disco. In questo siamo stati molto fortunati a trovare due ottimi musicisti (Alessandro 'Asso' Stefana e Giacomo Fiorenza) con i quali abbiamo riarrangiato e organizzato lo spettacolo.

Quando scrivi hai già idea della collocazione che darai ai tuoi testi (musica, racconti)? Oppure si tratta di urgenze espressive che poi vengono adattate alle soluzioni più congeniali?
No, di solito ho già in testa che fine faranno le mie parole. Anche perché sono metodi di scrittura differenti, che hanno bisogno di un approccio differente.

I tuoi testi (sia in ambito letterario che musicale) hanno fortissimi connotati autobiografici. Che cosa provi a rendere pubbliche le tue esperienze?
E' la mia maniera di scrivere. Ma quando avviene l'impatto con l'esterno è difficile che pensi: "Oddio, forse questo è meglio che non lo dicevo!". Riesco a liberarmene abbastanza in fretta.

Il progetto Agnelli Clementi è ancora in essere?
Non più. Almeno per il momento. Sia io che Manuel siamo abbastanza incasinati in questo periodo.

Gli spettacoli di reading che avete proposto sono stati davvero splendidi! Ne vedremo ancora?
Non credo. Non nell'immediato, almeno.

E le famose “Bombay tapes”? Dove sono finite?
Purtroppo non sono mai nate.

Negli ultimi anni sei stato protagonista di alcune importanti collaborazioni (Shandon, Giardini di Mirò). Come sono sbocciate?
Scambi di favori tra amici. Un giorno mi piacerebbe riunire in un cd tutte le mie collaborazioni. Qualcosa tipo "Mimì and friends". Ci sto pensando sul serio.

Come giudichi la scena musicale italiana? C’è qualche gruppo che ti piace o al quale ti senti legato?
A tanti, troppi per fare un elenco. E poi con tanti di loro c'è anche un legame affettivo. La consapevolezza di avere fatto un lungo tratto di strada insieme.

Parliamo ora della tua dimensione di scrittore. E’ stato da poco pubblicato il tuo nuovo libro, come ce lo descrivi?
E' la storia della mia formazione artistica e al centro l'incontro con Emanuel Carnevali, uno scrittore che per me ha rappresentato un punto di svolta e di crescita.

Questa è la seconda pubblicazione per i tipi della Fazi. Come sei entrato in contatto con loro?
Mi hanno telefonato. Simone Caltabellota (editor della Fazi) aveva letto il 'Il tempo di prima'. Gli era piaciuto e mi ha chiesto se ero interessato a fare un libro con loro.

Hai intenzione di proporre nuovamente uno spettacolo simile a quello realizzato per “La notte del Pratello”?
Lo abbiamo già presentato a Roma, Bologna e Torino. Prossimamente saremo a Bergamo, Rimini e in Puglia.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?
Philip Roth in questo momento è quello che mi affascina di più.

Prima di salutarti vorrei riesumare un piccolo flashback: una tua partecipazione a Kitchen in compagnia di Manuel Agnelli. Durante la preparazione del piatto che stavate proponendo, Andrea Pezzi, ti chiese: “Ma tu credi in quello che fai?” E la tua risposta fu: “Generalmente si, però a volte mi sento un imbecille”. E una frase che mi ha molto colpito e a cui sono molto legato… volevo semplicemente ricordarla insieme a te.
Non me la ricordavo. Ma è una sensazione che ogni tanto continuo a provare. Uno strano disagio che non sai da dove proviene...

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