Paolo Spaccamonti - via Mail, 27-08-2009 Intervista

31/08/2009 di

(Paolo Spaccamonti il giorno del Traffic Festival di Torino)

E' stato un mettallaro, poi - erroneamente - un cantautore, ed ora è uno dei più promettenti nomi della musica sperimentale italiana. La sua chitarra si aggira tra suggestioni elletroacustiche, la psichedelia settantiana e il post-rock. Ester Apa l'ha intervistato, lui ci ha regalato anche una session registrata in casa sua.



Dopo anni di militanza musicale in progetti cantautorali della scena torinese, l'impronta chitarristica di Paolo Spaccamonti decide di percorrere finalmente il suo primo viaggio da solista. Com'è stato lasciare la casa materna e mettersi in proprio?

Per nulla semplice. Fin quando ti "limiti" a suonare nelle canzoni altrui, la responsabilità del tuo operato è marginale. Diciamo che se va male, la colpa è del "principale", di colui che ci mette la faccia, dell'autore. La voglia di mettermi in proprio è venuta fuori col tempo e proprio grazie alle tante collaborazioni. Mi son detto: "perchè non dovrei provarci anch'io?". E così è stato. Mi sento a mio agio da solista, ho stabilito la mia identità e mi piace.

"Undici pezzi facili": questo è il titolo che hai scelto per il tuo album d'esordio. Una rassicurazione indirizzata a chi si avvicinerà per la prima volta al tuo suono o una dichiarazione d'intenti che utilizzi per definire questa tela sonora strumentale?

Il titolo si presta a più letture. "Facili" sta ad indicare la struttura armonica del disco, a tratti molto semplice, minimale. Adoro le musiche senza troppi fronzoli. Allo stesso tempo però non credo sia così avvicinabile. Per alcuni può risultare ostico (per l'assenza di cantato), per altri inascoltabile perchè rumoroso, quindi non facile. Da qui il paradosso. Inoltre, il titolo cita un film del 1970 "Cinque pezzi facili", con Jack Nicholson nelle vesti di un insofferente e girovago pianista. Lo trovavo perfetto come titolo, così l'ho fatto mio.

Quali sono state le principali fonti di ispirazione musicale per questo debutto? Le influenze che hanno percorso e alimentato la tua formazione chitarristica, i tuoi ascolti contemporanei?

Tra i gruppi che mi hanno influenzato rientrano sicuramente: Einsturzende Neubauten, Arab Strap, Steve Von Till e Boards of Canada, per il mood a tratti ossessivo delle composizioni. Per quanto riguarda la formazione chitarristica non so. Da giovanissimo ero un metallaro convinto, poi ho scoperto tutto il resto. E sono impazzito. Ora ascolto da Paolo Conte agli Autechre, passando per Robert Wyatt, Beatles e Telephone Jim Jesus. Non ho (quasi) limiti.

(Minus, in esclusiva per Rockit)

Questo è un disco che non affida il suo racconto alle parole, eppure di frequente il tuo nome è assorbito nel panorama degli chansonnier torinesi con cui condividi una fetta importante del tuo percorso artistico.
Sembrerà assurdo ma credo sia nato tutto da una distrazione giornalistica. Nell'ultimo anno è capitato più volte di condividere lo stesso palco con Cane e Deian. Basta pensare al Traffic Free Festival. Ed il mio nome accostato al loro ha fatto sì che a un certo punto diventassi cantautore anch'io. Il tempo cancellerà l'equivoco, credo.

Vittorio Cane, Deian e Lorsoglabro, Stefano Amen. Se la natura musicale che anima "Undici pezzi facili" è certamente differente rispetto a quella di questi nomi, cosa invece ti lega maggiormente a loro?

Direi che, oltre alla città di provenienza, ci lega la voglia di assecondare la nostra natura, suonare nonostante tutto e tutti, per semplice urgenza vitale. Non potrei fare diversamente, e penso neanche loro. Oltre a questo, una forte amicizia mi lega ad alcuni di loro. Con Cane e Amen ci conosciamo da parecchio, le collaborazioni sono arrivate dopo. Di Vittorio adoro l'approccio positivo alla vita, a tratti fanciullesco, estremamente contagioso, che si riversa inevitabilmente nei brani. "Dipendente" e "Ci proverò" sono esempi di canzone pop perfetta, basta un ascolto per non togliertele più dalla testa. Gli voglio un gran bene. Con Stefano ho suonato per diverso tempo nella sua band sgangherata e mi sono tanto divertito. Deian l'ho conosciuto dopo aver ascoltato il suo "Il fantasma del possibile", demo che ho letteralmente consumato. E poi c'è Matteo Castellano. Vederlo dal vivo è un'esperienza scioccante. Chitarra classica e voce. E alle sue spalle si possono intravedere i fantasmi di Ciampi e Gaber.

L'album naviga in quell'oceano che è l'elettroacustica. La struttura dei brani rimanda al contrario ad un ordito compositivo accurato, dai contorni definiti. Poco spazio è riservato all'improvvisazione. Che tipo di gestazione ha caratterizzato questo disco?

