Late Guest (At The Party) - via Mail, 17-03-2009 Intervista

24/03/2009 di Matteo Lavagna

Non preoccupandosi minimamente di essere fuori tempo massimo, i Late Guest (At The Party) pubblicano il loro primo album non cambiando di una virgola quello che hanno sempre suonato: punk funk. "Come Back Bobby Perù!" è un grande disco, suoni perfetti e ritornelli bomba, complice sicuramente l'apporto in fase di masterizzazione di Alan Douches (LCD Soundsystem, Liars, Don Caballero) ma anche un rodaggio dei pezzi durato quattro anni. Abbiamo affidato l'intervista ad un giornalista d'eccezione, non certo uno a caso, Matteo Lavagna dei Disco Drive.



Perchè un ascoltatore di musica, oggi, dovrebbe comprare il vostro disco?
Per ascoltarlo mentre corre in macchina dall'amante di nascosto dalla moglie; per sfogare la sua ira repressa dovuta alle tre figlie che strillano nei sedili posteriori della Multipla; per farsi figo con la vicina di banco a lezione; per soddisfare il piacere di avere un feticcio dalla copertina inquietante; per far girare l'economia, altro che Obama; per rendere un doveroso tributo a tutte le onorevoli band che almeno una volta nella loro carriera, pressoché breve ma intensa immaginiamo, si siano cappottate con il loro furgone. Ma innanzitutto perché è un disco fitto fitto della passione che ci abbiamo messo in questi anni, un parto plurigemellare.

Quattro anni per fare un disco. Perchè ci avete messo così tanto? Vi siete dedicati ad altro, nel mentre?
Considerando il tempo passato dall'ultimo demo prodotto, ne sono passati una cosa come tre, in effetti abbiamo perso il conto. Non è facile fare uscire un disco nel nostro paese a quanto pare. Poi i rimpasti di formazione (3), i lavori in tangenziale e il traffico, aspettare i bagagli in aereoporto, l'instabilità generata dai cambi di governo, le etichette che snobbavano, l'esplorazione di sonorità diverse, le lauree e la continua indefessa asfissiante ricerca del sesso femminile… In ogni caso il disco è nato passo dopo passo, rivisto, riscritto e mixato più volte cercando il giusto equilibrio e cercando di non perdere l'ispirazione iniziale ma nemmeno i progressi in atto.

Riflessione: nel 2002-2003 c'è stato il boom del punk funk. Rapture, Lcd Soundsystem, !!!, i primi Q and not U, hanno spianato la strada per un'invasione vera e propria. Siamo nel 2009 e molti diranno che un disco punk funk è un disco fuori tempo massimo...
…eravamo punk funk quando si parlava di punk funk, eravamo new rave quando ci passavano in radio in UK, poi electro-punk? Anni 80? Violent-disco? (addirittura abbiamo sentito anche questa). Non per fare i soliti understatement o gli inetichettabili, ma ce ne son piovute addosso diverse nel corso degli anni e non ci abbiamo mai fatto molto caso. Se è per dire che eravamo alla moda, non abbiamo mai avuto il taglio di capelli giusto per esserlo. Se è per dire che adesso non lo siamo più, dateci il numero di un buon parrucchiere. Le band che hai citato ci piacciono però. Per caso andiamo dallo stesso coiffeur?

L'Italia e la musica; l'Italia e il musicista. Rapporti complicati. Per fare musica ci vuole passione e vedere che l'ambiente circostante, il contesto in cui ci si trova ad agire, la considera un "hobby" non è un po' frustrante?
Suonare nei ristoranti è ed è stato abbastanza frustrante, sì. Ci sono i duri e puri dalle cover d'acciaio che non mollano però. Forza ragazzi, siete tutti noi. Eye of the tiger! D'altronde l'ambiente è quel che è: la gente si rimpinza di X Factor quando va bene, le radio passano la stessa canzone tutto il giorno, le case discografiche non hanno un euro, i locali chiudono, il pubblico sta con le braccia nel cassetto e guarda più gli occhialoni da nerd del secco a fianco che la band live. In generale manca quella cultura per la musica indipendente. All'estero non è così, ma noi abbiamo la pizza e il Cavaliere, no? Comunque se non hai la passione e la faccia da culo stai a casa. Fatto sta che è da quando abbiamo cominciato a suonare, tutti noi musicisti in Italia, che parliamo, ci lamentiamo, e non facciamo un cazzo per cambiare le cose. È un hobby frustrante ma ce lo meritiamo in fin dei conti.

