Zen Circus: "È il disco dell'accettazione, la vita che comincia per davvero"

Una lunga chiacchierata toscana con Appino, Ufo e Qqru, alla vigilia dell'uscita del loro nuovo bellissimo lavoro: "L'ultima casa accogliente". Canzoni che parlano agli asintomatici della vita e a chi in questi mesi ha sentito come se il corpo gli mancasse

Ufo, Appino e Qqru sono gli Zen Circus – foto di Ilaria Magliocchetti Lombi
Ufo, Appino e Qqru sono gli Zen Circus – foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

L'ultima casa accogliente è il nuovo album d'inediti degli Zen Circus. Esce il 13 novembre, a due anni dal fortunato Il fuoco in una stanza e a un anno dall'apparizione del trio toscano a Sanremo con L'amore è una dittatura, ma non è il solito disco tanto per fare il punto della situazione. Parla del corpo, di amore, ma non solo di quello romantico. Parla di morte e di vita, e contiene alcune canzoni che diventeranno dei classici nel best of della band che da più di 20 anni si dimena e suda sui palchi di tutta Italia.

È l'album più pop e insieme più variegato degli Zen, e paradossalmente esce proprio in piena seconda ondata della pandemia, quando di suonare fuori non se ne parla neanche, quando la casa diventa di nuovo un luogo accogliente, ma anche una prigione, esattamente come il corpo di cui sopra. Ne parlo con Appino, Ufo e Qqru, in una telefonata fiume tra toscani, che inizia come una chiacchierata al circolino Arci tra un amaro e una giocata a carte e finisce con un sacco di consapevolezze in più. Esordisce Appino che mi dice: "Ero ora al telefono col Motta, vi saluta e vi offende tutti!". Andiamo.

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Come ve la passate alla vigilia della zona arancione in Toscana?

Qqru: A me m'importa una sega, io sto in Romagna!
Ufo: La viviamo con estrema sorpresa, nel corso della nostra carriera siamo stati abituati a stravolgimenti e imprevisti, ma questa non s'era contata. 
Qquru: Fa ridere che per la prima volta dovevamo andare in America a registrare il disco, e invece niente.
Appino: Dovevamo partire il 21 marzo, fai te. Era già tutto pronto, ma col senno di poi sono molto contento che siamo rimasti a registrare qui.

Per quanto mi riguarda, L'ultima casa accogliente è uno dei vostri più bei dischi in assoluto. Vi va di raccontarmelo?

A: Questo non ce lo dovevi dire, cambia tutto, adesso saremo tronfi di noi stessi.
U: Io avrei risposto che è un disco di cui siamo orgogliosissimi perché c'è venuto particolarmente bene. Il paradosso è che la pandemia c'ha dato un mucchio di tempo per rifletterci e lavorarci sopra. Forse è il lavoro più ponderato degli Zen.
Q: Ricordo eravamo al Kavarna, quando c'era la partita Atalanta-Valencia che infettò tutti. Avevamo fatto due settimane di prove e preproduzione intensa esattamente prima che scoppiasse il disastro. Poi siamo stati due mesi ad ascoltarci le canzoni venti volte al giorno, abbiamo diluito nel tempo il lavoro di arrangiamento, cosa che non era mai successa prima.

Quindi non è un disco che parla in qualche modo di covid?

A: Il disco è stato scritto tutto prima del covid, tranne una canzone, Come se provassi amore, e per qualche assurdo motivo tutto l'album parla del corpo come prigione, ma anche come astronave.
Q: Anche il titolo è uscito prima della pandemia, poi ci abbiamo riflettuto e ora prende un significato totalmente diverso. L'ultima casa accogliente nel tempo in cui per la prima volta molte generazioni pativano il lockdown sembra una metafora, ma trascende il momento e si riferisce ad altro.

Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi
Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

Anche la musica mi sembra molto più varia dei vostri dischi precedenti, vero?

