La leva calcistica del '18: Willie Peyote - Torino fc Intervista

23/02/2018 di

La leva calcistica del '18 è la nuova serie di interviste di Rockit dedicate a due delle più grandi passioni degli italiani: la musica e il calcio. Che rapporto hanno i musicisti nostrani col pallone? Salire sul palco è come scendere in campo? Qual è il loro grande desiderio calcistico? Oggi parliamo con Willie Peyote, grande tifoso del Toro, passione che non manca mai di rimarcare anche nelle sue canzoni.

Un giorno sono andato a visitare Superga con tre miei amici di Torino tifosi granata per “secolare” tradizione famigliare. Non dico di essere diventato un vostro tifoso, semplicemente, quel pomeriggio ho percepito qualcosa: che la fede granata è effettivamente qualcosa di differente da quella di tutte le altre tifoserie. Tu come la vivi?
Dietro al Torino c’è tutta una mitologia alla Davide e Golia che, nella città degli operai, della Fiat, acquista tutto un altro spessore se correlata alle vicende dell’altra squadra. Io, in particolare, sono diventato un tifoso granata quando mi hanno raccontato nel dettaglio la storia di Giorgio Ferrini. Storico capitano del Toro, non vinse mai un campionato e morì nel 1976 poco dopo il suo ritiro nella stagione in cui i Granata tornarono a vestire il tricolore sul petto. La storia del Toro è costellata da storie tristi, Superga, Gigi Meroni. Storie tristi ma in qualche modo romantiche, che non possono far altro che creare un legame speciale tra i tifosi e questa squadra.

Anche tu sei diventato tifoso per tradizione famigliare?
Be' sì, è principalmente merito di mio padre che in qualche modo è riuscito a convincermi anche con le brutte. C’era l’embargo a casa mia sui prodotti che sponsorizzavano la Juve: la Sony, la Danone, la Tamoil… Non voglio dire che mi abbia costretto, l'ha sempre messa sul ridere. La mia è stata una scelta consapevole, il momento più importante di qualsiasi fede è quando la si concepisce, ma certamente lui mi ha indirizzato.

Da piccolo hai giocato a calcio? E se sì, in che ruolo?
Da piccolo piccolo, prima che riscontrassero la mia miopia, ho giocato alla scuola calcio ma vedendo poco non mi divertivo un granché. Crescendo ho continuato a giocare facendo lo stopper come Camillo. Ero il difensore che picchiava. Mi piaceva il ruolo del centrale difensivo, perché il difensore è un po’ come il bassista di un gruppo, ti accorgi che è forte solamente quando manca. Non ero propriamente bravo con i piedi, anzi, ero abbastanza una sega, ma mi divertivo a fare delle gran scivolate. Ero un tipo da palla o gamba insomma.

Nell’ambiente rap torinese la maggior parte degli interpreti tifa Juve, non dico che ci sia maretta, ma, almeno, vi prendete un po’ in giro?
Con Shade mi hanno addirittura mandato a commentare un derby per “Quelli che il calcio”. È un gobbo di merda, ma gli voglio bene. Lui è molto tifoso però sai, la tifoseria è molto legata alle origini famigliari: di tutti questi interpreti io sono forse l’unico veramente torinese, sabaudo. È un discorso riduttivo ma a Torino c’è tutta una tradizione di operai che arrivavando dal sud per lavorare alla FIAT finivano, inevitabilmente, per tifare Juve. Ensi, ad esempio, è di origini meridionali ed è un tifoso bianconero. Anche Fred de Palma è juventino ma tutto sommato non gliene frega un cazzo.

“Torino mentalità ultrà vecchia maniera solo in qualche foto questa città era in bianco nero”. La fede granata, nelle tue canzoni spesso non si limita ad essere un discorso prettamente calcistico. In senso più ampio, che significato ha il Toro nel tuo immaginario?
Mi piace quel genere di narrazione. Tifando per la squadra più scarsa della città è necessario imparare a usare l’ironia per addolcire le sconfitte che costantemente si palesano. Già alle elementari venivo preso in giro dai miei compagni juventini dopo ogni derby. Sono, e siamo, sempre stati abituati a subire. In tutto questo la fede Granata rappresenta un senso di rivalsa, la volontà di mettersi contro il mondo. Letteralmente “più ti trattano male più ti senti rappuso”. Anche col Toro funziona un po’ così. Una narrazione da antieroe che, a mio avviso, rappresenta bene anche l’attitudine della città: c’è un forte legame tra Torino e il Torino. Il Toro non è mai stata una squadra che ha fatto del bel gioco la sua ragione d’essere, la sempre buttata sull’agonismo, sull’ardore, sull’impegno. Ci piace vedere la gente che suda per la maglia, che è poi una concezione molto sabauda: i torinesi, in fondo, sono un popolo che ha sempre e solo lavorato.

