La differenza tra il numero di vertebre di un uomo (33) e di un serpente (in media 300) è data in realtà da un piccolissimo scarto genetico, una differenza sottile nella ripetizione evolutiva della spina dorsale, che determina una diversità assoluta, di specie. Questo è un fatto scientifico, innegabile.
Meno scientifico, ma altrettanto innegabile, è l’influenza della nebbia su chi abita nella val padana e strimpella una chitarra. Chi non la vive, chi non ci è nato dentro e ne ha sentito solo parlare, non può capire. Non è solo un evento puramente atmosferico, è anche e soprattutto uno stato dell’animo. La nebbia costringe ad affinare la vista, e in musica ha bisogno della lingua italiana (o del dialetto) per essere declinata al meglio. E siccome stiamo parlando di nebbia e non di solecuoreamore, ha bisogno anche del rock più sincero per risultare credibile.
Forse è per questo che la maggior parte dei menestrelli rock, in Italia, viene da dove viene la nebbia. Dal Ligabue di “Angelo Della Nebbia” all’inossidabile Giorgio Canali, dai Radiofiera ai Frigidaire Tango, passando per Le Luci della Centrale Elettrica.
Lui Sono Io, in fondo, rientra in questa categoria. Si tratta di Federico Braschi e Alberto Amati, due che hanno lo stesso corredo genetico, lo stesso numero di vertebre, e sono cresciuti respirando la stessa nebbia. Due che hanno messo insieme gli accordi, gli appunti e i vent’anni, e hanno raccontato la loro visione della provincia, della loro vita, di quello che li circonda, o per lo meno di quello che si riesce a vedere.
E non ci si può sbagliare, se il loro disco d’esordio “Storia Di Una Corsa” comincia con “Dormono le case del borgo, in coma dentro una nuvola che non si vede a un passo” (“Brutti Sogni”). E per continuare a non sbagliare, a volte basta seguire le linee rette delle rotaie che strisciano nella pianura (“Un Altro Treno”), o si può prendere un’autostrada interstellare a due corsie e finire dove comincia “Via Stalingrado”, ovvero più o meno dove c’è l’Estragon, la tangenziale, e i primi cartelli bianchi con scritto Bologna.
Si parlava del rock più sincero, e “Rockstar” dipinge la genesi di ogni aspirante musicista di provincia, con delicatezza e un pizzico di cinismo, e con un manico di scopa come chitarra.
Poi c’è “Santa Monica”, che è un piccolo gioiellino principalmente acustico, una reminescenza di De Andrè e di Tenco, due degli idoli indiscussi di Federico e Alberto.
“Storia Di Una Corsa” dà il nome all’album e funziona da manifesto di quella che è la storia di Lui Sono Io, quasi due anni senza mai fermarsi, senza sentire la stanchezza. Un po’ per gioventù, un po’ perché hanno voglia di non rallentare il passo, ora che hanno rotto il fiato. E il disco infatti prosegue con “Come Quando”, elogio alla fretta di correre e all’organo Hammond.
“3 e 40” trasuda di una disperazione urlata, incalzata da un ritmo serrato molto sporco e sprigsteeniano, e che porta alle visioni di “Case”, che si conclude con la ripetizione quasi ossessiva di “noi ci teniamo la mano”, forse l’unico modo per uscirne vivi.
“Ora fai silenzio, ascolta la notte passare vicino” è l’invito dell’ultimo episodio, “Domani”, canzone acustica e sospesa, sospirata, quasi per dare più peso ad ogni singola parola.
“Storia Di Una Corsa” è questo, e per farlo suonare al meglio Lui Sono Io è volato da JD Foster (produttore tra gli altri di Vinicio Capossela, di Marc Ribot e dei Calexico) fino a Richmond, in Virginia, in mezzo ad una nebbia non troppo diversa da quella che si trova a Sant’Arcangelo di Romagna. Insieme al duo, troviamo Antonio Gramentieri, Christian Ravaglioli, Francesco Giampaoli ed Enrico Mao Bocchini, personalità musicalmente e geograficamente affini a Federico e Alberto.
Perché la genetica, e la nebbia, sono cose che vanno prese sul serio.