Quasi nessuno fa il musicista di professione, oltre alla passione ci vuole anche un lavoro "normale". Cosa significa per i Late Guest At The Party essere musicisti in questo paese?
Significa staccare dal lavoro, rimediare un pulmino a noleggio dalla parrocchia, correre per l'E45 o la Salerno Reggio Calabria, bere, scaricare il suddetto pulmino, farsi un drink, fare il soundcheck, bestemmiare con il fonico, farsi il secondo giro, aspettare che il "locale" si "riempi", sudare e suonare, ricaricare il pulmino strattonando il pubblico, ancora uno shortino dai, poi via. Pranzo della domenica e lunedì al lavoro: in ufficio, in cantina, in dogana. Essere musicisti in questo paese significa passare dei weekend meno mediocri, per lo meno.

Gli Afterhours vanno a Sanremo e, successivamente, pubblicano una compilation il cui obiettivo dovrebbe essere quello di portare all'attenzione di un "folto" pubblico artisti che in nessun modo potrebbero arrivare a certe orecchie. Vi sarete fatti un'idea su questa iniziativa... e poi, i Linea 77 che chiamano diverse band a presenziare sul loro video "La nuova musica italiana". Cosa sta succedendo?
Succede che è talmente un mortorio che forse anche loro si stavano annoiando. Speriamo che queste anime pie ci diano la possibilità di rinverdire un po' le scuderie della musica italiana agli occhi del pubblico, italiano ed estero magari. Noi ci siamo per qualsiasi video e/o apparizione, narriamo storie struggenti, possiamo ballare con le stelle, insomma anche fiction, tutto. Insomma a parte tutto, belle iniziative. In ogni caso, noi nel nostro piccolo stiamo cercando di fare una cosa sui generis: su www.comebackbobbyperu.com chiediamo ai nostri amici, fans, passanti, curiosi di scaricare la maschera di Bobby, stamparla, appiccicarla in faccia e di registrare un video, caricarlo su youtube e darci il link. I preferiti finiranno nel nostro primo video. Vi daremo la visibilità di cui avete bisogno senza doverci mettere la faccia. Anche se non siete musicisti indipendenti. Ampliamo un po' la comunità. Siamo curiosi di vedere il risultato finale.

Parliamo della composizione: la vostra musica si basa principalmente sulle ritmiche. Come affrontate la scrittura di un pezzo? Improvvisate attorno a un ritmo per poi trovare soluzioni melodiche o scrivete canzoni a cui poi "cucite" addosso un groove?
Non riveleremmo mai e poi mai questo segreto. Possiamo solo dire "fuochino" alla prima e "acqua" alla seconda ipotesi. In ogni caso, tutto si basa sull'improvvisazione.

42 records. Label giovane. Come vi trovate con loro?
Giovane? Ma li avete mai visti? L'etichetta è giovane ma i "fanciulli" che vi lavorano sono in giro da un pezzo e ci affidiamo molto alla loro esperienza, come loro si affidano a noi. Sono amici ormai, si è instaurato un bel rapporto, ci squilliamo prima di andare a dormire e via dicendo. Speriamo vivamente che questo progetto cresca, i presupposti all'interno ci sono, dobbiamo solo cercare di scuotere tutto l'esterno.

Il vostro disco mi sembra molto prodotto. Avete già pensato ad una maniera efficace per riproporre dal vivo le canzoni di "Come Back Bobby Perù!"? Come vivete la dimensione "live"? Avete già pianificato un tour?
Sicuramente Giacomo (Fiorenza, dell'Alpha Dept di Bologna nonchè uno dei due fondatori della 42 records, NdR) ha fatto un gran lavoro in studio di registrazione, in fin dei conti era il nostro primo album e la prima esperienza in uno studio del genere, e ci ha dato molta fiducia. Dal vivo manteniamo una dimensione molto rock'n'roll, tutta attitudine, sudate e ritmi elevati. Non avendo un ottimo rapporto con la musica fatta al computer, ci portiamo sul palco molti strumenti vecchi e veri e cerchiamo di suonarli tutti assieme: il risultato è un live cazzuto e intenso. Siamo però così in balia della sfiga degli strumenti vintage; ma è il bello della diretta, a cui rispondiamo con la violenza della bacchetta.

