The Zen Circus - High hopes Intervista

Foto Ilaria Magliocchetti Lombi - Il nuovo disco, Canzoni contro la natura, esce il prossimo martedì. Prima di Natale li abbiamo sentiti su Skype, ce lo siamo fatti raccontare, e se credete che sia un disco pessimista e cinico - perché gli animali che si organizzano per sterminarci non ci sembrava un concetto allego - mentre loroFoto Ilaria Magliocchetti Lombi - Il nuovo disco, "Canzoni contro la natura", esce il prossimo martedì. Prima di Natale li abbiamo sentiti su Skype, ce lo siamo fatti raccontare, e se credete che sia un disco pessimista e cinico - perché gli animali che si organizzano per sterminarci non ci sembrava un concetto allego - mentre loro
13/01/2014 di Marco Villa e Sandro Giorello

Il nuovo disco, "Canzoni contro la natura", esce il prossimo martedì. Prima di Natale li abbiamo sentiti su Skype, ce lo siamo fatti raccontare, e se credete che sia un disco pessimista e cinico - perché gli animali che si organizzano per sterminarci non ci sembrava un concetto allegro - vi sbagliate, loro dicono che è un disco carico di speranza. Nonostante racconti l'Italia di oggi, la provincia, i ragazzi eroe che ascoltano Vasco Rossi, i cinema tristi e i sassi dal cavalcavia. Nonostante tutto, si è riso parecchio. L'intervista di Marco Villa e Sandro Giorello.

Partiamo?
Qqru: Sì. Appino l'hai sentita la dichiarazione di Alexis Texas che non andrà più con i neri? E' uscita la notizia il giorno scorso.
Appino: no, questa mi manca (ride, NdA)
Q: mi è crollata un po' un mito, sinceramente.

Immagino.
A: E l'intervista va in vacca così, basta Alexis Texas
Ufo: va bene, Cristiana Proseccus! (“arrivo”, si sente dall'altra stanza, NdA). Pretendete che io lavori solo con l'intelletto? Mi devo anche sostentare.
Q: bravo bravo, anche con Noyz Narcos hai fatto così?
U: con Noyz Narcos ero serissimo, ero chiuso in camerina con il walkman.

Con il walkman?
U: Sì, con il walkman. Con cosa se no?
Q: comunque, guarda che Noyz è il meglio, vero Ufo?
U: sì è il meglio...

Signori, partiamo?
U+A+Q: Va bene.

Quanto ci avete messo per fare questo disco?
U: Tecnicamente tutto quest'anno, ma è stato preso e ripreso in più momenti.
A: A Maggio siamo andati a Bologna nella nostra nuova salaprove fiammante. Avevamo un po' di pezzi su cui lavorare, hai presente quelli che ti vengono e ti piacciono così come sono? È stato tutto molto veloce, anche la registrazione, l'ho registrato io, tutto in presa diretta. Ovviamente è un disco meno hi-fi di “Nati Per Subire”, e forse anche meno di “Andate Tutti Affanculo”.

“Nati Per Subire” in effetti è il vostro disco più curato.
A: Non che io lo disconosca, “Nati Per Subire” mi piace, ma volevamo qualcosa che avesse il tiro degli Zen e il tiro degli Zen non lo ottieni con un disco così finito, con un suono così cristallino. Poi “Nati Per Subire” era fatto tutto metronomo, molto arrangiato.
U: qui ci abbiamo indovinato bene secondo me. È molto più simile a quello che poi sentirai dal vivo, mentre nei dischi precedenti trovavi sempre una certa discontinuità con il live.
Q: e poi non sempre ti capitava di uscire dallo studio con il sorriso a trentadue denti.
A: io, ad esempio, non ho avuto la mia solita crisi.
Q: si l'Appino è bellissimo perché dopo un mese e mezzo-due mesi, dice: “abbiamo fatto una merda, una merda, fa schifo”. Per la prima volta non l'ha detto, probabilmente sarà il disco che farà cagare a tutti.

