Minnie's - via Mail, 22-03-2009 Intervista

22/03/2009 di

Hanno scelto il 21 marzo come data ufficiale dell'uscita del nuovo disco, e Dentro o fuori vogliamo giorni migliori è diventato uno degli inni di Maledetta Primavera. Non poteva essere altrimenti, "L'esercizio delle distanze" condensa sentimenti forti e una carriera pluridecennale a servizio di canzoni bomba. Li ha intervistati Filippo Cicciù: ci parlano di punk rock, di creare la bellezza con le proprie mani, di vittorie e sconfitte, di Milano.



Il vostro nuovo disco è finalmente uscito. Dico "finalmente" perché, se non sbaglio, era già stato annunciato per l'inizio del 2008, poi posticipato, poi qualche assaggio in rete, poi posticipato ancora. Da quanto "L'esercizio delle distanze" è nella vostra testa e cosa è successo in tutto questo tempo?
Yuri: Direi che mentalmente l'album esiste da quasi due anni, anche se a dir la verità di esercizio né facciamo da molto più tempo e le distanze le abbiamo sempre vissute sulla nostra pelle. Non è un caso che l'album punti l'accento sulla distanza come tema comune a tutti i pezzi. La distanza è sempre qualcosa che ti sfugge da sotto gli occhi, magari qualcosa che ti piace e che vorresti afferrare, che vorresti, non riesci o non vuoi ottenere!

Luca: Il fatto è che pubblicare un disco per un gruppo indipendente non è una cazzata. Io a quelli che dicono che i dischi sono roba da museo e che contano solo gli mp3 non ci credo. Per questo ci siamo presi il tempo necessario per fare tutto come volevamo. Dalla registrazione dei pezzi, alla cura per le grafiche, all'etichetta che ci pubblicasse. Dopo oltre dieci anni in giro a suonare, e dopo diversi EP questo album rappresentava la prova, prima di tutto per noi, di esserci non solo fisicamente, ma con la testa.

Ale: Io ho visto i Minnie's da bordo palco per tanti anni e per quattro anni ho aspettato il nuovo album con l'ansia di un ragazzino. Ora che mi trovo dentro la band, ora che la musica ha abbracciato l'amicizia per creare qualcosa di importante, ascoltare "L'esercizio delle distanze" mi rende ancora più felice. La speranza è che le persone che amano il rock'n'roll sentano in questo disco quello che sento io come fan dei Minnie's: la voglia di spaccare, ma anche di riflettere.

Trovo che l'album suoni veramente bene, scorre via liscio e rimane dentro. Siete soddisfatti del risultato finale?
Y: Siamo molto soddisfatti di quello che rappresenta, di come ci rappresenta. I dischi fatti con il cuore sono importanti perché non sono buoni per tutte le stagioni, ma sono una fotografia fedele di un momento. In questo disco non c'è spazio per i fronzoli. Chi ci conosce può ritrovare tutta la nostra storia fino a qui. L: In passato ci preoccupavamo più dell'impatto che avrebbe avuto sui nostri ascoltatori un album nuovo piuttosto che DELL'album nuovo. Il fatto di sentirsi parte di una scena ci legava a doppio nodo anche con un certo modo di scrivere, un certo modo di registrare. Per questo, stavolta abbiamo deciso di affidare la produzione a un outsider del nostro genere come Fabrizio Chiapello (già con Baustelle, Subsonica, Caparezza, NdR), che con il Transeuropa rappresentava una garanzia a livello qualitativo, ma quello che ci ha stupito di più è l'aiuto che ci ha dato nell'asciugare le canzoni, tirando fuori per ogni pezzo l'idea originale.

Avete delle aspettative diverse rispetto a qualche anno fa?
Y: Si certo, sappiamo che gambe forti ci vogliono per l'esercizio delle distanze e ciò significa, per dirla con un altro slogan, che quello che abbiamo è ciò che ci siamo presi. Andremo lontanissimo, ma sempre con le nostre gambe.

L: Le grandi aspettative secondo me ti fregano. Meglio la lucidità delle poche speranze e la sorpresa di vedere che quello che stai facendo come gruppo trova un riscontro forte nella realtà.