E' stato registrato in posti e periodi diversi. Tre brani sono stati affidati al caro Ezra nel suo No.Mad Studio, a Torino, mentre il resto è stato registrato da Daniele Brusaschetto tra casa e sale prove. Alcuni pezzi erano già pronti da un pò, per cui è bastato fissarli, con altri è stata più dura venirne a capo. La struttura del pezzo tendo comunque a stabilirla prima delle registrazioni. Ci lavoro molto a casa, provando e riprovando. L'improvvisazione la lascio ai live, per ora.

Il post rock dei Tortoise prende tra le braccia la psichedelia floydiana. Intrecci sonori acidi e ipnotici si contaminano inoltre con archi dal suono tormentato, galoppate western e in ultimo melodie dalla forte dinamicità e di abbagliante suggestione. Come si combinano insieme questi punti cardinali?

Non saprei. Sicuramente la passione per svariate musiche ha fatto sì che non mi concedessi limiti. Ho suonato ciò che mi andava di suonare. Mi sono lasciato andare e i pezzi son venuti fuori. C'è stato un momento in cui ho avuto paura che questa eterogeneità potesse rivelarsi un limite per il disco, ma col senno di poi si è rivelata un punto forte. Alla fine, il collante di tutto rimane la chitarra.

Le diverse cromature del disco, la sua mutevolezza musicale è resa certamente possibile dal tuo estro visionario ma si compone del pregevole contributo di musicisti eclettici e di grande talento. Ci parli delle collaborazioni di cui si pregia l'album?
Lo faccio volentieri, sono tutti amici.

Marco Piccirillo: contrabbassista, raffinato arrangiatore, jazzista. Di quelli che ti aggiustano un pezzo in due secondi. Tre degli undici pezzi sono stati scritti insieme a lui.

Ezra: dj, membro dei Casino Royale, produttore, musicista. A breve uscirà il suo secondo disco dove ho avuto il privilegio di suonare tutte le chitarre. Una bomba.

Daniele Brusaschetto: apocalittico, un mito dell'underground torinese. Colui che mi ha influenzato maggiormente nell'uso smodato di effetti/loop dal vivo.

Beatrice Zanin: giovane e talentuosa violoncellista/polistrumentista. Membro del combo torinese Hidre Intime di cui spero si parli al più presto, se lo meritano.

Simone Sanna e Francesco Cocola: i due batteristi con cui ho condiviso le tante suonate in gioventù. E' stato bellissimo ritrovarli e coinvolgerli.

Paola Secci: eccellente violoncellista di matrice classica. Ha fatto un lavorone sul brano che chiude l'album "lamento". L'apporto di tutti loro è stato fondamentale, e gliene sarò per sempre grato.

La qualità cinematica di questo lavoro lo rende musa privilegiata di un riuscito connubio fra suoni e immagini. Pur godendo di ottima salute anche senza l'apporto visivo, credi che le tue composizioni potrebbero in futuro godere di questo contagio?

Credo di sì, in molti me l'hanno fatto notare e sarebbe fantastico e stimolante poterci provare. Mi ha sempre affascinato la composizione dettata dalle immagini. Le buone colonne sonore. Senza scomodare il maestro Morricone, ultimamente Warren Ellis e Nick Cave han fatto miracoli con i western "Proposition" e "Jesse James". Anche il nostrano Teho Teardo si è fatto valere rendendo immensi i bei film di Sorrentino e Molaioli.

Che tipo di live stai portando in giro? Una camera musicale solista o una stanza collettiva?
Entrambe le cose. In base a situazione, luogo ecc... posso presentarmi da solo (chitarra ed effetti) o accompagnato da Marco Piccirillo al contrabbasso e/o Beatrice Zanin al violoncello. Il mio live-set rimane aperto a più soluzioni, e in futuro mi piacerebbe allargare la famiglia. Vedremo.

Hai messo a disposizione in modo generoso e versatile il tuo suono al servizio di progetti cantautorali importanti. Chi vorresti che facesse lo stesso per te? Quale impronta musicale vorresti che si mescolasse in futuro con le tue suite per chitarra?
Oltre a quelli già presenti su disco, mi piacerebbe coinvolgere Fabrizio Modonese Palumbo dei Larsen, Marco Milanesio e... Julia Kent. Praticamente tre quarti dei Blind Cave Salamander. Sono dei grandissimi, rispetto tutto ciò che fanno, da anni. Poi il batterista Dario Bruna e il trombettista Ramon Moro dei micidiali 3QuietMen. E poi Alessandro Arianti, arrangiatore e musicista di big come De Gregori, che in proprio produce musiche strumentali di rara eleganza. Per rinforzarne l'assetto elettronico infine, busserei alla porta della Chew-Z, ottima net-label in ascesa.

Commenti (1)

  • seymour 31/08/2009 ore 18:26 @seymour

    egli ci spaccò il tafuzzy day di venerdì, con classe ;-)

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