A: Assolutamente, infatti è molto difficile tirare fuori un brano che sia un manifesto di quello che è il disco, non è La terza guerra mondiale che era un album molto più granitico. Stavolta ci siamo presi del tempo per lavorare di più i pezzi e ognuno di loro ha preso il suo percorso sonoro differente.
Q: Anche per com'è registrato: non c'è editing, non ci sono quantizzazioni, è tutto suonato. Se pensi a come sono state registrare le batterie de La terza guerra mondiale, che abbiamo registrato pima i fusti e poi i piatti, ti fa capire che l'approccio era totalmente diverso.
U: Questo si traduce anche stilisticamente, perché se lo vai a sentire bene, contiene molti meno "dirittoni" e ha più swing, come dire.
Q: Perdonatemi il termine che uso più per l'accezione etimologica che musicale, in alcuni brani è un disco più progressivo. Abbiamo sviluppato delle cose che in media esploravamo nel finale di un brano di un disco, invece qui le abbiamo usate più a briglia sciolta.

Dal fuoco nella stanza alla casa accogliente, sembra il proseguimento di una storia...

A: Ce ne siamo accorti anche noi, sembriamo spesso più calcolatori di quello che siamo in realtà. Di solito lavoriamo a un sacco di canzoni, poi scremiamo fino ad arrivare al nucleo e poi facciamo caso che c'è un qualcosa che unisce quelle canzoni, anche se non è un concetto pensato alla base. In questo caso, la casa intesa come corpo è l'idea ricorrente: l'ho vissuta tanto, insieme alle persone a me vicine nell'anno prima del covid. Corpo che in alcuni casi veniva a mancare, corpo che si ammalava, che serviva anche per cose belle, tipo fare l'amore. Quell'idea raccoglieva tutto, evidentemente è un prosieguo, come sempre piuttosto involontario.

Quasi una previsione di quello che ci avrebbe atteso di lì a poco...

Q: Infatti la cosa assurda è che, in questo tempo, le generazioni più giovani hanno pensato per la prima volta alla morte. Un concetto che prima era nebbioso, che ha sviluppato un corto circuito nel lockdown, in cui c'è stata nell'uso e l'abuso dei social, una sorta di rivalsa nei confronti della paura di morire. Ho notato un sacco di persone parlare del corpo, una sorta di hashtag dell'anno. 

I testi stavolta sono ancora più personali, si parla di malattia, ma anche di amore. Probabilmente è il disco degli Zen che contiene maggiormente quel tema.

A: Confermo assolutamente, è un disco figlio di un lavoro su di sé, ci sono molte letture e chiacchiere con un personaggio che si chiama psicologo, con cui finalmente mi sono scontrato dopo tanti anni. Questo ha comprovato un sacco di cose, a prescindere dal fatto che c'è anche l'amore quello romantico, vero. Come se provassi amore penso chiarifichi tutto, è ispirata dal libro Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé di Alice Miller, che sono stato obbligato a leggere e mi ha sconvolto. Mi sono reso conto che nel momento in cui tagli col passato o cerchi di modificarlo, ti ritrovi in una situazione in cui è come se provassi dei sentimenti, ti convinci che stai vivendo, ma è come se stessi vivendo. È solo nell'accettazione di sé, che non è darsi una pacca sulla spalla e dire "sticazzi, quel che è fatto è fatto", ma è una manata in faccia incredibile, che mi si è aperto un mondo che sto iniziando a intravedere. C'è la vita vera, non quella immaginata, e questa lezione traspira dai testi dell'album. Catene finiva con "Se amore non so darlo, non ne so parlare, dentro una chitarra l'ho provato a immaginare". Oggi sento che c'è la possibilità di passare dal "come se vivessi" al vivere, che son due cose ben diverse.

Immagino per gli altri Zen, quando arrivano testi così siano ben contenti del tuo lavoro...

Q: Eh sì. Funziona così: il testo viene sviluppato da Andrea e dalla prima versione, mediamente il 90% rimane anche nella canzone finita.
A: Il QQru mi toglie le sigarette, ma non c'è ancora riuscito perché ce ne sono ancora troppe...
Q: Si tende nella canzone italiana a vedere l'amore come quello romantico della coppia, ma l'amore muove il mondo nel bene e nel male. Questa volta, a livello testuale c'è un colore diverso e io e Ufo ce ne siamo accorti subito. Dopo 20 anni fa molto piacere. 