I miei amici mi fanno presente che ti vedono spesso in curva. Anche la curva di Torino, la Maratona, è una curva storica. Tra l’altro, come s'incastra la vita del tour con un appassionato frequentatore dello stadio come te?
Io non vado più in Maratona da un po’ di anni, vado nella curva Primavera, dove i vecchi ultrà sono stati espatriati dopo che alcuni personaggi non ben definiti sono entrati a comandare in curva. Personaggi con dei legami poco chiari con lo Stato e con la Digos. Nel tentativo di epurare i vecchi ultrà sono stati chiusi alcuni settori dello stadio, diversi miei amici hanno ottenuto il daspo. Una manovra di accerchiamento in cui centra anche la Digos. Quindi, preferisco frequentare l’altra curva, per quanto la Maratona rappresenti sempre la culla del tifo Granata e io ci sia andato per almeno 15 anni. Però oggi il vero tifoso del Toro frequenta l’altra Curva e sa di cosa sto parlando. Quando sono a Torino vado sempre allo stadio. In tour è un casino perché, giocando alle 15,00, anche suonando il sabato sera in centro Italia, è difficile ritornare per tempo. La partita a casa mi mette ansia, allo stadio stai in piedi, salti, canti, ti fai le canne, le birretteù. Hai modo per stemprare la tensione. A me lo stadio piace perché è una zona franca, è un contesto di convivialità in cui finisci per voler bene a qualcuno con il quale nella vita normale non avresti nulla da spartire. È un luogo dove si repira l’umanità.

A proposito di stadio, questa riapertura del Filadelfia?
Mio padre ha preso parte attivamente alla ricostruzione del Filadelfia, anche economicamente, partecipando con diverse associazioni come ”Il comitato di dignità Granata” quando lo Stadio era ancora di proprietà dei tifosi. Ora è stato acquistato dal presidente, un personaggio discutibile per certi aspetti (non ha ancora aperto le porte ai tifosi per vedere gli allenamenti), ma la riapertura di questo impianto così importante per la storia Granata è sicuramente una bella notizia. Io sono andato quando hanno gettato la prima pietra della rifondazione ma, sfortunatamente, non ci sono ancora entrato. Però sono molto felice per la primavera granata che qui disputerà le sue partite, così potranno formarsi respirando cosa vuol dire indossare questa maglia, è un'operazione sul senso di appartenenza che, nel calcio, sta andando via via perdendosi. Banalmente anche il Barcellona, con tutte quelle menate “mès que un club” investe molto su questo aspetto sia nella formazione della “cantera” che nel rapporto con la città, è un discorso che si può intavolare sono in determinati contesti sociale. E Torino è uno di questi.

Anche se credo di conoscere già le risposte, la trasferta e la partita più bella?
La trasferta sicuramente Bilbao. Il Bilbao non aveva mai perso in casa contro una squadra italiana e quello stesso anno aveva eliminato il Napoli nei preliminari. È stato bellissimo uscire dal San Mames con 50.000 spettatori ad applaudirci. I tifosi baschi sono splendidi, da vedere e da ascoltare, ed è praticamente nato un gemellaggio. La partita più bella invece, sempre nello stesso anno, il derby vinto 2-1 in casa, il primo derby vinto in casa che abbia mai visto. Darmian segnò il pareggio e Quaglierella il definitivo vantaggio (senza esultare per un gol nel derby perché contro la sua ex squadra, tra l’altro).

Entrambi successi che portano la firma di Ventura, eppure con la Nazionale…
Ventura è troppo spocchioso. Paradossalmente quell’anno col Torino gli ha fatto male. Ha raggiunto dei risultati inaspettati con una squadra tutto sommato non fortissima, e i riscontri si sono poi rivelati in Nazionale. Il 4-2-4 con Insigne largo non si poteva vedere. È lui la causa principale del suo male, è troppo ottuso, in realtà sarebbe anche un buon allenatore se non si fossilizzasse per orgoglio su alcune sue idee. Però non posso dire nulla, durante la sua permanenza al Toro qualche soddisfazione ce la siamo tolta.

“I tuoi eroi fanno cilecca sul più bello, fichetti strapagati come Matri o Boriello”.
Mihajlovic sembrava incarnare alla perfezione la figura dell’allenatore granata e invece alla fine ha fatto cilecca anche lui. Cosa pensi di questo nuovo avvicendamento con l’arrivo sulla panchina di Mazzarri?
Ho approfondito con molto interesse il discorso di Mihajlovic, si narrava fosse amico delle tigri di Arkan. In realtà, Sinisa è nativo di una delle più martoriate città sul confine tra la Serbia e la Croazia e, giocando nella Stella Rossa di Belgrado, dovette per forza di cose entrare in contatto con il capo della tifoseria ultrà. È un discors complesso. Lui a mio avviso non è né una cattiva persona né uno stupido ma ha sicuramente un grave problema di comunicazione: sempre altezzoso, in polemica, lo scivolone su Anna Frank è stato grave così come la retorica prima di ogni derby. Ne hai persi 4 su 4, almeno provi ad avere la decenza di tacere. Hai gasato così tanto il povero Baselli che dopo 20 minuti si è fatto espellere. A Torino puoi essere un allenatore con delle idee del cazzo se porti risultati, se sei scarso ti possiamo sopportare se rappresenti uno spirito veramente granata, entrambe le cose, però, sono inammissibili. Paradossalmente, Mazzarri non mi è mai piaciuta come persona ma credo sia il mister più bravo che io abbia mai visto sulla nostra panchina (Mondonico non ho fatto in tempo a godermelo) e credo sia l’allenatore giusto per portarci in Europa. Speriamo dia una svegliata a Belotti, ce ne sarebbe bisogno.

