“Waves”: l'intervista ai registi del documentario che racconta la nuova musica italiana Intervista

Un fotogramma di Waves (nella foto, gli Ex Otago)Un fotogramma di "Waves" (nella foto, gli Ex Otago)
09/04/2018 di

Due giovani filmmaker torinesi, la passione per la musica e la volontà di documentare come e perchè sta cambiando la musica italiana, raccontandone l'altro volto. “Waves - L’altro volto della musica italiana” è un lavoro di Marco D’Almo e Francesco Ferraris che, partendo dal palco del Flowers Festival di Collegno, organizzato da Hiroshima Mon Amour, rispecchia quelli di tutta Italia in cui i nomi indipendenti cominciano a registrare grandi numeri, strizzando l'occhio alle major e preannunciando una vera rivoluzione a livello artistico e discografico. Il docufilm, che vede la partecipazione tra gli altri di Brunori Sas, Levante, Willie Peyote e Bianco, è stato presentato lo scorso 17 marzo al Sottodiciotto Film Festival, e gli autori ce lo raccontano in quest’intervista.

Come è nata l'idea di questo progetto?
L’idea di “Waves” nasce in origine da Hiroshima Mon Amour, che circa a marzo dell’anno scorso ci contattò per discutere l’eventuale realizzazione di un documentario che raccontasse l’edizione 2017 del Flowers Festival: noi ci siamo mossi da quell’idea, allargando però lo sguardo verso una visione più ampia, che partisse dalle proposte musicali del festival per poi abbracciare gli aspetti più disparati della vita di chi la musica la vive quotidianamente.

“Waves” dà l'idea del movimento già dal titolo: constatate una certa dinamicità anche nella musica indipendente che volete raccontare? Cosa sta cambiando se sta cambiando?
Sicuramente, tutte le correnti musicali si evolvono velocemente, oggi più che mai. Quello che potremmo definire indie italiano si sta certamente aprendo a fasce di pubblico sempre più ampie, ma questo – ed è un punto che nel documentario abbiamo avuto cura di sottolineare – non significa sacrificare la propria identità artistica alle logiche commerciali. La musica indipendente che raccontiamo è quella che porta avanti i propri progetti e le proprie evoluzioni in maniera genuina: che lo faccia nel garage di casa propria o attraverso la distribuzione di una major per noi non ha alcuna importanza.

A fare da sfondo Torino: quanto ha influito la città sui vostri gusti musicali, siete soddisfatti degli stimoli ricevuti?
Moltissimo, infatti crediamo che “Waves” tradisca un po’ di campanilismo. Parecchi artisti presenti nel documentario sono torinesi, e questo è dovuto sia a ragioni pratiche dal punto di vista produttivo, sia ad innegabili affinità elettive sabaude: ci siamo resi conto solo dopo aver terminato la post-produzione che l’80% della colonna sonora del film è “Made in Turin”.

A farvi da spalla in questo progetto l'Hiroshima, storico live club italiano: quanto è stato importante?
Hiroshima è stata importantissima, in quanto ha agito essenzialmente come un produttore esecutivo: direttamente o indirettamente ha fatto da tramite con gli artisti, attraverso la sezione “Educational” del Flowers Festival ci ha aiutato a radunare l’ottima squadra grazie alla quale è stato possibile realizzare effettivamente il documentario, ci ha concesso spazi e offerto consigli. In tutto questo, però, non ha mai cercato di imporre la propria visione artistica sul film: la nostra indipendenza in tal senso è stata pressoché totale. Sappiamo bene di essere stati dei privilegiati, dal momento che difficilmente oggi viene concessa una tale libertà a dei giovani esordienti, in qualsiasi campo.

Come avete selezionato gli artisti per le interviste? C'è stato qualcuno che vi ha colpito in particolare con risposte inaspettate?
Diciamo che gli artisti presenti in "Waves" sono un po’ una mediazione tra le nostre passioni musicali e tra figure di cui riconosciamo l’indiscussa importanza, anche se magari non incontrano perfettamente i nostri gusti. Sicuramente ci ha piacevolmente sorpreso trovare punti di contatto nelle risposte di personalità diversissime: ciò ha contribuito a creare una buona amalgama nel tessuto di base del film, dandoci degli spunti verso cui sviluppare il discorso documentaristico.

Alcuni dei protagonisti del docufilm in realtà più che “l'altro volto” sono il volto della musica italiana oggi: penso a Brunori e Levante ad esempio, non credete?
Sicuramente alcuni degli artisti presenti in "Waves" oggi stanno uscendo dalla nicchia e cominciano a ricoprire ruoli sempre più da protagonisti nel panorama musicale contemporaneo nostrano, però questo non va a intaccare il tipo di percorso e le intenzioni che sottendono a un progetto musicale coerente e sincero: e, di nuovo, questo può esprimersi sia nei pub di periferia davanti a 20 persone, sia con 2000 paganti sotto al palco.

Dove volete arrivare con questo progetto e ci sarà un seguito?
Adesso stiamo cercando di fare le mosse giuste per garantire al documentario il migliore percorso festivaliero possibile, ma ci muoviamo con i piedi di piombo perché il rischio di bruciarsi delle occasioni è dietro l’angolo. Sicuramente dopo il buon riscontro avuto al Sottodiciotto Film Festival vogliamo far vedere il film a più persone possibili, e ci stiamo già muovendo per organizzare altre proiezioni, a Torino e non. "Waves" è stata un’esperienza incredibile, ma adesso vogliamo sperimentare nuovi percorsi e concentrarci su altri progetti, diversi dal documentario musicale.

Tag: documentario

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