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"Come se provassi amore, quanto è difficile da immaginare, una guerra dove non si muore o una malattia che non ha sintomi e anche senza cura". Un bel pugno allo stomaco in pieno covid. È voluto?

A: Ma sai che c'ho pensato solo ora al fatto che sembra parli degli asintomatici?
U: Forse degli asintomatici alla vita.
Q: Hai ragione e penso che sarà anche difficile smarcarsi da questa analogia.

Alla fine di quel pezzo, bello lineare, c'è un arpeggino di chitarra dissonante che non ti aspetti mai. È una delle tante scelte bizzarre del disco, perché?

U: C'è stato un sommo studio dietro queste soluzioni!
Q: C'è anche lo special centrale strumentale che sembra entrino i Throbbing Gristle.
U: Hai indovinato perché ci piaceva l'idea di mettere delle sezioni più pazze in una struttura pop, che facesse trasparire anche le nostre passioni musicali variegate.
Q: Non siamo un gruppo sperimentale, quindi è un po' come la citazione di un film che dice "Puoi mangiare l'aragosta ogni giorno ma a volte ti viene voglia della bistecca". Gli Zen seguono una linea che si snoda fra un certo alternative rock, il folk eccetera, ma ogni tanto lasciamo delle briciole di altri stili musicali che ci piacciono nelle canzoni. In questo ce ne sono un po' di più.

Dopo quel pezzo c'è Non, che potrebbe essere il singolo più radiofonico mai scritto dagli Zen e comunque, ogni volta che parte fa venire i brividi. Me ne potete parlare?

A: È il mio preferito.
Q: Siamo molto curiosi di vedere la reazione del pubblico per quel brano, perché come si dice da noi, ci sta il pane come la sassata. Ci sta che la gente se ne innamori tipo L'anima non conta, oppure che piaccia solo a una piccola percentuale di fan.
A: Per questioni personali sono legatissimo a quel pezzo ed è quello che mi emoziona di più riascoltare, anche se per me è difficile. È il pezzo più anni '90, nell'andamento. È potentissimo, arriva da una giornata particolare in cui, tipo allucinazione, mi sono ritrovato a passare 24 ore con me stesso bambino accanto e ho passato delle ore tremende da una parte, commoventi dall'altra. Non riesco neanche troppo a parlarne di quella canzone lì, è abbastanza tabù.
Q: Quando torneremo a suonare dal vivo, sarà uno di quelli che ci darà più soddisfazione.
U: La situazione paradossale è che stiamo pensando da mesi a come suonare i nuovi pezzi dal vivo e ci facciamo una serie di film destinati a essere proiettati nei nostri poveri cervelli.

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Già suonare dal vivo... quando?

Q: Il problema è che le grandi multinazionali dell'organizzazione di eventi, dissero nel primo lockdown: "stoppiamo la musica per un anno, poi torniamo a suonare", andando anche in contrapposizione con gli indipendenti e le piccole booking. Temo ci saranno molte guerre da questo punto di vista la prossima estate, dubito che le cose nel tour estivo riprenderanno normalmente. Incrociamo le dita e vediamo. 

Torniamo al disco: di chi parla Bestia rara?

A: È ispirata da un documentario che trovi su YouTube, La storia di Filomena e Antonio, girato nella Milano degli anni '70 tra sottoproletariato ed eroina. Ovviamente non parla solo di lei, è il pezzo più femminile dell'album perché il corpo femminile è un mondo a sé. In questo disco sono molto contento del fatto che ci siano parole come tumore e ciclo. Che se ne parli apertamente. Ispirati da Filomena, che si definiva bestia rara perché veniva considerata una puttana per i modi con cui comunicava, ci siamo immaginati una storia ancora oltre, in cui la protagonista diventa Gesù solo per il fatto di aver scelto di abortire. C'è anche uno dei finali strumentali che più ci piace della nostra carriera.
Q: Costruito a distanza tra Livorno e Bologna, dove stavo io.
U: L'abbiamo trovato irresistibile e l'abbiamo lasciato lungo come doveva essere.

In Appesi alla luna, come in tante altre canzoni degli Zen, usate la parola "Siamo". In questo momento di polarizzazione totale, come si torna a essere una cosa comune?

