Flavio Giurato - via telefono, 03-12-2004 Intervista

03/12/2004 di

Nonostante un pressing a tutto campo ordito dal giuratiano di ferro Antonio Zedda, intervistare Flavio Giuratonon è stato per nulla semplice: sono stati una improvvisa apparizione al recente MEI di Faenza e un decisivo scambio di numeri di telefono a sbloccare definitivamente le cose. Ecco, dunque, il risultato di una chiacchierata informale, utile ad indagare su presente e passato di un artista che non ha mai conosciuto il successo commerciale, cosa che non gli ha impedito di lasciare una traccia profonda all’interno della canzone d’autore italiano. Alla riuscita dell’intervista che segue ha contribuito Valerio Manuguerra.



Partiamo da “Il tuffatore”, il libro che l’editrice No Reply ti ha recentemente dedicato. Immagino tu l’abbia letto. Come è nato e che giudizio ne dai?
Tutto è cominciato il 21 maggio 2003, alla fine di un concerto a Roma, quartiere San Lorenzo, quando venni avvicinato da questi editori milanesi, ragazzi che avevano avuto l’idea di affidare a giovani scrittori italiani racconti ispirati alle mie canzoni. Ho pensato fosse una buona idea e loro si aspettavano che io, in qualche modo, mettessi bocca sull’operazione. Invece mi sono limitato ad attendere l’uscita del libro. Devo dire che “Il tuffatore” mi è piaciuto, i racconti sono molto belli. È stato piacevole vedere il modo in cui le fonti di ispirazione possano essere interpretate in maniera completamente diversa. Il racconto che più mi toccato è stato quello di Guido Celli, ispirato a “Mauro”. “Il mio muto mare di silicio”, di Alessandra C, invece, la prima volta mi ha lasciato perplesso, poi l’ho riletto, ci sono stato un po’ dentro e devo dire che è bello pure quello.

Non credi che all’interno del libro ci sia stata qualche forzatura di troppo? Ho avuto l’impressione che alcuni degli scrittori non conoscessero per nulla la tua musica.
Sinceramente non ho pensato una cosa del genere, anche perché poi gli autori li ho conosciuti. E credo che abbiano usato la mia musica come elemento stimolante della propria sincerità. Ho visto questi scritti molto aperti, in confessione con il loro pubblico. Può darsi che ci siano un paio di cose non all’altezza delle altre, ma nel complesso la cosa mi è piaciuta.

Il libro è accompagnato da un cd dal vivo. Quanto è stato importante per te tornare a registrare un disco dopo venti anni?
L’editore mi aveva chiesto di fare di fare dei concerti. Vedi, ogni volta che devo salire su di un palco, vado allo stato in cui mi trovano, cioè se sto da solo vado da solo, se sto con Piero Tievoli (il suo chitarrista “storico”, NdI) vado con lui, oppure con il gruppo. In quel momento ero con Piero ed è uscito fuori questo live. Per me, in quei giorni, suonare significava trovare le strutture dei pezzi per poi finirli. Solo di fronte al pubblico ci si può rendere conto se una parte è lunga o particolarmente presa. Quindi è stato un live utilissimo.

Sorpreso che a distanza a 20 anni ci sia stato qualcuno, come la No Reply, che si sia ricordato di te?
Devo dire che non ho subito il fatto di non fare più dischi come una cosa negativa. Ad un certo punto ho smesso ma ero abbastanza consapevole di aver realizzato qualcosa che potesse restare al di là del consumo immediato. Quindi sorpreso sì, ma fino ad un certo punto.

Cosa hai fatto in questi venti anni?
Il regista in televisione, oltre che continuare a scrivere e comporre. Ho lavorato dieci anni per Raiuno, prima con contratti a termine, poi con tutta la trafila del caso. Ho diretto le esterne, fino ad arrivare a Raisat, dove mi occupo di scrittura.

Come vivi il fatto di essere evaporato per un periodo così lungo per poi riapparire all’improvviso?
Non si tratta di evaporare. Guarda, ad un certo punto della sua vita, Luchino Visconti ha deciso di passare dieci anni ad allevare cavalli. Se uno si tira fuori dalle logiche industial-commerciali, certe cose possono succedere.

