In vino veritas. A pranzo con Dario Brunori Intervista

Dario BrunoriDario Brunori
18/06/2011 di Massimo Vitali

Quando mi hanno chiesto di intervistare Dario Brunori in occasione dell'uscita del suo secondo album, quel Volume 2 chiamato "Poveri Cristi", mi sono subito guardato allo specchio: io non sono un giornalista. Poi mi sono guardato di nuovo e ho capito: io sono un povero Cristo, ho anche trentatré anni. Un povero Cristo come i tanti che compaiono nel disco, che però se lo ascolti tutto dall'inizio alla fine succede che ti senti meglio: c'è sempre qualcuno che sta peggio di te. Così mi sono fatto delle domande, quelle domande che vorresti fare all'autore se solo l'autore si trovasse ad esempio a pranzo con te, in un pomeriggio di giugno, mentre il cielo minaccia pioggia, in una città chiamata Bologna.

 



"Il giovane Mario" è il primo povero Cristo che incontriamo nell'album e secondo me è anche la canzone più bella del disco, quindi vorrei tenerla per ultima. Però una domanda te la faccio lo stesso, così rompiamo il ghiaccio. Il giovane Mario "non aveva fatto i conti con il solaio": tu ti sei fatto i conti su quanti poveri cristi ci sono a questo mondo? In base a cosa hai scelto quelli presenti nel disco?

[Dario Brunori ride. Dario Brunori ha la caratteristica che nonostante abbia i baffi, quando ride si vede subito. Vediamo se continuerà a ridere fino alla fine dell'intervista.]

In realtà non ho fatto nessun conto, anche perché non sono un grande matematico. La scelta è caduta su questi cristi che si trovano nell'album perché mi emozionano le storie di quotidianità che in qualche modo ho vissuto, ma non sempre in prima persona, così com'era accaduto con il primo album.
Mi piace parlare di cose di cui non ho un'esperienza completa. Mi dà la possibilità d'immaginare una storia, scrivendo qualcosa che mi tocca a livello di sentimento, perché argomenti come questi sfociano spesso in analisi sociali, di mentalità, dove manca l'aspetto vero, quello autentico, chiamiamolo emozionale.
Io non sono un analista di situazioni sociali. Quindi non ho scelto sulla base di una premeditazione, ma semplicemente sulla base di cose che ho visto e che, come il giovane Mario che per campare giocava al gratta e vinci, mi hanno stimolato l'immaginazione.

E di stimoli in questo disco ce ne sono molti: in "Lei, lui, Firenze", si parla di fare finta di niente. Fare finta di niente, inteso naturalmente come fare finta di non essere poveri cristi ancora innamorati di chi ci è seduto accanto, in un bar a Firenze, fino alle nove di sera, mentre si parla di come è invecchiata la città, del lavoro, delle ferie, come se ci non fosse mai stata una storia d'amore, come se non fosse durata sei anni, come se in quel momento, a vedersi di nuovo dopo tanto tempo, non si ci si amasse davvero ancora come prima.
Per te a cosa serve l'amore che prima c'era, dopo non c'è più, però forse c'è ancora? Forse a confondere le idee? Oppure solo a scrivere belle canzoni? Quindi le donne che ci lasciano lo fanno per la nostra creatività artistica?

La risposta è assolutamente sì. Le donne lo fanno proprio con queste intenzioni: non è che vogliano provocare sofferenza per niente, non cercano una sofferenza fine a se stessa, le donne cercano proprio una sofferenza a scopo creativo. Quando sanno che questa sofferenza è in grado di produrre arte, allora ti lasciano.
Anche il tradimento, in questo senso, è visto dalla donna come un evento costruttivo. Mentre noi lo facciamo a scopo egoistico, loro lo fanno sempre a scopo altruistico, e quindi – e così provo a conquistarmi il pubblico femminile - noi uomini siamo egoisti, mentre le donne, anche quando ci sembrano spregevoli e crudeli nei nostri confronti, lo fanno solo per il nostro bene: mia madre diceva sempre che chi ti vuole bene ti fa piangere, chi ti vuole male ti fa ridere.