A: Eh, bella domanda, ci sopravvaluti! Noi abbiamo solo un modo, che è quello che abbiamo sempre avuto: di esserci fisicamente, di abbracciarci e di toccarci, di lanciarci sulla gente e viceversa, di sentirci una cosa unica in concerti che diventano feste. Tolto quello...
Q: Sono cazzi.
A: Quello che possiamo fare è rimanere noi tre come unicuum e usare la musica perché si continui a parlarne.
U: Per fare un discorso più ampio, le occasioni di crisi della nostra società sono state numerose nel corso della storia, e spesso sono stati degli snodi importanti, quindi ci può essere un esito pessimo come di tutt'altro segno. Nell'800 Dopo Cristo, l'Italia era spopolata e abbandonata, poi sono nate nuove città e nuove idee.
Q: Sì, ma c'era Carlo Magno...
U: Carlo Magno una sega, c'erano tre Papi contemporaneamente, era un mondo distrutto!(ridiamo)
U: Di sicuro questo è un momento peculiare: la storia sembrava congelata, l'inizio del millennio sembrava segnato dalla fine della storia e invece la nostra generazione che sembrava rassegnata a essere spettatrice di un giorno sempre uguale, ora si trova a vivere un evento storico. La storia è come se si fosse scongelata e avesse riniziato a correre. Una specie di ripresa degli eventi.

Tra l'altro Ufo, tu sei un prepper. Eri preparato alla pandemia?

U: Sì, certo, ma non perché sono un ganzo io, chiarisco di cosa si tratta: il prepping è uno studio che si riferisce a eventualità imprevedibili che si possono verificare, sull'analisi del rischio. Non è che ci aspettiamo sempre l'apocalisse zombie o la guerra nucleare, quelli sono scenari estremi e altamente improbabili. Poi ci sono terremoti, alluvioni, uragani o pandemie, che sono abbastanza probabili e succedono pittosto spesso. Ci prepariamo agli eventi nefasti. Col covid ci sono rimasto male lo stesso, eh.

Immagino... 

Q: Ricordo che io e Ufo, mentre facevamo la preproduzione de L'ultima casa accogliente a Livorno a febbraio, vivevamo insieme per tre settimane e cominciavano a venire fuori sempre più articoli, anche americani, sulla situazione cinese, e già ne parlavamo in toni molto seri. Io da buon ossessionato dai numeri, vedevo questo sito con la mappa del mondo e tutti i focolai che iniziavano. Ci siamo detti: "in un mondo globalizzato come questo, si finisce del gatto molto presto" (si finisce male, traduzione dal toscano).

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A proposito di essere del gatto, com'è uscire con un album in piena seconda parte della pandemia?

U: È bellissimo ovviamente!
A: L'hai detto come un pazzo, lo sai, vero?
U: Eh, non aspettavamo altro che uscire in una settimana così! Comporta un mucchio di pensieri e ripensamenti, perché abbiamo pianificato vari tipi di promozione del disco che dobbiamo rimodulare settimana per settimana. È una grossa sfida.
Q: Però è anche emozionante, come quando Shackleton andava nel Polo Sud a esplorare territori vergini. Sta cambiano il modo con fare impazzito e non c'è una previsione azzeccata, stanno vincendo idee spesso che sono assolutamente contrarie allo standard della promozione discografica, perché la crisi antropologica e sociale è così grossa e imprevista, che è pura avventura. Cambia l'emozione delle persone a casa, cambia il modo in cui la gente fruisce della musica. Spotify è crollato del 25% nel primo mese di lockdown. Chi se lo immaginava?

Eh ma infatti, perché Spotify giù e Netflix su?

Q: I film e le serie sono la nostra coperta di Linus, tutti ne abbiamo bisogno. Ci fa tornare bambini. 

E la musica non assolve a questa funzione?

A: Io mi sono obbligato settimanalmente ad ascoltare musica nuova, però quando sto di merda o anche quando sto benissimo, mi capita il bisogno della coperta di Linus. Noi che lavoriamo nella musica, che la facciamo e gli dedichiamo tutto, non riusciamo bene a capire che per l'80% del resto della gente la musica è un sottofondo, ed è anche giusto così. Non può essere solo ragione di vita. Per molti la musica è un passatempo, o anche meno: conosco persone che amano i motori che baratterebbero tutta la discografia mondiale per il suono del motore di una Lancia o di un'Alfa Romeo dell'epoca.