Canali ha partecipato in qualche modo alle registrazioni?
A: No, l'ho registrato tutto io e poi ci abbiamo lavorato noi tre Zen. La voce che senti in “No Way” (ad un certo punto si sente Ufo che chiede a Canali come è venuto il pezzo, e Canali risponde “fa cagare, come il resto del disco”, NdA) c'è perché Giorgio ci deve essere sempre. Gli abbiamo giusto chiesto che ne pensava e lui ha risposto anche se non aveva ascoltato il disco.
U: gli abbiamo chiesto un parere a caldo e lui ha subito risposto così, anche se non aveva ancora sentito nemmeno una canzone. E' nel suo stile insomma.
A: dopo aver fatto una marea di dischi con ospiti, ci andava di farne uno per i cazzi nostri. Poi all'ultimo giorno di registrazione ci siamo resi conto che non c'era Canali, e porta male se non c'è Canali, negli ultimi dischi in un modo o nell'altro ha sempre partecipato, qui non c'era e ci siamo cagati addosso. Non può non esserci Canali in un disco degli Zen Circus.

Si può dire che negli ultimi tre dischi, con la decisione di cantare solo in italiano, vi siete concentrati più sulle parole e meno su come si costruisce una canzone?
U: No! (ridono, NdA)

Mi sono riascoltato “Doctor Seduction”. Mi pare che le canzoni avessero, oltre a più influenze musicali, molte più cose, che ne so: c'era il bridge che preparava la strofa, poi c'era uno stacco che creava attesa e a quel punto il ritornello esplodeva davvero. Da “Andate tutti affanculo” in avanti mi sembra che il songwriting si sia un po' semplificato, avete presente Guccini che faceva un pezzo ripetendo solo tre accordi?
A: Sai cos'è successo? Abbiamo fatto cento concerti l'anno per troppi anni. Questo ha portato a conoscerci meglio e a conoscere l'importanza della canzone nei suoi tre minuti e mezzo, a prescindere dal suo testo. Più suoni dal vivo più diventi una band che tela. Se guardi bene, i pezzi diventano via via più corti. Non ti so spiegare fino in fondo perché accade ma mi piace che accada.
Q: Dai, non esageriamo, ogni disco è una storia a sé. “Vita e opinioni di Nello Scarpellini”, ad esempio, è il disco meno prodotto e meno arrangiato degli Zen, zero sovraincisioni, gli arrangiamenti sono minimi. Se prendi invece “Andate tutti Affanculo” trovi tantissimi strumenti.

Più che numero di strumenti o tipo di produzione, io parlavo proprio di songwriting e, al massimo, di influenze che potevi sentire dentro un pezzo degli Zen Circus. Siete diventati più italiani?
A: Non vorrei dire una castroneria ma forse è solo l'abitudine. “L'Amorale”, del disco precedente, è il pezzo più Pixies che abbiamo fatto nella nostra storia ma ormai non lo noti più. Altro esempio, il riff di “Postumia” è più che derivativo, lo senti che arriva da determinate band, le stesse che già ascoltavamo dieci anni fa, ma quando l'abbiamo riascoltata per la prima volta ci siamo detti “questo è il classico pezzo Zen”.
Q: è vero. Confermo.
A: la cosa che volevo fare io, anni fa, era di unire il cantautorato italiano degli anni 70 alla musica americana. Oggi questa cosa è più accettata, o come minimo ti sembra meno strana.
U: ovviamente ho capito cosa dici ed è verissimo, se decidi di cantare in italiano indirizzi un altro tipo di attenzione sulle parole. Mentre sulla forma canzone dopo un po' tendi a distillare, ci siamo fatti una nostra schedule della canzone, procediamo quasi in automatico. Ci accorgiamo subito se quella tal cosa è da mettere o no.
Q: Io la chiamerei più empatia.

Non è pericolosa una cosa del genere?
U: No, non è uno schema, è proprio un tipo di sintonia. Se ti viene un'idea, che ne so uno stacco o una strofa, capisci subito se metterla o meno e quante volte metterla. Ad esempio: l'entrata alla Breeders la mettiamo? Si, ma una volta sola. Il giro di chitarra è lungo? Si, allora levalo. Strizzi strizzi, ma non perché la cosa la deve capire anche il bimbo, ma perché vuoi arrivare a limare il linguaggio in modo che sia proprio tuo e sia proprio quello. Hai capito cosa voglio dire?
A: (Rutta, NdA)
Q: bravo Appino. Diciamo che con il tempo impari a capire le cose che ami delle persone con cui suoni, i loro tratti caratteristici. Ci piace più quello che sperimentare.