A proposito di Belotti, la prossima domanda era proprio sul Gallo (che, tra l’altro, ho comprato al fantacalcio). Col senno di poi, dato il corso fin qui sfortunato della sua stagione, lo avresti venduto?
Lo avrai pagato uno sproposito! Ti dico, secondo me adesso si riprende e arriva facilmente in doppia cifra. Il ragazzo è bravo ma per 100 milioni cash lo avrei venduto, sarebbe stato giusto sia per lui che per la società. Sicuramente non lo venderei questa stagione a un terzo del prezzo. A me lui piace, è proprio un giocatore da Toro: sempre zitto, corre, picchia, si impegna. Stilisticamente è anche un po’ bruttino da vedere, ma ci mette davvero il cuore anche quando non segna, è un antifighetto. Sarebbe bello poterlo tenere, in prospettiva, ma è giusto che ragazzi come lui guadagnino più soldi, giochino per palcoscenici più prestigiosi. Quando è andato via Glik io non ho smesso di volergli bene. Ero veramente legato a Camillo, quando ha vestito la nostra maglia l’ha sempre onorata fino in fondo. Per me è abbastanza, anche per i calciatori è giusto inseguire la propria carriera.

Gli Statuto hanno scritto l’inno del Toro. Per le nuove generazione tu sei un po’ la voce ufficiale di questa squadra. Ti piacerebbe scrivere una canzone ufficiale per la società o la tifoseria?
Io non voglio essere il portavoce di nessuno, voglio sentirmi libero di dire quel che voglio. Il Toro è una cosa mia, fa parte della mia vita, ha un significato per me ed un significato diverso per altre mille persone, forse non mi sentirei a mio agio a rappresentare qualcun altro. Non ci ho mai pensato ma se dovesse arrivarmi una proposta non so se la accetterei. È ovvio che nelle mie canzoni traspare questo amore, se i tifosi mi vogliono usare come voce narrante ben venga. Ma, sia chiaro, io non voglio fare la marchetta per nessuno. Il pezzo su Glik al di là di tutto ha anche un suo valore intrinseco che va oltre quello calcistico. Il Toro è parte della mia vita ed io spesso lo uso come metafora perché sono del Toro anche per quello che rappresenta ideologicamente e politicamente. E non sto dicendo che in futuro, dovesse capitare, non lo farei, ma sentirei sicuramente una pressione tremenda. Vorrei fare una cosa ben fatta non una semplice operazione per guadagnare fan.

Per l’appunto, la traccia dedicata a Glik ha preso spunto dal deprecabile fallo commesso da parte del calciatore polacco nei confronti di Giaccherini durante un derby, che significato assume un momento calcistico nell’epicità di questa canzone?
Io a Glik volevo già bene prima che commettesse questo fallo. Il coro che gli dedicavamo (che poi è quello che compone il ritornello) secondo me si prestava molto bene. Quando si è fatto espellere in entrambi i derby ho pensato fosse giunto il momento di dedicargli una canzone. Un po’ l’ho compreso, nella mia seppur breve carriera calcistica giocando nello stesso ruolo, sono stato espulso innumerevoli volte. Gli ho voluto ancora più bene perché quello è stato un fallo stupido, di frustrazione. Chiellini è molto più cattivo di Glik, è subdolo, cinico, come avversario intendo. Montero è sempre stato un picchiatore, ha pagato le sue conseguenze ma non è mai stato figlio di puttana. Hai capito cosa volevo rappresentare? La foga del perdente, il tentativo ultimo e disperato dell’antieroe di imporsi su una realtà già scritta, più potente e più ricca. Anche io posso sembrare il rapper cattivo perché sono molto più infoiato, scorretto e uso più parolacce di Fedez. Ma il vero male è lui, non io. Fedez è Chiellini e io sono Glik, per intenderci.

Se dovessi citarmi uno dei tuoi calciatori preferiti?
Io mi affeziono tanto ai giocatori, ho voluto bene a tanti ragazzi. Ferrini è certamente il giocatore con cui ho iniziato a tifare questo club e Glik non è neanche da menzionare. Ma se dovessi dirti un nome così su due piedi, direi Gasbarroni. Lui è di Torino, ha sempre giocato a calcio scazzatissimo, con uno stile quasi “calcuttiano”. Poi era fortissimo, in sostanza gli ho voluto bene perché a lui non gliene è mai fregato un cazzo. Anche se quando giocava nelle altre squadre ci ha sempre segnato contro.

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