Ho notato che cercate costantemente un rapporto diretto con il vostro pubblico, mi riferisco al fatto che dal primo Gennaio era possibile pagare 10 euro per poi avere il disco a casa dopo qualche mese. L'iniziativa è riuscita?
Y: Quell'iniziativa era legata al fatto che volevamo coinvolgere i nostri amici a credere sul disco. Quasi un test per trovare quei famosi "1000 veri fan" che rendono sostenibile un progetto. Ha funzionato a tal punto che siamo costretti a far uscire il disco veramente invece di scappare con il malloppo. Per la promozione pensavamo di far sparire qualcuno di noi e di far crescere un po' di hype…

Avete collaborato con varie etichette indipendenti, quest'ultimo disco esce per la neonata Sangue Disken. Che rapporto vi lega a loro?
Y: Le etichette che ci hanno aiutato negli anni hanno segnato periodi della nostra storia. A quelle etichette sono legati momenti storici dei Minnie's e scandiscono legami amicali e di condivisione di percorsi per noi molto importanti. Diciamo che abbiamo sempre voluto condividere i nostri dischi intimamente con altre persone. Questa volta ci sono Barnaba e Carlo con cui siamo legati per diverse ragioni. Barnaba smazzava dischi fighi di sottobanco tra i corridoi del liceo mille mila anni fa, Carlo è una di quelle persone con cui hai un sacco di cose in comune, ma non individui mai cosa esattamente e alla fine le chiami con una parola sola... attitudine.

Ora che il punk-rock è stato completamente assorbito dalla cultura pop ed è diventato un prodotto che fa vendere parecchio, mi chiedevo se qualche casa discografica importante si fosse interessata a voi in questo periodo, se vi avessero fatto qualche proposta interessante.
Y: Mi piace essere sincero (a volte). Nessuna attualmente ci ha proposto nulla. Non credo che questo sia un buon periodo per le major, ormai sono ridotte ai minimi termini, non si possono permettere di investire su un progetto come il nostro.

A: Soprattutto le major hanno investito nei gruppi pop-punk, ma non credo che firmare per una major sarebbe stata o sia la cosa migliore per noi. Quante band abbiamo visto sfondare grazie a un contratto importante e poi scomparire nel nulla. Forse in quelle situazioni si perde la genuinità e questo influenza in negativo la qualità della musica prodotta. E la prima cosa che vogliamo è scrivere musica di qualità, come si dice… l'alto di gamma!

Ormai la storia è nota: nel 1997 Cecchetto si è interessato a voi ma alla fine avete declinato l'offerta. Qualche rimpianto?
Y: Rimpianti mai…
L: Se io tornassi indietro firmerei anche per fare i Gazosa. Perchè la differenza tra una band che può permettersi di pensare solo alla propria musica e una band che deve pensare alle canzoni, alle date, a pubblicarsi un disco, a pagare la sala e tutto il resto alla fine diventa "tutto il resto" e non pensa più alla musica. Mi capita di vedere gruppi che passano più tempo su MySpace che in sala prove e questo non va bene. Mi è capitato di vedere gruppi che spaccavano il culo mollare il colpo perchè non riuscivano a reggere la pressione di gestirsi tutto da soli. Dicevo dei Gazosa perchè ricordiamoci di vivere in un paese che prende per il culo Jovanotti 10 anni perchè fa dischi di merda e non si caga uno, che ne so, come Amerigo Verardi che ha sempre scritto cose stupende, poi esce "A Te" e tutti si accorgono che Jovanotti è un poeta... Ecco, forse Jovanotti non avrebbe potuto scrivere "A te" se prima non avesse avuto successo con "Gimmie Five". E questo fa riflettere.

Frequentate il punk almeno da dieci anni, e in tutto questo tempo di cose ne sono successe. Siete tra le persone più indicate per parlare di quello che è rimasto oggi di quegli anni. Vi siete mai sentiti parte di una scena? Ha ancora senso parlarne?
Y: Da piccoli inseguivamo la scena e ne volevamo essere riconosciuti parte, poi siamo stati riconosciuti e ci siamo accorti che la scena non c'era o forse non c'era più. Ci siamo accorti che la scena non era altro che una rete di relazioni, di condivisione di percorsi e senso di identificazione in qualcosa che sei tu stesso a creare. In questo senso parlare di scena è bello. Sentirsi parte di qualcosa che puoi determinare con le tue mani, che sa di musica, di relazioni, di persone. Il Bulk (storico centro sociale milanese sgomberato nel 2006, NdR) ci ha aiutato in questo, siamo stati fortunati a trovare uno spazio e un sacco di persone che hanno voluto suonare e condividere un percorso con noi.

"Si vince a caso ma si perde con puntualità" è una frase che pesa come un macigno. In questo disco c'è molta amarezza, ma si parte proprio da lì per trovare la forza di reagire fino ad arrivare a "Dentro o fuori": una presa di coscienza che si trasforma in un grido di speranza. La malinconia è forse un modo per superare le difficoltà?
Y: Cazzo si, hai detto tutto.

