Canzone per un amico

Per il video del suo nuovo, malinconico singolo solista "Heart of 37 Gold", Wilson dei Bee Bee Sea aveva coinvolto uno dei suoi migliori amici, "Bianco", festaiolo instancabile e amabile cazzaro. Non poteva immaginare che quel pomeriggio di riprese sarebbe stato l'ultimo ricordo felice insieme

Wilson e Bianco
Wilson e Bianco

 "Questo video non è mai stato finito". La schermata compare poco dopo che sono passati due minuti dal videoclip di Heart of 37 Gold, brano un po' sognante e un po' malinconico di Wilson, che siamo abituati a vedere in una veste ben più caciarona coi suoi Bee Bee Sea. Qua invece l'incedere è rallentato, mentre la voce si offusca come i ricordi che emergono nel testo, fino ad affondare nel distortissimo riff di chitarra che traina il brano. "Una delle più belle canzoni che abbia mai scritto", ha scritto Wilson sui propri social lanciando il singolo sui social. E allora perché il video è rimasto così, interrotto?

Il motivo è particolarmente delicato. Per realizzare il videoclip Wilson, come spesso accadeva, aveva coinvolto Marco Bianchini, per tutti Bianco, uno dei suoi migliori amici. I due passano un pomeriggio al parco, riprendendo con un drone le cui batterie a un certo punto si scaricano, così decidono che avrebbero concluso il lavoro nei giorni successivi. Succede però che Bianco, un paio di giorni dopo, ha un incidente stradale e muore all'età di 35 anni. Notizia devastante, considerato anche quanto Bianco fosse benvoluto. E così brano e video assumono subito un significato ben più profondo e straziante, diventando allo stesso tempo un bellissimo modo per ricordare un amico. "Mi piace pensare che sia stato il suo modo di salutarmi", ci ha raccontato Wilson al riguardo. Assieme a tante altre cose del loro rapporto che trovate qui sotto.

video frame placeholder

Come nasce Heart of 37 Gold?

Nasce da quel riff iniziale che si ripete per tutta la canzone. L'avevo registrato nella sessione precedente come memo: inizialmente pensavo di usarlo per un pezzo 70's bubblegum, ma poi ho pensato che sarebbe stato più interessante trasformarlo in un brano in acustico pensando che potesse creare un bel contrasto. Ho quindi registrato una chitarra acustica con qualche arpeggio e una linea di basso molto semplice. Ma la magia è nata quasi per caso quando ho distorto le chitarre acustiche, creando quel layer rumoroso che finisce per sovrastare tutto. Da lì ho creato una linea vocale e n'è uscita una melodia bellissima. Il testo l'ho scritto con l'aiuto di una mia cara amica, che una sera si è offerta di aiutarmi a buttare giù qualche riga, un po' per cazzeggio.

Bianco come l'hai conosciuto?

Bianco è un mio amico d'infanzia. Alle elementari non era in classe con me ma era bambino molto vivace e divertente. Era anche piuttosto dispettoso ma quando alle medie siamo capitati in classe assieme è praticamente diventato subito uno dei miei migliori amici. Da allora siamo sempre stati legatissimi. Il primo ricordo di lui è di quando lo vidi per la prima volta scavalcare il cancello di casa sua con sua mamma che lo rincorreva per non so quale marachella. Ho pensato subito che doveva essere un bel soggetto. E infatti lo era. È sempre stato molto divertente ma era molto bravo anche a farsi odiare e un talento nel finire nei guai. Quando eri con lui eri certo che qualcosa sarebbe successo. Non era contemplato annoiarsi con lui.

C'è un ricordo di lui a cui sei particolarmente legato?

Uno che mi ha sempre fatto ridere è di quando ci accompagnò al Musical Box di Verona, un grande negozio di strumenti musicali. Mentre noi provavamo le nostre cose, lui andò dal commesso — un mega nerd scorbutico, con le sembianze e il carattere dell'Uomo Fumetto dei Simpson e un forte accento veneto — e, fingendosi musicista, esclamò: “Salve, vorrei provare quella Gibson”. Il commesso, un po' attonito, rispose: “Quella?! Ma quella è una Fender!”. Imperterrito, continuò la sceneggiata: “Ah giusto! Sì, vorrei provare quella Fender”. A quel punto il commesso, sempre più perplesso, gli chiese: “Sicuro questa?! Ma sei mancino te?”. Non ne aveva imbroccata una. Alla fine riuscì comunque a farsi dare una chitarra e passò dieci minuti a suonare il riff di Seven Nation Army sulla corda del Mi.

