El Cijo - via Mail, 30-11-2008 Intervista

24/12/2008 di

Spaziano dal blues alla psichedelia, confezionano piccole canzoni folk-pop bellissime oppure distruggono tutto con sfuriate freak'n'roll. Gli anconetani El Cijo hanno pubblicato un ottimo album d'esordio, "Bonjour My Love", e sono sicuramente una delle band da tenere d'occhio il prossimo anno. L'intervista di Ester Apa.



El Cijo ricorda una parola in spagnolo, mentre in realtà nel dialetto di Ancona significa: il ciglio. Che cosa vi piace delle linee di confine?
L'idea di confine è proprio ciò che volevamo esprimere con il nome El Cijo. La frontiera, insomma. Ancona, la nostra città, è effettivamente una frontiera. Affaccia sull'Adriatico. Dall'altra parte, sulla sponda opposta, a poche miglia di distanza, c'è quella che una volta chiamavano Jugoslavia. L'est inizia lì, l'oriente è a due passi. Mi ricordo quando c'è stato il conflitto nei Balcani. Ebbene, noi eravamo a pochi chilometri dalla guerra, vedevamo decollare gli aerei militari dall'aeroporto della nostra città, le navi militari salpavano dal nostro porto. Eravamo molto vicini e al tempo stesso molto lontani. La guerra non ci ha mai sfiorato, eppure era dietro l'angolo. La frontiera, le alte mura della città, la semplice separazione, ecco quello che intendiamo con El Cijo. E non credo che oggi, in questo mondo cosiddetto fluido e globalizzato, le frontiere siano scomparse. Tutt'altro.

Il vostro è un debutto a sei voci che nasce come spin-off da un'esperienza collettiva di artisti italiani nata nel 2001: Postodellefragole. Esiste ancora un legame fra questi due progetti, o le affinità elettive si sono sviluppate poi diversamente ne El Cijo?
Il legame fra i due progetti, inevitabilmente, esiste. Postodellefragole girerà il primo videoclip di El Cijo. Il clip uscirà prossimamente. Cerchiamo di mantenere unite le due esperienze senza che l'una si faccia ambasciatrice dell'altra. Postodellefragole è una realtà che ha i suoi modi, tempi e spazi. Altrettanto El Cijo. Quando è possibile intrecciarle siamo felici di farlo.

Si fa fatica ad armonizzare una piccola ensamble? Presumo che un sestetto musicale non sia facile da gestire soprattutto in fase compositiva…
Sì, è vero, non è facile. Ma più che in fase compositiva, le difficoltà, almeno per noi, sorgono in fase organizzativa. Non sempre abbiamo la possibilità di portare in giro per concerti la band al completo. Gestire economicamente e tecnicamente un sestetto può creare, almeno agli inizi, qualche problema. E in effetti, ultimamente, nei live che stiamo facendo per promuovere il nuovo disco, suoniamo con una formazione ridotta. Perciò, rispetto all'album, i nostri ultimi concerti sono stati forse più ruvidi, immediati, meno inclini alle dilatazioni strumentali fortemente presenti nel disco. Questo non ci dispiace. Tenersi aperte più possibilità è stimolante.

"Bounjour my love" è un'opera folk in chiave contemporanea. C'è la polvere, il blues, le malinconie e il calore di quel country americano che parte da Johnny Cash, passa per Stevie Ray Vaughn e arriva a Devendra Banhart. Ai lidi nostrani El Cijo preferisce la Route 66?
Credo, in tutta onestà, che abbiamo suonato quello che sentivamo di suonare. I mostri sacri che hai nominato sono lontani da noi un universo. La nostra ammirazione per loro è sconfinata. Ma li ammiriamo come si può ammirare una specie particolarmente affascinante di extraterrestre. Abbiamo iniziato componendo delle suite piuttosto cervellotiche, con molti strumenti, anche suonati via web da persone lontane. Tutto, in quella fase, veniva mescolato. Pop, folk, rock, jazz, blues, senza preoccuparci di dove andavamo a finire. El Cijo parte con questo approccio. Poi, con il tempo, alcuni pezzi hanno preso forma e altri sono scomparsi. Il risultato è nel disco. I membri della band venivano da esperienze diverse. Forse il folk è stato un punto di incontro.

Derive jazz, echi western, campionamenti ambientali. Il cantautoriato acustico è il centro gravitazionale dell'album ma questi sedici brani si muovono chiaramente fuori dai confini di "casa propria". Siete soddisfatti di questa sintesi musicale?
Immagino di sì. Descrive in effetti ciò che esce dal disco quando lo metti nel lettore. Come credo faccia ogni band, abbiamo messo insieme le nostre forze. Nel gruppo ognuno porta qualcosa di misterioso, qualcosa che spesso neanche lui è in grado di decifrare. L'esperienza musicale è qualcosa di oscuro. Abbiamo in noi tutta questa esperienza che negli anni abbiamo accumulato ascoltando dischi e andando a concerti. Ma se dovessimo spiegare di che si tratta, rimarremmo senza parole. Stesso discorso quando la musica si tenta di comporla. Il risultato è spesso inaspettato. Il punto di arrivo è un'incognita. Si parte per il mare e si arriva in montagna.

