All You Can Hate, dal cuore della Sicilia senza scorciatoie

Tra concerti improvvisati, provincia e nuove consapevolezze, la storia di un progetto nato per suonare forte e senza compromessi.

Crescere nel cuore della Sicilia significa fare i conti con distanze, silenzi e poche occasioni, ma anche imparare a trasformare tutto questo in un linguaggio personale. Per gli All You Can Hate la provincia non è mai stata solo un limite: è il luogo in cui sono nate le prime band, i primi concerti e la voglia di costruire un'identità attraverso la musica. Un percorso che parte dalla noia, attraversa la scena underground e arriva fino a un progetto che fa della spontaneità la sua forza.

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Dove siete cresciuti? Descrivilo in tre righe.

Sono cresciuto a Caltanissetta, esattamente al centro della Sicilia.

In poche parole: hai la fortuna di nascere su un'isola, ma sei comunque lontano dal mare. Relativamente lontano. È una città molto gialla, soprattutto d'estate. E, ultimamente, mi manca più spesso del solito.


Tre cose per cui è "famosa" la tua città?


La Settimana Santa, una delle tradizioni religiose più sentite della Sicilia, le cui origini risalgono al XVII secolo. Nel 2007 alle processioni partecipò persino Pippo Baudo. L'antenna Rai di Caltanissetta, che per decenni è stata la struttura in acciaio più alta d'Italia e, fino al 1965, anche d'Europa. È stata demolita nel luglio del 2025. RIP.

E poi il primato meno invidiabile: secondo l'indagine sulla qualità della vita 2025 di ItaliaOggi, Caltanissetta è risultata la provincia con la peggiore qualità della vita in Italia. Questione di punti di vista.


Da un punto di vista musicale e artistico, che contesto era e come si è evoluto nel tempo? C'erano locali, etichette, altri artisti?


Ho vissuto l'adolescenza negli anni Dieci, completamente travolto dalla passione per la musica. All'epoca soffrivo molto il clima di omologazione tipico di una piccola città, dove anche la cosa più normale poteva diventare motivo di scherno. In quel contesto dominato dalla musica commerciale, quella pesante — anzi, pesantissima — era il nostro modo di affermare un'identità diversa.

In realtà quella stessa esigenza di distinguersi apparteneva a tanti ragazzi della mia generazione. Quasi tutti gli amici che frequentavo facevano qualcosa di creativo: musica, arte, fotografia. Un po' per combattere la noia, un po' perché proprio quel contesto così poco stimolante finiva per diventare incredibilmente ispirante.

Forse devo tutto a quel posto.

Oggi, però, la situazione è cambiata. Dopo il Covid molti locali hanno chiuso e tante persone sono andate via per studio o lavoro. Sembra esserci molto più silenzio, anche se sono convinto che ci sia ancora qualcuno abbastanza annoiato da sentire il bisogno di creare.


C'è qualcuno che ti ha ispirato sul territorio (artisti, promoter, figure di riferimento)?


Sono sempre stato ispirato o dai grandi artisti, italiani e internazionali, oppure dai ragazzi della mia età che vedevo creare qualcosa. Non credo ci sia mai stata una via di mezzo.


Ricordi il primo live della tua vita? Quando, dove e com'è stato? Il locale del cuore sul territorio?


Il primo concerto è stato alla Giornata dell'Arte di Caltanissetta, nel giugno del 2012. Era un evento organizzato dagli studenti che metteva a disposizione un palco per le band giovanili e spazi dedicati anche a writer, fotografi, attori e altri artisti.

Noi suonavamo rock anni Settanta. Salgo sul palco e la pedaliera smette di funzionare: tutto il concerto in pulito, probabilmente scordato e senza aver studiato davvero i pezzi.

Insomma, direi che è andata benissimo.

Più che un locale del cuore avevamo un luogo del cuore: la Pizzeria Dakota. Non tanto per la pizza, quanto per lo spiazzale davanti, dove musicisti di ogni genere si ritrovavano per suonare, fare freestyle e passare le serate insieme.


In cosa è più difficile, e in cosa è più facile, essere un artista emergente in provincia?


Nel nostro caso il problema principale è l'isolamento. La Sicilia è già periferica rispetto al resto d'Italia e Caltanissetta si trova nel cuore dell'isola: ogni concerto fuori regione richiede tempo, soldi e organizzazione. Anche dal punto di vista economico le opportunità sono poche. I locali che possono offrire un service o anche solo un rimborso spese si contano sulle dita di una mano.

I lati positivi, però, esistono: ci si incontra più facilmente per provare, il costo della vita è più basso e, forse proprio perché ci sono meno distrazioni, si riesce anche a essere più produttivi.


Una cosa che non capisci o non accetti della discografia di oggi?

Della discografia capisco poco. È business, e io di business non mi occupo.


Come e quando nasce il tuo progetto artistico?


All You Can Hate nasce alla fine del 2023 con un obiettivo molto semplice: suonare dal vivo, forte, veloce e senza pensarci troppo.


Quanto e come il luogo in cui sei cresciuto ha inciso sullo sviluppo delle tue idee e del tuo sound?


Ha inciso completamente. Da adolescente la musica estrema era il nostro modo di costruire un'identità e di opporci al conformismo. Era una macchina che non sapevamo ancora guidare, ma che usavamo comunque per scappare dalla noia.

Dal punto di vista artistico devo tutto al posto in cui sono cresciuto.

Con il tempo, però, quella rabbia adolescenziale si è trasformata. Ho iniziato a sperimentare, ad aprirmi ad altri linguaggi e ad ascoltare cose diverse. Per fortuna, perché altrimenti il rischio è diventare esattamente ciò che criticavi da ragazzo, solo con un giubbotto di pelle addosso.


Quali sono state le sfide più grandi che hai affrontato nel tuo percorso artistico fino ad oggi?


La sfida più grande è conquistare l'attenzione degli ascoltatori, ancora prima del loro cuore. È talmente difficile che a volte mi chiedo se abbia davvero senso rincorrerla o se certe cose non debbano semplicemente accadere in modo naturale.

Se succede, bene. Se non succede, va bene lo stesso.


C'è un messaggio o un tema ricorrente che vuoi trasmettere con la tua musica?


In questo periodo mi interessa molto il rapporto tra individuo e società, e il bene e il male che sono capaci di farsi a vicenda. Non credo però di avere un tema fisso: dipende dalle ossessioni del momento. Se dovessi individuarne uno ricorrente, probabilmente direi il tempo. Quello passato, quello che deve arrivare, quello sprecato e quello che non torna più.


Come definiresti la tua evoluzione artistica dall'inizio fino ad oggi?

Sono passato dall'essere nevrotico, perfezionista e incapace di pubblicare qualcosa se non la ritenevo perfetta, a essere molto più spontaneo, possibilista e, soprattutto, meno ossessionato dal controllo. Per anni ho pensato che servissero gli strumenti giusti, il momento giusto e la versione perfetta di ogni brano.

Poi ho capito che i pezzi lasciati a invecchiare dentro un hard disk non diventano migliori.

Nel frattempo passa il tempo. E quello, purtroppo, non torna indietro.

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L'articolo All You Can Hate, dal cuore della Sicilia senza scorciatoie di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-07-11 10:25:00

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