Pensi che una fuga ed un riemergere come quelli che hai vissuto possano ripetersi con un artista di oggi?
Dipende dalla qualità di quello che ha fatto. Io ricompaio perché i miei lavori hanno un valore intrinseco che li ha fatti durare per venti anni. Di quelli che erano primi in classifica quando io facevo i dischi probabilmente non c’è più traccia. Io invece, che all’epoca non vendevo nulla, ho visto ripubblicare in cd due dei miei tre lavori. Presto ne faranno un cofanetto, e la cosa è piuttosto atipica. Se uno è andato a Sanremo, a Domenica In o a dare il culo di qua e di là, e dopo venti anni torna, non gliene fotte niente a nessuno. Io appaio molto duro e puro (ride, NdI) ed una cosa del genere può avere valore solo con un personaggio così.

Stiamo parlando della tua scomparsa dalle scene di due decenni or sono ma, in realtà, nel 2001 avevi registrato “Il manuale del cantautore”, uscito solo in rete, su Vitaminic, ma pur sempre un album.
Quello me lo hanno estorto! Erano i provini del disco che sta per uscire, suonati con Toto Torquati, tranne un paio di pezzi che avevo realizzato da solo, tra cui “L’ufficialino”, un gioiellino nato in un pomeriggio in sala, chissà se riusciremo a suonarlo meglio.

Te la senti di esprimere qualche breve considerazione sui tuoi vecchi dischi? Partiamo dal primo, “Per futili motivi”, del 1978.
È l’opera prima. Ha una carica violenta, di aggressione della struttura della canzone. Per molti è il disco più bello che ho fatto.

In quel disco parli della Repubblica di Salò...
Sì, però tieni presente che sono situazioni riferibili al nostro ’77.

Appunto, all’epoca il solo parlare di Salò non poteva risultare pericoloso?
Non è quello il discorso. Le cose che scrivo non hanno mai un significato univoco, ne posseggono due, tre, possibilmente anche quattro. Per cui i piani di lettura sono tanti, non è mai una scrittura diretta ad un bersaglio preciso, che dice una cosa sola ed è quella. Chi può essere, ad esempio, “L’ufficialino”? Un peluche, un uomo in carne ed ossa, un bambino...?

Quattro anni dopo arriva “Il tuffatore”.
L’opera della maturità musicale, il disco delle grandi collaborazioni con Ray Cooper, Mel Collins, il giro internazionale, le registrazioni a Londra, un lavoro quasi perfetto devo dire. Quando gli portai il lavoro finito, Toto Torquati disse che si trattava del miglior disco italiano degli ultimi dieci anni. Un discone, lo dicono tutti, è quello che piace di più, anche se ci sono gli affezionati del primo e gli affezionati del terzo.

Ed arriviamo così a “Marco Polo”. Lo hai sempre considerato il tuo disco migliore. Per molti, però, è un lavoro ostico. In due canzoni diverse canti, per dieci minuti di seguito, “di nuovo i marinai già tirano le funi”, nel finale riprendi il riff di chitarra di “Notte di concerto”, già presente ne “Il tuffatore”. Scelte che fanno pensare ad un lavoro rabbioso, come se ce l’avessi avuta con qualcuno...
Ho avuto il problema di superare quel disco che era difficilissimo. All’epoca ho preferito stare zitto ma adesso, dopo venti anni, torno fuori. Al recente Mei di Faenza, Paolo Zaccagnini (giornalista musicale del Messaggero – NdI) ha detto che prima l’industria mi aveva ammazzato, adesso che l’industria muore ritorno. Mi è sembrata una cosa carina da dirmi, anche abbastanza vera tra l’altro. Per ciò che riguarda i contenuti di “Marco Polo”, devo dire che non ce l’avevo con nessuno: il disco nasce dal “Marco Polo” televisivo, è semplicemente la storia di un occidentale che va in Oriente. Scrivevo un pezzo ogni domenica, dopo aver visto la puntata andavo in una stanza con un pianoforte e mi mettevo a comporre.