L'album è stato masterizzato negli storici studi L. Nix a Memphis (dove hanno lavorato anche Elvis Presley, BB King, ZZ Top). Com'è andata questa sosta nella culla del Tennessee?
L'idea è nata dal nostro produttore, Gilberto Caleffi. Inizialmente ne siamo rimasti sorpresi, quasi scioccati. "Davvero lo vuoi mandare laggiù?" Sì, ce lo voleva mandare davvero. Eravamo entusiasti. Poi abbiamo capito che la lontananza ci avrebbe creato qualche problema. Non poter essere presenti alla masterizzazione ha reso le cose un tantino "brigose". Non poter parlare di persona con chi masterizzava è stato motivo di qualche incomprensione. Fatto sta che il disco doveva uscire a marzo e invece è uscito a novembre. Cose che capitano, naturalmente. Alla fine siamo stati molto soddisfatti del risultato. Hanno fatto, credo, un ottimo lavoro. Ma se qualcuno venisse da me a chiedermi dove masterizzare il proprio disco, gli direi di trovarsi un buon posto vicino casa dove poter parlare a quattr'occhi con chi ci lavora.

"Per i musulmani la gola tagliata, per gli ebrei frusta al collo. Innamorati del tuo cane, vendi tua sorella e compra un I-Pod": c'è un margine di risalita in questa meravigliosa democrazia di cui parlate in "Everything"?
Anche la democrazia ha le sue perversioni. Ci siamo divertiti a elencarne qualcuna. Margini di risalita? Ma certo. In democrazia tutto è possibile. Siamo fiduciosi. "Everything" è solo una canzone satirica. Gilberto, il nostro produttore, era un pò preoccupato per il testo. In effetti c'è una parte, nel brano, che parla di musulmani, ebrei e cristiani con toni di sfottò. Ma è solo satira, niente di più.

"Just a rebel song" è una piacevole derisione verso la rivoluzione da salotto. "La vita non è un ravanello, la vita è una fredda cella frigorifera e la tua risposta è solo una canzone di ribellione". La disubbidienza è oggi solo una chiacchiera da bar?
Credo sinceramente che ci siano molte persone, ogni giorno, che si ribellano con coraggio o quanto meno oppongono resistenza, una strenua resistenza, sofferta e spesso controversa. Ma queste persone non sono certo quelle che dicono di farlo. La canzone si rivolge esattamente a chi propina la disubbidienza come una specie di valore supremo, come se l'ubbidienza sia il male assoluto. Forse chi non ha mai ubbidito, chi non conosce l'ubbidienza e il peso di essa sulla propria coscienza, non può disubbidire. E ho paura di chi accomuna con tanta facilità la disubbidienza alla libertà. Mi spaventano quelli che dicono che disubbidire equivale a essere liberi.

Avete suonato pochi giorni fa con Adam Green. Cosa vi porterete dietro di quel concerto?
Un'esperienza fantastica. Abbiamo aperto il concerto di fronte a persone entusiaste. Erano venute a sentire musica, volevano semplicemente la musica, e ti trasmettevano continuamente tutto il loro entusiasmo. Adam Green è un grande autore, ha una facilità di canto impressionante e il suo è stato davvero un bel concerto. Quanto a noi, ci ha fatto molto piacere che il pubblico, nonostante fosse venuto per lui, abbia prestato molta attenzione anche al nostro live, sostenendoci con il cuore. E anche la stampa ha prestato un attento ascolto al nostro piccolo show di apertura. Credo che questo sia un segnale di grande civiltà e passione.

Il vostro album è stato pubblicato da una piccola label indipendente, la Still Fizzy Records. Chi ha contattato chi?
Avevamo un demo, registrato con mezzi di fortuna. Gilberto Caleffi, mente e cuore della Still Fizzy Records, per caso lo ha sentito. Gli è subito piaciuto. Era convinto, decisamente persuaso che fosse un lavoro meritevole. Abbiamo organizzato tutto rapidamente. Lui aveva le idee chiare. Si è mosso con efficacia e talento. Abbiamo individuato i pezzi più adatti al progetto, li abbiamo discussi. E' stato un piacere lavorare con lui. Spero che il risultato sia buono. La Still Fizzy è un'etichetta neonata, ma credo che in futuro farà molto bene.

Com'è il "suono" di Ancona? Che rapporto ha questa città con i suoi musicisti?
Ancona è una piccola città. Sorprendente è il numero di validi gruppi presenti nella zona. Ci sono molte giovani band talentuose, che però vivono nell'ombra. Probabilmente il fatto che da queste parti ci sia poco da fare stimola la fantasia e la creatività. Purtroppo gli spazi a disposizione per concerti o iniziative sono ridotti all'osso. Ecco, questo è un problema. Ancona, troppo spesso, sembra dimenticarsi dei suoi doveri culturali nei confronti dei cittadini. Abbiamo l'entusiasmo dei giovani musicisti, il loro talento, la loro rabbia. Non si può darli per scontati. E' uno sbaglio.

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