La musica de Le Croste è grezza, potente e veloce. Li per lì richiama alla mente i bombardamenti dei Ramones, ma in realtà le sue fondamenta sono da ricercare dentro il beat, la surf music, il rockabilly tutto frullato nella centrifuga punk. Un punk, però, vivo, genuino, per niente triste, che non si piange affatto addosso, anzi ride e scherza di sé. Privi della visione intellettuale, improntati ad una semplice grinta senza fronzoli e al piglio mozzafiato del cantato e del muro di vetriolo delle chitarre, Le Croste mettono in fila alcuni brani capolavoro del genere: essenzialità prima di tutto, sotto il profilo compositivo (versi adolescenziali, accordi volutamente puerili) ed esecutivo (mai assoli) e un impronta del tutto personale. Davvero esilarante l'inizio del demo che fa presagire in due note derivate dalla tastierina Casio che quasi trattasi di musica elettronica, e subito dietro arrivano le bordate di chitarre che riscoprono le fondamenta del rock'n'roll. I ritornelli, quando ci sono, sono semplici e brevi, calati nella realtà giovanile (quasi quotidiana) – "litri di vomito"- con impeto sufficiente da assecondare le velleità di ribellione generazionale. Punk e black humour si sposano alla perfezione in una musica che può mandare in visibilio torme di teenager punk stanchi di troppe pesantezze, di culti della personalità, di interminabili canzoni con cento cambi di tempo, di assoli chilometrici o semplicemente delle cervellotiche e stralunate alchimie dell'art-rock.
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