Ci sono quelli che rompono le scatole se uno ascolta musica consolatoria...

Q: Io odio i discorsi reazionari contro la musica datata, che fanno diventare reazionari anche i Ramones. La musica fa star bene le persone, sotto tanti aspetti e livelli. C'è chi ascolta la radio e chi, senza la musica, si sarebbe suicidato. Non si può prendere come minimo comune denomitare l'estremismo emotivo come può essere per noi: io soffrirei di più a diventare sordo che cieco, per dire. Non si può dire a qualcuno di ascoltare musica nuova se non ne ha voglia. Per un musicista, ovvio, è un altro discorso.
U: È un periodo simile al post 11 settembre, c'è bisogno della comfort zone. C'è stato il momento d'oro dell'easy listening in America che coincideva con la crisi petrolifera, con momenti cupi. Lì la gente aveva bisogno di musica consolatoria. Poi ce ne son tanti che la musica la mettono così, a caso in garage mentre fanno i lavoretti.
Q: C'è gente che s'incazza perché il grande pubblico ascolta una canzone invece che un'altra. Non ha senso, la gente mica sa come funziona il mercato discografico, sarebbe come se mi paragonassi a un idraulico, saprei una sega io di fare l'idraulico. La musica arriva a tutto, ha dinamiche complicatissime sia a livello lavorativo che di diffusione, però dovremmo prenderla in modo meno serioso.

Motivo per cui sono bastati un paio di mesi di chiusura per tramortire il business musicale...

U: È un gigante dai piedi d'argilla.
Q: L'Italia è passata dalle migliaia di club da 100-300 persone che animavano la parte live dei "concertini", poi è cambiato il mondo della musica alternativa in Italia. Il processo di chiusura dei locali piccoli stava già accadendo, anche prima del covid. Fra un anno, il Forum d'Assago riapre, il Palalpitour riapre, i localini da 300 persone no.
U: Per fare un parallelismo, la scena era come un atleta che usava gli steroidi e che non ha la preparazione atletica per gareggiare senza.
A: Paradossalmente, però, lo prende in quel posto proprio chi non usava gli steroidi. Chi aveva un locale da 300 persone e già faticava per fare una programmazione degna, perché negli ultimi anni c'è stata una corsa agli steroidi che tagliava fuori quel tipo di dimensione, poi arriva il covid e questi pagano 3-4-5mila euro d'affitto al mese, o sono posseduti da holding coi soldi infiniti o ciaone, è finita.
Q: Sarebbe bello se si riuscisse, dopo il covid che lo vedo come un conflitto bellico con la bomba al neutrone, pensata per fare danni alle persone, ma non alle cose, riuscire a ricreare una collettività, parola legata all'antagonismo o alla sinistra, in tutto: dalla gestione economica della musica a tutto il resto. Spero che questo accada, ma ne dubito fortemente. 

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E la musica come sarà, dopo? 

U: Dipende se riparte dalle realtà piccole o in tromba dalle grandi arene, secondo me.
Q: Da amante dell'hip hop americano, è curiosa la svolta che ha preso la scena statunitense. Si è moltiplicata la corrente SoundCloud rap, che sta prendendo una piega impazzita con mille sottogeneri, perché evidentemente c'è la gente chiusa in casa a smanettare. I temi non sono più quelli della trap, dell'opulenza, perché quando finirà la speranza della ricchezza, cosa ne sarà del sogno di avere l'occhialone e il Rolex d'oro se non c'è futuro? Non ci crede più nessuno a quel sogno lì, per la prima volta i teenager vedono la crisi economica nelle proprie famiglie. Tornerà il grunge!

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L'articolo Zen Circus: "È il disco dell'accettazione, la vita che comincia per davvero" di Simone Stefanini è apparso su Rockit.it il 2020-11-12 09:27:00

COMMENTI (1)

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  • sachatellini 6 mesi Rispondi

    Complimenti! Gran bella intervista Simone Stefanini.