“Postumia” è il pezzo Zen per eccellenza, è vero.
U: Se tu guardi il complessivo della produzione Zen, lo vedi che il linguaggio rimane quello.
Q: vanno fatti dei distinguo, dai, non esageriamo. “Doctor Seduction” ha delle canzoni belle ma non eravamo ancora riusciti a metabolizzare una nostra personalità, lo senti che c'è il pezzo alla Lou Reed, c'è il pezzo alla Pixies, c'è il pezzo alla Violent Femmes.
U: però vedi Qqru, lo riconosci già il linguaggio degli Zen, prendi “Way Out”...
Q: ... a me per esempio piace più “Visited By”, il disco dove io non c'ero ancora.
U: quello è un colosso, è un diamante grezzo della situazione.
A: Bello, noi ci intervistiamo da soli, una riunione di autocoscienza. (ridono, NdA)

Continuiamo a parlare di “Postumia”.
A: Parla di vivere in questo paese. “Postumia”, come “Viva”, racconta l'Italia di ora, è quello che vediamo uscendo di casa. È la tipica serata che posso fare io tornando dal tour, uscendo a Livorno, vado in giro e descrivo i personaggi che incontro. Osservare gli altri, immedesimarmici e cantarli. Non l'ho sempre fatto: in “Andate tutti affanculo” questa cosa c'era molto meno, in “Nati per subire” cominciava ad esserci, nel “Testamento” ho dato voce a un sacco di persone che non sono io nonostante la gente non l'abbia ben capito, ma va anche bene così.

Si può dire che sono tre dischi che scrivete sempre le stesse cose?
U: Apprezzo il piglio combattivo di questa domanda (ride, NdA)
A: secondo me no... o meglio, anche si, è vero, nel senso che “Postumia”, “Viva”, sono sicuramente pezzi che, a livello testuale, potrebbero essere di “Andate tutti a fanculo” o in "Nati per Subire". Ma se non si è capito... “Canzoni contro la natura" tratta della natura umana. E la natura umana ha delle cose che si ripetono per forza. Da un punto di vista filosofico la puoi racchiudere in quattro concetti fondamentali: nasci, cresci, vivi, muori.

Qui, però, il vostro nichilismo ha toccato vette belle alte. Per due dischi avete raccontato quanto la vita sia una merda e come l'uomo sia solo capace di piangersi addosso. Adesso ci aggiungete che gli animali si uniscono per annientarci e che Dio si fa vivo per dirci che la vita non ha senso. Nel prossimo descrivete una guerra nucleare?
A: Io penso invece che sia un disco solare. Ad esempio quel "Vivi si muore" di “Viva”, non è assolutamente un “vabbè facciamo la guerra tanto vivi si muore”. Sono sempre delle provocazioni le nostre, non puoi aspettarti dagli Zen un disco di lotta che ti spieghi come vivere e come uscire da tutta questa merda. Non mi interessa disegnare delle vie d'uscita, quelle spettano alla gente che ci ascolta, ai ragazzi che vengono ai concerti, a quel tipo di emozione che può darti sentire raccontare la realtà come pochi te le raccontano, giusto qualche rapper ci riesce.
Q: Il discorso fondamentale è non avere le verità in tasca, secondo me è la cosa più pericolosa quando è associata alla musica.
U: E nemmeno giocare a non avercele, Qqru. Non facciamo i disincantati per forza, anche noi abbiamo le nostre high hopes
A: “Sestri levante” è un pezzo con le sue high hopes, è un pezzo che mi fa piangere con il sorriso.

