Porcospini con le mazze di ferro: distruggere una stanza con gli Zen Circus Intervista

Tutte le foto sono di Beatrice Mammi per Rockit.itTutte le foto sono di Beatrice Mammi per Rockit.it
08/03/2018 di

Gli Zen Circus non sono un'altra band italiana, non sono nemmeno LA band italiana se è per questo. Sono vent'anni di nomadismo, hangover, corde cambiate, centinaia e centinaia di palchi ed un cuore che batte per tre persone, ora per quattro. Un centro sociale di Pisa alla fine degli anni '90 fino alla fine degli anni '10 e oltre, diviso per un EP e 10 album in studio: il risultato è il Circo Zen. Una delle band ad aver collezionato più presenze sul palco del MI AMI festival come in articoli, interviste, editoriali ed una storia di copertina dedicata a loro (ed i premi alla carriera pre mortem hanno un valore importante).

Insomma, cos'altro potevamo inventarci in vista del loro ultimo album "Il fuoco in una stanza"? Questo è uno di quei casi in cui la prima folle idea stupida è quella che viene stoicamente portata avanti come piano A, senza nessun bisogno di un piano B. Domenica 4 marzo quindi, giorno di elezioni, il camper Zen e la macchina Rockit.it partono verso Magenta. Alle porte di Milano i ragazzi di Anger Games ci aspettano in un capannone industriale, scaldati dal fuoco di due bidoni, con litri di birra e mazze di ferro per colazione. Unica missione: distruggere tutto. Questo è quello che ci siamo raccontati nel viaggio di ritorno, stanchi, felici e pieni di adrenalina. Questo è il Circo Zen.

Come domenica mattina è stata un po' strana. Prima di parlare di musica, com'è andata questa gita?

Maestro Pellegrini: È stata un'esperienza nuova, non avevo mai fatto nulla del genere.

Ufo: Mi sono divertito molto e mi sento veramente bene, lo colloco un gradino sotto una sega come soddisfazione personale.

Karim: E tieni conto che meglio di una sega non c'è nulla. Distruggere cose non è mai noioso, diciamo la verità. Mi è piaciuto il fatto che non fosse una semplice Rage Room, quelle di solito sono un po' fighette, questo era uno spazio esterno in cui vai a spaccare roba.

Appino: Io invece, al contrario del Qqru (Karim, ndr), non sono pienamente soddisfatto. Forse avrei preferito distruggere una camera perfettamente in ordine, con i quadri alle pareti ed i mobili precisi. Una cosa del genere non mi istiga violenza. È che in generale non mi viene di rompere le cose, lo faccio sempre ma non riesco a farlo apposta. In generale ho un po' di bad vibe, a parte il dito. (Dopo aver iniziato da appena un minuto il suo turno di distruzione Appino perde l'uso dell'indice in un eroico scontro con un vecchio televisore. Verrà in seguito vendicato da Ufo armato di piede di porco, scopertosi poi essere l'arma preferita degli Zen Circus.)

Possiamo rifarlo quando volete. Parlando invece de "Il fuoco in una stanza", è uscito a poco più di un anno da "La terza guerra mondiale". Posto che non esiste la regola dell'album ogni due anni, come è arrivato questo disco?

A: A prima vista può sembrare sputato di corsa tra un concerto e l'altro, in realtà no, ci siamo presi il nostro tempo. "La terza guerra mondiale" di fatto l'abbiamo chiuso circa cinque o sei mesi prima di pubblicarlo, per cui per noi quell'album è più vecchio rispetto a quando è uscito. Chiuso quel disco mi sono arrivate un po' di canzoni: "Il fuoco in una stanza" ha seriamente rischiato di finire dentro "La terza guerra mondiale". In studio capita spesso di arrivare con una manciata di canzoni, mentre le stai provando ne arrivano altre due o tre. Comunque abbiamo cominciato a lavorare a questo disco verso la primavera 2016. 

zen circus appino

zen circus ufo

 

Nella storia degli Zen è stato così anche per gli altri album?

K: È successo spesso, forse sempre, e la maggior parte delle volte quelle canzoni sono le più valide. Secondo me questa cosa è molto simbolica. "Catene" è stata l'ultima arrivata, quando stavamo mixando il disco. Ero tornato a Forlì, dove abito, ho sentito il pezzo e me ne sono innamorato, ho detto "questo secondo me è il pezzo più bello della storia degli Zen!". È una cosa che ho detto solo altre due volte: per "Viva" e per "L'anima non conta". 