A: "Mai più fiori scuri", da dove è tratto il verso che hai citato, era la fine naturale dell'album. Invece ci abbiamo infilato subito dopo "Dentro o fuori". Avevamo bisogno di scrivere un inno. Non siamo mai stato un gruppo da slogan, ma questa volta era importante – prima di tutto per noi – scrivere qualcosa che portasse noi e chi ci ascolta a reagire, un incitamento a ripartire dall'inizio. Ci sono un sacco di ragazzi che come noi provano le nostre stesse emozioni, perché no anche la malinconia, ma sempre con la voglia di gridare per alzarsi in piedi e superare le difficoltà attivamente.

"Dentro o fuori" è molto più che una cover della storica "Death or Glory" dei Clash, si tratta di un sincero e appassionato tributo alla mitica band di Joe Strummer, oltre che una particolare collaborazione col mondo dell'hip-hop. Come vi è venuta questa idea?
L: Luca Bean non è un MC qualunque. E' uno che poteva vivere di rendita per aver fatto parte del periodo d'oro dell'Hip Hop italiano, ma ha sempre scelto un profilo diverso. Non si è mai vestito hip hop. Non ha mai scimmiotato nessuno. Ha messo per primo un album online gratuitamente, "Lingua ferita", quando nessuno in Italia ci pensava. Negli anni abbiamo avuto la fortuna di conoscerci e quando c'è stato da scrivere questo pezzo sapevamo che lui poteva essere l'unico a interpretare il disagio di "Death or glory" dei Clash per attualizzarlo. Il testo è praticamente opera sua e non credo si tratti di hip-hop, ma più di un recitato all'interno della canzone.

Avete partecipato a Maledetta Primavera. ll feedback è stato formidabile: più di 100 appuntamenti che promuovevano la musica italiana. Ma il dubbio resta, l'Italia ha davvero interesse per la sua musica?
A: No. Si può partire con una risposta secca subito. L'Italia e gli italiani dimostrano di non essere interessati alla bontà della musica prodotta nel nostro paese: basta fermarsi sui canali di trasmissione della musica nel senso più ampio (web, radio, tv, etc…) e scoprire che è dedicato uno spazio assolutamente esiguo alle proposte più genuine e meno ispirate dai soldi e dalla fama. Negli altri paesi non è così. In Inghilterra, per citarne uno, i network maggiori (vedi BBC) attribuiscono un peso alla musica per così dire "alternative" e ai giovani artisti almeno uguale a quello dato al mainstream. Questo è bello, è bello stare in coda fuori da un club a Londra e vedere tanti giovani e giovanissimi che si possono permettere il prezzo del biglietto perché non ha un costo eccessivo, è bello che le radio facciano conoscere le band più interessanti e le tv portino i live più fighi direttamente nel tuo salotto. Da noi c'è la pay tv per tutto questo, il che la dice lunga. E si potrebbe continuare all'infinito. La conclusione è: svegliamoci e non smettiamo di cercare la buona musica. Se non ce la danno loro, dobbiamo prendercela noi!

Mai pensato di vivere altrove?
A: Due dei miei più cari amici sono andati a vivere a Londra, perché l'Italia è stretta. Ho pensato tante volte di raggiungerli, anche per i motivi che elencavo sopra. Ma poi sono sempre stato trattenuto dal fatto che, in fondo, qualcosa di buono c'è anche qui in Italia, a Milano. Ogni posto ha le sue contraddizioni, ma il bello è mettersi in gioco, andare a scovare quel qualcosa di buono e farlo proprio, lottando per migliorare le cose anche quando tutti vogliono mantenere lo status quo.

Un mese fa il vostro sito si apriva con un appello per fare restare in vita il Cox 18. Siete sempre stati molto coinvolti con i centri sociali milanesi. Vorrei chiudere l'intervista parlando di come vedete la situazione alla luce degli ultimi sgomberi. Milano è peggio anche per questo?
Dani: La devastazione sociale in atto in questa città prende forme diverse, di cui lo smantellamento sistematico dei Centri ne è solo una. La spinta propositiva dei centri sociali, direi da dopo il g8 a Genova, sembra aver perso la sua energia, troppo legata a schemi che non si riescono ad aggiornare. In questo modo l'establishment, ha vita facile nel cercare di eliminare tutto ciò che non si allinea con la pochezza che vorrebbe imporci. E ci troviamo di fronte a sgomberi di cui nessuno si assume la responsabilità, come per Cox 18, che da 30 anni propone e diffonde cultura davvero alternativa. Purtroppo la trebbiatrice sociale non si ferma ai soli centri, ma cerca di eliminare ogni forma di espressione e di socialità istintiva e non controllata. Sì, Milano è peggio.

Commenti (2)

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  • Faustiko Murizzi 24/03/2009 ore 17:48 @faustiko

    Bella intervista, complimenti!

  • anna moretti 27/03/2009 ore 18:52 @nowhere4b

    sti brev l'intervista va giù come un pampero liscio senza ghiaccio

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