Non hai mai avuto il successo commerciale. Come mai, eri troppo avanti forse?
Che ero avanti non lo dico io, lo hanno riconosciuto in molti. C’è da dire che quando uscì “Per futili motivi”, il governo Fanfani aumentò l’Iva sui dischi. Bisogna sempre ricordare che i dischi, prima di tutto, bisogna venderli ai negozianti. Per cui, l’Iva cresciuta dovevano pagarla anche sui pezzi invenduti. In quelle condizioni, è preferibile puntare su nomi sicuri. Ma in quei tempi lì, all’industria le cose andavano talmente bene che poteva permettersi di far uscire gente che non aveva un riscontro commerciale sicuro. Poi non c’è stato più spazio e quando i miei dischi hanno cominciato ad andare male, la mia etichetta ha dovuto per forza ripiegare su chi le potesse far tornare indietro i soldi.

I critici musicali ti hanno mai paragonato a qualche tuo collega?
Sono difficilmente paragonabile. Al contrario di quello che hanno scritto in questi anni, non c’entro niente con la scuola romana e con nessun’altro. Le cose che faccio sono soltanto mie. Né prima né dopo ci sono stati mai punti di riferimento. Secondo Zaccagnini sono il Battisti non morto, per altri sono il figlio di De Andrè... Inutile stare dietro a paragoni che non hanno riscontro sulla tecnica di composizione e sui testi. Non ci sono altri dischi come i tre che ho fatto, tra l’altro diversissimi l’uno dall’altro.

Sul libro della No Reply si parla della tua conoscenza con Nick Drake. Ce ne vuoi parlare?
Guarda, questa è diventata una favola! Posso dire di aver conosciuto Ringo Starr, che era venuto a trovare Ray Cooper mentre stavamo registrando “Il tuffatore” agli AIR Studios di Londra, quelli di George Martin, il produttore dei Beatles. Passò assieme a sua moglie, Barbara Bach, una donna incantevole peraltro. Nick Drake lo incontrai ad un party, non è che ci siamo frequentati...

Sta per uscire il tuo nuovo cd. Ci dai qualche anticipazione?
Tra i tanti ci sono i pezzi già comparsi nel live. Qualcuno mi ha fatto osservare che forse non era giusto riproporli ma me ne strafrego, anche perché avranno delle basi più potenti. Non vedo come delle versioni per sole chitarra e voce possano poi inficiare la riuscita del nuovo album. Il tutto sarà probabilmente senza tastiere e percussioni, ma si tratta di una decisione non ancora definitiva.

All’ultimo Mei di Faenza hai preso un premio...
Sì, per il video de “Il tuffatore”, premiato come il più innovativo nella storia dei clip italiani (meglio tardi che mai! NdI). È stato bello, assieme a me c’erano Gianna Nannini e Loredana Bertè.

Un po’ di imbarazzo, vista la compagnia?
No, assolutamente no!

Qual è il musicista che più ti ha appassionato negli ultimi tempi?
Piero Ciampi. Ho vinto per due volte il premio alla sua memoria ma per lungo tempo è stato solo un nome, una costola di libro non ancora aperto. Una volta scoperto, mi ha veramente schiavizzato, per me è ai vertici della canzone d’autore italiana.

Come ti presenteresti ad un ragazzo di vent’anni che non ti ha mai sentito nominare?
Gli chiederei solo di chiamarmi Mister, cioè con il titolo che ho conquistato diventando un allenatore di baseball. Sono stato anche un giocatore, arrivai alla nazionale giovanile. Mi sono ritirato per fare dischi, purtroppo.

Ne è valsa la pena, dai...
Sì, ne sarà valsa la pena, però col baseball mi sono divertito tanto. Ma mi diverto anche da allenatore. Adesso sono fuori per finire il disco, ma appena posso ritorno immediatamente sul campo.

Hai delle affinità con Elio e le storie tese, dunque...
Loro sono dei giocatori di serie C, io sto ad altri livelli... non esiste proprio (ride, NdI)!

Senti, ma Luca è davvero tuo fratello? Dicci che è uno scherzo...
Sì, è mio fratello, non c’è dubbio, ed è stato molto importante per me. Come mio fratello è anche Vasco, direttore di fotografia, che tra le cento cose che ha fatto ha partecipato a “Nuovo cinema Paradiso”, un film che ha vinto un Oscar.

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