[Brunori è tornato a ridere. Forse i tre bicchieri di vino neanche alle due di pomeriggio fanno il loro effetto. Oppure l'effetto è solo quello che Dario, in base a quello che gli diceva sua mamma, si vuole male.]

"Lei, lui, Firenze" è una canzone che avrei voluto scrivere da tempo, quindi forse tra le canzoni del disco è quella un po' più premeditata, anche se nata in modo naturale, così come nascono tutte le mie canzoni. Completa sia un discorso "cinematografico" – una storia che non doveva avvenire solo nell'ambito del povero Cristo classico, come poteva essere Mario – ma è anche qualcosa di più, una situazione chiamiamola di "noia borghese", abbastanza comune alla nostra generazione.

"Una domenica notte" invece è una situazione comune a tutte le generazioni, da quando esistono i divani: una polaroid di un divano a tarda notte, un uomo davanti alla televisione mentre la sua donna gli dorme accanto, e lui non vorrebbe cambiare canale. Vorrebbe proprio restare sempre fisso su di lei, anche durante la pubblicità.
E invece no, il povero Cristo è sempre lì dietro l'angolo a ricordargli la sua voglia di fuggire via, quel senso di vuoto senza una ragione che lo viene a trovare, proprio quando lui credeva finalmente di avere cambiato casa, e invece lei è proprio lì sul divano insieme a lui.
Insomma, la storia di un altro povero Cristo che aveva sentito le campane, però forse erano quelle sbagliate. Allora ti faccio una domanda musicale: secondo te, quando ci si accorge di avere sentito le campane sbagliate, si può cambiare campana senza fare troppo rumore?

Parli della differenza tra campane a morto, e quelle da matrimonio? [Brunori ride, anche se non c'è niente da ridere, e infatti torna serio.] Io credo che cambiare campana senza far rumore sia possibile, però probabilmente non è quella la soluzione che risolve il problema: l'essere umano per sua natura è portato all'instabilità.
"Una domenica notte" è un brano particolare, l'idea era quella di dipingere più uno stato d'animo che una situazione, lo stato d'animo di queste alternanze di condizioni che da un lato ci fanno stare bene, e dall'altro no, come può essere una relazione di coppia. Anche se personalmente ho una relazione molto lunga, quindi vorrei fosse chiaro che io non faccio testo, molto spesso quando ci si accorge di stare bene, si cerca lo stesso di guardare altrove. Per esempio adesso io sto molto bene, però desidererei un altro po' di vino bianco.

[Brunori ricomincia a ridere, arriva altro vino bianco, così riesco a seguire i suoi ragionamenti, ma solo perché sto bevendo quanto lui.]

 


A proposito di bere, che poi a uno gli viene da ridere, ne "Il suo sorriso" il povero Cristo è il protagonista del brano, che invece di una donna, si è scelto Dente per amico. Dente appare nella doppia veste di seconda voce, e primo ladro di sorrisi. Ti faccio tre domande in una: ti pare giusto perdere il sorriso per un amico che non ti sorride? La tua collaborazione con Dente è nata da una barzelletta? Secondo te, continuerà a sorridere quando si ritroverà secondo in classifica, perché al primo posto ci sei tu?
Questa non è una domanda tripla, questa è una domanda per creare una bagarre mediatica!

[Il sorriso di Brunori è contagioso. Alla fine rido anche io, ma solo perché non posso nascondermi sotto i baffi come lui.]

Io trovo che nel caso di questo brano, perdere il sorriso per un amico che non ti sorride sia giusto. È giusto perché funzionale. Funzionale sempre per via di quella sofferenza, da cui scaturisce la produzione artistica di cui abbiamo parlato poco fa. Perciò devo ammettere che sì, la mia collaborazione con Dente è nata da una barzelletta. Quelle che viviamo in prima persona quando ci capita di salire sullo stesso palco, dove i concerti si trasformano spesso in incontri di cabaret: mi piace l'approccio che ha Dente sul palco, in questo siamo molto simili, anche se in modi diversi, quindi penso che siamo complementari. La sua è un'ironia di tipo inglese, cerebrale. La mia è un'ironia un po' più ruspante, anche in termini di rapporto con il pubblico.
Per il resto, non credo che a Dente andrà mai via il sorriso. E se gli andrà via, non sarà certo per questioni di classifica, ma solo perché su questo brano non ha diritti d'autore: gli introiti sono tutti i miei.