Pensate che a me quella canzone è sembrata l'ultima spiaggia, quando ormai tutto è perduto e ti siedi di fronte al fuoco e ti lasci morire.
U: Madonna, ma hai magiato male oggi (ridono, NdA)
A: racconta di un concerto che abbiamo fatto a Sestri Levante, sicuramente se lo ricorderanno i ragazzi che c'erano. Davanti al locale c'era una spiaggia. Sai quelle serate che ti parte l'empatia e non sai perché: usciti dal locale, foto, chiacchiere, firmi i dischi. L'albergo era raggiungibile a piedi, la crew è andata a dormire, mentre noi siamo rimasti lì. Improvvisiamo un falò sulla spiaggia e ci mettiamo a bere davanti al fuoco, pian piano ci raggiungono i ragazzi che prima erano al concerto. Oh, è stato un momento...
Q: … bellissimo.
A: anche duro, perché c'erano anche persone... mi ricordo questa ragazza, che era molto politicizzata ed era molto critica nei nostri confronti. Saranno anche stati discorsi amari ma siamo stati bene da Dio. Fondamentalmente noi non siamo disincantati, siamo fatalisti: è molto probabile che “Sestri levante” suoni come l'ultima danza, ma è comunque una danza. Io nella morte, mi spiace fare il poeta di 'stocazzo, ma la morte fortifica la vita. Non ce la faccio a parlare della fine senza un sorriso, non vedo solo la tragedia.
Q: Sono d'accordo. La cosa bella di Andrea è che riesce a mettere noi tre nei suoi testi. Non è solo lui che parla.
A: Questa è una cosa fondamentale. Ufo è un maestro di vita, ed è un fatto oggettivo: Ufo ogni tanto ti tira fuori delle grandi perle, se non c'è nessuno che le scrive poi lui se le scorda. Il mio lavoro è anche quello.

Infatti, spesso si crede che sia sempre e solo Appino il protagonista delle canzoni. Ci fate degli esempi che spieghino il contrario: tipo, chi di dei tre riceveva i guanti a natale?
U: “Canzone di Natale” è un concept elaborato da un nostro guru dell'epoca, Don Aldo.
A: è l'unica canzone con un testo scritto insieme a qualcun altro, Aldo Acerbi, che è il prete che ci presentava nei concerti dal 2000 al 2004. Era lui che aveva la famiglia, io vengo da una famiglia dove a Natale non c'era mai nessuno. Un esempio dove ritrovi tutti e tre può essere “Vecchi senza esperienza”.
U:Vecchi senza esperienza” era un epiteto che mi dava mia madre. Andrea intercetta tutto, fa una somma dei discorsi in furgone o delle confidenze in camera a fine nottata, poi partorisce una cosa che rispecchia tutti, non so come ci riesca.
A: “Il Testamento” per me è stato l’inizio di una seconda via testuale e da lì in poi...
U+Q: basta con 'sto Testamento però. (ridono, NdA)
A: “Il Testamento” l’ho scritto in mesi e mesi, ragionandoci: è una forma di scrittura bellissima, ma se dovessi fare così tutta la vita sarei veramente insoddisfatto. Solo “La Festa della liberazione” l’ho scritta come scrivo quelli degli Zen, ovvero ubriaco e con le lacrime agli occhi. Con gli Zen è una botta e via: “Viva” è venuta in 40 minuti, lo stesso vale quasi per tutte le altre. A volte magari ci si ripete, ma si parla di vita, che sono comunque quei quattro concetti fondamentali. Ma c'è altro, ed esempio, in questo album non c’è Dio.

Come no? In “Albero di tiglio” si manifesta sotto forma di albero e fa il culo a tutti.
A: Non è il puntare il dito contro Dio, è Dio che parla, per me è una differenza fondamentale. Non volevamo più essere quelli che arrivano e dicono “Dio non esiste”, è una provocazione che poi, magari, qualcuno non capisce. Qui mi sono inventato la fine del mondo, un giorno del giudizio in cui non ci sono più gli esseri umani perché si sono già annientati da soli. E Dio parla del concetto di “bene”, dice che pensare che solo il bene ci salverà è una cazzata, il bene è una parte della natura umana ma non è l'unica. La cosa bella della canzone è che Dio può manifestarsi in qualsiasi forma, nella canzone è un albero, ma può essere un gatto o un lampione.
Q: la cosa bella della musica sono i piani di lettura, ovvio a volte puoi fraintenderli in maniera pesante.
U: ci hanno anche dato dei fascisti in questi giorni, per dire.