Vi dico un nome: Alan Douches.
Mr. Douches è una persona che ha reso incredibili la maggior parte dei dischi che noi ascoltiamo tutti i giorni. Gli abbiamo scritto è lui ha semplicemente risposto. E' una persona molto gentile ma di più non sappiamo sul suo conto. Chiaramente gli abbiamo spiegato che cosa volevamo dal disco, ma per lo più ci siamo affidati alla sua grande sapienza di uomo-macchina-musica. Dopo qualche scambio di canzoni e di idee siamo arrivati alla conclusione. Pensiamo che la sua potente e possente mano si sente eccome. Certo che anche e soprattutto il lavoro fatto con Giacomo a Bologna ha reso tutto più semplice per Mr. Douches e per noi.

Musica dal vivo in Italia. C'è spazio per tutti?
Non pensiamo ce ne sia mai stato davvero. C'è poco interesse nei confronti della musica dal vivo, le proposte nuove soprattutto vedono raramente un palco per anni. I locali sono vuoti. I casi sono due: o facciamo tutti cagare dal vivo, o il pubblico è una capra, capra, capra, capra (Sgarbi docet).

Avete avuto l'occasione di vedere un po' come funziona la questione musica all'estero? Secondo voi, siamo irrimediabilmente indietro o qualcosa si può recuperare? Parlo soprattutto di festival, iniziative, serate. In Italia si rischia poco... e la musica, come dicevamo prima, non è vista come qualcosa di vicino all'arte o alla cultura e questo, come potrete capire senza grandi sforzi, è un problema.
Riprendendo quello che dicevamo prima, all'estero vale ancora la regola aurea dell'impara tre accordi, metti su una band e vai a suonare. C'è sempre un minimo di interesse verso la musica, verso i concerti, di tutti i tipi. E, sì, siamo irrimediabilmente indietro. Qualche gran bella iniziativa la si comincia a vedere anche da noi, vedi lo stesso MI AMI, ma sono sporadici casi di persone in gamba con il coraggio di rischiare un po' che con gli anni hanno visto ripagati questi sforzi. E' una questione di cultura: in Regno Unito, per esempio, la musica è un impegno serio, non un hobby. In Italia, il golf è un hobby e non un impegno serio, quasi non è uno sport. Sono visioni differenti di ciò che fa parte della vita e non ci si può piangere addosso troppo. Ci si rimbocca le maniche e si lavora per far vivere la propria passione, crediamo sia l'unico modo. Se riusciamo a trasmettere questa passione al pubblico, siamo a metà dell'opera. E i festival, le serate, le iniziative cominceranno a fioccare… e vissero tutti felici e contenti.

Secondo voi, a livello indipendente, in Italia, esiste una scena? Non parlo prettamente del lato musicale ma di una volontà comune, un guardare in differenti direzioni ma con lo stesso approccio da parte di tutti e, in caso negativo, quali pensate che siano gli ostacoli alla nascita di una sorta di "comunità" artistica in Italia? Troppa invidia? Poca voglia di aiutarsi a vicenda? O semplice disinteresse?
Se esiste una scena, ci pare che ne facciano parte sempre quelle quattro facce che in poco tempo impari anche a conoscere. Ognuno crede di fare la migliore musica o opera possibile, senza troppa necessità di confrontarsi in prima persona con il resto della ciurma, gli basta confrontarsi con i dischi che ha a casa o gli artisti di cui ha sentito parlare, e non si va più in là di un complimento o di una pacca sulla spalla. La volontà di aiutarsi tra band c'è in certi casi, quando si nutre una sorta di stima o quando ci si ritrova a dire cazzate assieme, birre alla mano. Ci vorrebbe più azione, più coinvolgimento e influenza reciproca. Poi come diceva mia nonna, l'invidia l'è una bruta bestia.

Ultima domanda di rito: cosa ascoltate in questo periodo? C'è qualcosa che sta sconvolgendo le vostre giornate?

El Guincho, Invisible Conga People, come al solito la DFA e la Italians do it better ci fanno sempre fare la doccia. Poi abbiamo riscoperto Arthur Russel e molti classiconi della Motown. La bontà della musica italiana anni ottanta e i Tv On The Radio. Vi preghiamo di tappare la bocca ad Arisa, ci ha trapanato il cervello quella canzone.

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