Parlando di introiti, in un'intervista che ti hanno fatto ai tempi del tuo esordio, parlando del progetto Brunori SAS, hai spiegato il concetto di accomandita semplice: ovvero l'accomandatario risponde con tutto il patrimonio, mentre gli altri soci solo per la loro quota. Quindi hai detto che se ad esempio il tuo prossimo disco lo avesse pagato un albergo, lo avresti intitolato "Hotel Marina Blu". Allora ti chiedo, considerando il titolo "Poveri Cristi", per pagarti questo nuovo album, che hai fatto, l'elemosina?
No, ho fatto di meglio, ho fatto tesoro degli errori: quando uscì il primo disco, le donne di chiesa del mio paese mi rimproverarono di avere citato Padre Pio e non San Francesco di Paola, che è il patrono del mio paese. Così quando è venuto il momento di scrivere il secondo disco, ho fatto un giro di conventi come si usa fare durante il rito dei Sepolcri, fino ad arrivare al convento di San Francesco di Paola, che ho citato nella canzone "Rosa", in cambio di una cospicua offerta racimolata dalle candele votive, quelle che si accendono con la monetina – che poi ho scoperto che si accendono comunque, anche senza monetina, ma questa è un'altra storia. Lo stesso è avvenuto per le offerte dei cestini di molte parrocchie del cosentino, che ora sono un po' più povere, motivo per cui "Poveri cristi" è un titolo voluto ma soprattutto dovuto.

In tema di fede, vorrei citare "Bruno mio dove sei": Bruno è l'unico in tutto il disco a sapere dove si trova, e se si trova dove spero io, vicino a San Francesco di Paola, è in grado di vedere anche tutti i poveri cristi del mondo. Io credo che, come dici tu, per essere felici basterebbero anche "le sigarette lasciate sul comodino, e il cruciverba poco più in là". Basta solo rendersi conto che la felicità è fatta di piccole cose. Se anche questa canzone fosse ispirata da una tua esperienza diretta, ed è talmente delicata che non voglio saperlo, vorrei comunque che rispondessi a una domanda: tu riusciresti ad essere felice con le piccole cose, quando hai perso una di quelle più grandi che avevi?
In realtà sì. Proprio perché ho scoperto con l'esperienza che, perdendo una cosa grande, nel mio caso una persona che per me rappresentava qualcosa di importante, riesci a ristabilire le gerarchie delle cose veramente importanti nella tua vita. Non parlo di un elogio alla semplicità, ma di come sono riuscito a capire che le cose che ti legano a una persona sono fatte di elementi semplici, indizi a cui talvolta non ci si fa caso, fossero anche "le sigarette lasciate sul comodino, e il cruciverba poco più in là".
Quando prima del progetto Brunori SAS ho perso mio padre, quella perdita mi ha dato subito la sensazione di uno schiaffo. Uno schiaffo buono, però. Uno schiaffone che mi ha detto: "Oh, Dario, adesso ti riprendi e capisci davvero cos'è importante." Così ho iniziato a pensarci. Io sono uno che pensa moltissimo, passo molto del mio tempo a pensare e spesso in questo pensare mi sfuggono delle cose. Dopo un evento del genere, anche se sei portato a perderti in altri pensieri – il mio lavoro in questo senso aiuta – ti accorgi comunque, ad esempio nella scrittura, di quanto sia necessario il desiderio di essere attento a osservare quello che è importante. Non è detto che siano solo piccole cose, però molto spesso sono cose semplici.

Leggi la seconda parte

dove si parla di dare la giusta gerarchia alle cose e di conti da pagare.

 

Massimo Vitali

Massimo Vitali nasce a bologna nel 1978. Ha vinto il premio Subway Letteratura nel 2009, nel 2010 la casa editrice Fernandel ha pubblicato il suo primo romanzo, "L' Amore non si dice". A breve sarà presente nell'antologia di racconti "30 secondi di universo" pubblicata Marcos y Marcos editore.

www.massimovitali.org

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