Oltre al momento compositivo, come nasce un album degli Zen?

A: Ora abbiamo uno studio, il 360 a Livorno, dove teniamo tutta la nostra roba, la nostra attrezzatura e tutte le cose che ci piacciono. Non c'è quindi il momento in cui gli Zen entrano in studio, anche se ovviamente c'è il momento in cui si fanno le batterie, poi le chitarre, i cori e tutto il resto. Abbiamo la fortuna di andare in studio quando ci pare, io poi sono un nerd per cui ci vado di continuo. Non tanto perché debba lavorare, è che mi piace stare coi macchinari, le chitarre, i cavi. A conti fatti comunque questo disco non è stato un "Canzoni contro la natura" che è stato veramente cotto e mangiato, ci abbiamo lavorato forse più che non per "La terza guerra mondiale". Anche perché questo disco ha dei pezzi molto malinconici, e questa cosa, almeno per la scrittura delle canzoni, penso sia collegata ad un periodo della mia vita, che nel mio caso coincide con l'arrivo dei quarant'anni. 

Ecco, a proposito di questo. Quello che si sta dicendo e che ho notato anch'io, come tu confermi, è che è sicuramente un disco più malinconico. Possiamo dire che questo album sia una sintesi degli album degli Zen e di Appino solista, dove degli Zen c'è la costruzione del brano e di Appino l'introspezione un po' malinconica?

A: Ma perchè c'è un discorso molto bello dietro. Quando si cerca il trait d'union del disco parliamo sempre di "Catene": quelle familiari, relazionali, dell'amore e quelle sociali, a cui comunque teniamo sempre. Ci sono però anche le catene degli Zen. Ne "Il Testamento" scrivere quelle canzoni era venir meno ad un'idea molto precisa che ci eravamo fatti su cos'era il Circo Zen e cosa doveva essere, e per non intaccarla ho preferito farlo per i cazzi miei. Non che ci fossero stati litigi o altro tra di noi, sarà che era anche un disco molto personale. Parlavo della mia famiglia, non era qualcosa che poteva appartenere agli Zen. Se in quel periodo questo chiedeva distaccamento oggi siamo talmente uniti, talmente in forma e talmente liberi di fare quello che ci pare che era giusto riportare tutto dentro gli Zen Circus. 

Quindi l'esperienza di Appino solista era un andarsene solo per poi ritornare a casa Zen?

A: Non lo so, ma penso sia così. Mi chiedono perché io non faccia un altro disco solista, la risposta è che non ce n'è bisogno. Anzi, potessi tornare indietro cambierei quei dischi, perchè certe cose se invece che farle da solo le avessi fatte con gli Zen sarei più felice, sarebbero venute più fighe. È semplicemente il fatto che si cambia, pur senza perdere mai un certo tipo di rabbia.

zen circus

 

Posto che ogni disco è un mondo a sè, alla luce di quanto mi state dicendo si può dire che "Il fuoco in una stanza" sia un un unicum, per quello che contiene, nella storia degli Zen?

K: Credo che questo sia il disco più denso della storia degli Zen e non con un'accezione negativa, anzi. È un disco che non è pesante nell'ascolto, anche perchè è molto eterogeneo, ma ha una componente di consapevolezza emotiva diversa. Questo non vuol dire assolutamente che abbiamo la verità in tasca, anzi..

Penso si tratti proprio di avere la consapevolezza di non avere la verità in tasca, e di smettere di cercarla.

A: Esatto, esattamente. Sono prese di coscienza, non momenti di rassegnazione ma attimi di preghiera. Come dice "Questa non è una canzone" non è una domanda o una preghiera, è un'invocazione. Un'invocazione a cercare negli altri quella parte lì, anche perchè il disco ruota tutto intorno agli altri. Probabilmente perchè non penso di essere mai stato tanto per i fatti miei come in questo periodo della mia vita: sono quattro anni e mezzo che non ho una relazione, quattro anni e mezzo che lavoro, quattro anni e mezzo che non vedo nessuno. Non è un momento di totale ascesi, è un periodo di ascesi da un punto di vista relazionale. La mia unica relazione sono gli Zen e Andrea in studio. Questa cosa mi ha portato a fare delle riflessione e la principale è quanto sia importante condividere cose con gli altri. Questa è una cosa molto tipica dei quarant'anni.