Che tipo era?

Era una persona molto conosciuta in tutto il paese. A Castel Goffredo lo conoscevano praticamente tutti. Un po' perché era il figlio del fotografo in piazza, un po' perché era un gran chiacchierone. Era anche il re delle feste. Viveva per quelle ed era proprio lì che dava il meglio di sé. Amava circondarsi di persone e soprattutto unirle, per festeggiare e stare in compagnia. Aveva sempre una battuta per tutti. Sapeva trovare i punti deboli delle persone e scherzarci sopra e, se vedeva che si infastidivano, si divertiva ancora di più a stuzzicarle. Con lui si poteva arrivare a litigare anche seriamente. Non so quante volte ci ho litigato.

Avete continuato a frequentarvi anche da adulti?

Negli anni magari non ci vedevamo più così assiduamente. Però, a differenza di quasi tutti gli altri miei amici d'infanzia, lui si è sempre interessato alla mia musica. Sin dai primi concerti era praticamente l'unico che si prendeva la briga di venire quando suonavamo nei paraggi e di coinvolgere tutti gli altri. Era sempre molto entusiasta. Non era un grande cultore di musica, ma parlavamo spesso e gli piaceva darmi dei feedback, sempre in modo costruttivo e mai critico. A ogni tappa del nostro percorso lui c'era: si congratulava, commentava, partecipava. E una delle cose che mi fa più male è pensare che non ci sarà più a seguire il mio percorso. Era una persona creativa e mi piaceva coinvolgerlo. Molti video dei Bee Bee Sea, infatti, erano stati fatti con lui. Ed era divertente lavorare insieme. Amavo fare serata con lui, ma i momenti che abbiamo passato insieme per la musica sono quelli che ricordo con più affetto. Sono felice, in qualche modo, di aver passato gli ultimi giorni con lui facendo quello che ci piaceva di più.

Com'è andata quella giornata di riprese?

Abbiamo passato il giorno precedente a parlarne e a cercare l'attrezzatura, senza successo. Alla fine siamo riusciti a usare un drone, ma il risultato non era nemmeno lontanamente simile a quello che avevamo in mente. Abbiamo fatto qualche ripresa finché dei bambini si sono messi a giocare dietro di noi proprio in quel momento. Purtroppo proprio in take le pile del drone (che lui si era dimenticato di ricaricare) si sono scaricate non riuscendo a terminare il video. Quindi si è interrotta la ripresa con la scena dove si vede la camera atterrare nell'erba con i bambini che osservano curiosi. Le riprese avrebbero dovuto continuare la settimana successiva ma il destino ha voluto così. La giornata era davvero piacevole: ancora calda, ma sopportabile, con un cielo rosa stupendo. Tra una take e l'altra bevevamo birra e fumavamo sigarette che lui, come sempre, mi offriva. Ogni tanto facevamo anche due tiri a pallone con i bambini. Niente di così speciale insomma. Però eravamo contenti. Solo io e lui come se avessimo ancora 16 anni. Spensierati, al tramonto di una giornata di fine estate.

Hai detto che questa canzone potrebbe essere la "best song I’ve ever written". Cosa la rende speciale?

Ho scritto tante canzoni che reputo carine. Ma questa è davvero speciale. Non ho mai scritto qualcosa del genere e non saprei nemmeno dire a cosa assomigli o cosa mi ricordi. Mi piacciono la melodia, le chitarre, il testo. Mi piace il fatto che sia così semplice senza cadere nella banalità. È come se avesse un carattere e un colore tutto suo. E potrei ascoltarla per ore. E ora che è inevitabilmente legata a lui, è doppiamente speciale.

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L'articolo Canzone per un amico di Vittorio Comand è apparso su Rockit.it il 2026-10-12 10:37:00

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