C’è anche gente che per il passaggio “Cosa me ne frega delle vostre cinque stelle”, in “Viva”, vi ha accusati di essere parte del grande apparato del PD contro i grillini.
Q: Noi agenti del PD, è proprio credibile come cosa.

Parlando di politica, i protagonisti di “L’anarchico e il generale” e “Dalì” sono due anarchici. Perché metterli?
A: Perché siamo cresciuti in una terra in cui ci sono sempre stati gli anarchici, ma di loro non se ne è quasi mai parlato. E riporto una cosa detta da Ufo: “a me garbano gli utopisti e le utopie, perché anche se so che non le vedrò mai nella vita, mi permettono di immaginare qualcosa di bello”.
U: i tentativi di incarnare la fantasia nel mondo per me sono importantissimi. Se c’è una cosa che ci unifica, come visione politica, anzi, esistenziale, è la fiducia, per quanto remota, in un mondo libertario. Un mondo in cui ci sia un barlume, una fiammella, una cosa che spinge alla libertà. Una specie di infanzia permanente che crea un fuoco di felicità.
A: Entrando nel dettaglio della canzone, in “L’anarchico e il generale” c'è questo anarchico che, dopo una vita in galera, esce e ricomincia a guardare il mondo, ma non lo riconosce più. È un po’ come se Pasolini tornasse in vita e vedesse com’è oggi quel popolo che tanto adorava.
U: Fulvio Abbate una volta ha detto una cosa bellissima. Ha detto che un tempo, e lui l'ha vissuto in prima persona, tu potevi uscire da un cinema e sentivi di poter “fare bingo” con le idee del mondo. Questa sensazione oggi è sparita. La nostra è una ricerca, è la speranza di ritornare fuori da quei cinema. E la democrazia di sicuro non è questa cosa qui.

È per questo che in “Viva” dite “siamo diventati brutti”?
U: Bruttissimi
A: è lo stesso discorso che vi feci quando venni in redazione per l'intervista de “Il Testamento”: i personaggi che racconto sono tipi da Vasco Rossi, è gente diversa dal pubblico degli Zen Circus. Magari chi viene ai nostri concerti è anche figlio di operai, ma è sicuramente più curioso, più illuminato, più interessato al mondo. Le storie che racconto io invece parlano di altri tipi persone, senza alcuna speranza o luce negli occhi. È difficile capire la differenza. In “Nati per subire” c'è “Cattivo pagatore”, nessuno l'ha mai cagato quel pezzo perché chi normalmente ci ascolta non riuscirebbe mai a immedesimarsi, si tratta di un contesto sociale completamente diverso. Ma se questo tipo di contesto non lo raccontano gli Zen chi cazzo dovrebbe farlo?

Dopo l’uscita di “Viva”, su Facebook sono partite discussioni in cui vi si accusava anche di raccontare cose che non sono vostre, che non conoscete davvero.
A: Io abito in un monolocale con soppalco, pago 400 euro al mese e quando apro la finestra vedo solo un altro muro di merda. E questo è l’inizio di “Viva”, si parte proprio da casa mia. Più di così cosa devo fare?

Gli ultimi tre dischi potremmo considerarli come “un ciclo dei vinti”...
Q: Bella definizione
U: thumbs up, ciclo dei vinti ci piace.

Siete bravi a rappresentare proprio questo contesto sociale: la provincia, gli amori nati in sala giochi poi diventati famiglie solo perché lei rimaneva incinta, ecc ecc. È una parte del nostro DNA e non possiamo ignorarla. Spesso però la si racconta solo in termini di disagio, non c'è anche un lato positivo?
U: Certo. L'ho scritto nella prefazione di “Fegato”, un romanzo di un mio amico, Ico Gattai, lui scrive storie che parlano solo della provincia pisana. Dico esattamente quello: la provincia dà delle cose bellissime e anche spaventose, Cesare Pavese e i sassi dal cavalcavia. La provincia è un grandissimo serbatoio di storie e di verità, puoi trovarci cose eccezionali e anche degli abissi di noia, di frustrazione. Seguite mai “Chi l’ha visto?”, guardatevi una puntata e vedrete che il 90% delle sparizioni sono da paesi sconosciuti, è gente che a 45 anni sta ancora con babbo-mamma, in pigiama, stanno lì, guardano la tv, li conoscono tutti al bar sotto casa e poi da un momento all'altro – boom – spariscono. Tanti ragazzi-eroi, giusto per autocitarsi. Poi ci sono gli espertoni, i superprofessionisti, i collezionisti, gli intellettuali. Sai dove sta il più grande collezionista di 78 giri d’Italia? A Gallicano, Garfagnana, 200 abitanti, gli sta crollando la casa a causa di tutti i dischi che ha. È un falegname che sta da solo con sua madre e nessuno l’ha quasi mai visto in faccia. E dagli autoparlanti che ha sul tetto della segheria trasmette la musica a tutta la valle. Sono storie potenti, come puoi ignorarle?