U: Siamo una band che abbraccia diversi punti della vita, abbiamo un pubblico che dire eterogeneo è poco, e questo crea una riflessione. Ovviamente questo torna tutto dentro, siamo disseminati su un range enorme di vite diverse che ci portiamo dietro, e alla fine poi finiscono in brani che ci rappresentano tutti. Questo poi è il bello della scrittura di Appino, riesce a trovare il punto di equilibrio che dal personale va all'universale. 

I testi quindi sono di Appino, ma dentro c'è sempre tutta l'anima degli Zen?

U: Tantissimo, l'unico cambiamento che si fa a volte è di natura lessicale, e in minima parte. Però quello che scrive è rappresentativo di tutti gli Zen. Anche perchè abbiamo scelto di non fare mai nulla che non ci rappresentasse davvero tutti, e questo rientra in quello che  ha fatto Appino con il percorso solista di cui dicevamo prima. Se in un passato c'erano esigenze che erano sue e non degli Zen ora invece parla per tutti. Il brano comunque deve rappresentare tutti noi, ma forse per il fatto che siamo insieme da lustri quella parte è rapida. La parte lunga è la costruzione sonora del brano. 

A: La parte lunga davvero è averci una visione, che non sempre è quella giusta, che non sempre è valida: quello è il difficile. Questo è il bello di avere uno studio nostro, puoi fare quello che vuoi e quando vuoi ed abbiamo tutto il tempo di stare a lavorare sui suoni. 

Siete una tra la band in attività con la storia più lunga, praticamente state insieme da più tempo della durata media di una matrimonio. Intanto come fate a stare ancora insieme, ma soprattutto come sono cambiati gli Zen e quanto importante è stato l'acquisto del Maestro Pellegrini?

K: Una cosa bella che mi fanno notare degli Zen, parlo soprattutto di gente che ha seguito il percorso degli Zen da vicino quindi familiari, amici, colleghi, è che gli Zen sono partiti, almeno da quando ci sono io, come una band in cui ognuno aveva un ruolo preciso ed era famoso per i suoi difetti. Poi passano gli anni e si comincia a muovere tutto: nel 2003 ognuno era praticamente una macchietta, poi cresci e l'uno ha cambiato la vita agli altri.

U: Ci siamo influenzati a vicenda nel tempo ed è un portato molto particolare, abbiamo una storia a suo modo unica. Questo è buffo, perchè è sorretto da quattro personalità estremamente diverse e forse è il motivo vero per cui funziona. La parte che sulla carta sembrava difficile cioè smuovere questa triade ormai cementata ci ha fatto trovare un equilibrio. Come i ricci di Schopenhauer. 

Questa era quella del dilemma del porcospino? Ne ho un vago ricordo

U: Un branco di ricci viene sorpreso da una tempesta polare, e devono stringersi tra loro per farsi caldo. I ricci però avendo le spine non possono stringersi troppo perchè si ferirebbero, quindi devono stare abbastanza vicino da scaldarsi e abbastanza distanti da non pungersi. Noi siamo così. Non è che fuori dai concerti andiamo a fare le pizzate in continuazione come molti pensano, abbiamo un equilibrio,e far rientrare nelle nostre orbite solari Zen anche il Maestro poteva essere complesso. Invece è stato estremamente semplice, perchè non solo aveva collaborato nei dischi solisti con Appino ma noi abbiamo una conoscenza di almeno dieci anni con lui tramite i Criminal Jokers, Francesco Motta, già dal tour di "Andate tutti affanculo".

M: Se penso alla mia vita due anni fa era completamente diversa, sono cambiato tanto e le dinamiche di gruppo in questo ti aiutano a crescere. Questo ti fa vedere i tuoi difetti, ti mette a nudo, e continuerò a crescere. Erano tanti anni poi che non facevo parte di una band ed ora devo dire che me ne sento veramente parte. È strana questa cosa, ma è bella.

Sui dieci anni di "Andate tutti affanculo" Karim sospira un rassegnato "minchia dieci anni..". Lasciamo il camper Zen, Appino cercherà un albergo in cui farsi la barba. Karim ha una tessera elettorale e un treno da prendere, Ufo tornerà a difenderci dalla culaia. Il Maestro Pellegrini, ad oggi, è il capo indiscusso della band.

zen circus

 

Se anche voi volete passare una giornata a distruggere tutto non serve essere gli Zen Circus. Anger Games vi aspetta alle porte di Milano per liberarvi di tutti i vostri demoni in un ambiente controllato e in tutta sicurezza, l'unico pericolo per la vostra incolumità sarete voi stessi. Bello no?

 

 

Tag: nuovo album intervista

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