Quindi “Ragazzo-eroe” non era una presa per il culo cinica?
U: No, assolutamente. Ovviamente c'è anche la declinazione Zen Merdus, che è sarcastica e nel nostro stile, ma il ragazzo eroe è una figura estremamente positiva in realtà. Ne abbiamo visti e conosciuti tanti.

E i ragazzi invece di “Vai vai vai!” dove vanno?
A: Lì c’è molto di Jannacci. A me piace dissacrare, è troppo bello. Puoi vederlo anche come esercizio di stile. Certo l'idea di vedere uno convinto di andare verso qualcosa, come se là troverà la felicità... cioè non esiste la serenità in un luogo, esiste solo dentro di te.

Le paure non hanno fissa dimora”.
A: Esatto.



In questo disco non ci sono donne, tolta la figlia del generale, poco più di una comparsa, i protagonisti sono tutti maschi. Come mai?
A: In realtà le donne ci sono, la cosa che io penso più spesso è che gli uomini siano donne mancate, non è che parlare al maschile automaticamente precluda i sentimenti della donna, mi viene più facile declinare la canzone al maschile perché sono un uomo, ma tutta quella serie di sentimenti ci sono anche in questo disco. Una volta Toffolo fu geniale, mi disse che non parlavo di mai di ragazze e di convertire il protagonista di una canzone da maschio a femmina, e così nacque “Ragazza eroina”. Non so se ho risposto alla tua domanda, inizio ad essere un po' stanco, sono arrivato a casa ieri dopo venti giorni di tour de “Il Testamento”, abbi pazienza.

Siamo in chiusura. Per fare questo disco è servito non suonare insieme per un anno?
A: Finire “Il Testamento” è stata una liberazione per tanti motivi, uno era anche l'importanza di aver lasciato una cosa e averla ritrovata uguale. Lo so che sembra una cosa orrenda da dire, è come se dagli Zen non ti potessi più aspettare nulla, ma non è così. Per noi era fondamentale, venivamo da sei anni di cento date l'anno, sempre, ormai i nostri concerti erano diventati un karaoke collettivo. Avevamo un po' bisogno di stare in salaprove per i cazzi nostri.
Q: Ci ha fatto bene, veramente. Erano anni che non ci si trovava in sala prove con un entusiasmo così. So che sembra il classico discorso promozionale, ma è così.

Dischi dell’anno?
Q: Black Sabbath e l’ultimo dei Motorhead che erano 20 anni che non facevano un disco così, è clamoroso.
U: Black Sabbath grande ritorno. È il mio disco dell'anno anche se l'ho scoperto tardi.
A: Disco dell'anno non ce l'ho. Tra disco e tour non mi sono fermato un momento. Posso dire il singolo che mi ha esaltato di più: Kanye West, “Black skinhead”. Ma quant'è che parliamo?
U: Si, scusate è che noi siamo come Renzi che siamo riservati e non ci interessa fare le interviste.
A: Secondo me è bello se mettete direttamente l’audio dell’intervista, sarebbe interessante. Anche perché poi... i ciechi? (ridono forte, NdA)
U: Appino non si fa così. Ci sono anche le feste di mezzo, dai. Cari Giorello e Villa, qui si vede l’anima degli Zen Circus, gente che ci tiene veramente al prossimo.

Il 21 gennaio esce il disco, che reazione vi aspettate il 22?
A: la solita, tanta gente lo adorerà, qualcuno ci insulterà, e ci vedremo a tutti i concerti.

Tag: musica punk

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