10 anni dopo "A sangue freddo" del Teatro degli Orrori il mondo fa davvero schifo

Il 30 ottobre 2009 il secondo disco della band di Pierpaolo Capovilla esorcizza con le sue distorsioni una realtà inquietante. Che ora rimpiangiamo
30/10/2019 15:30

"Uno dei migliori gruppi del nostro – triste, sconsolato, orribile – Paese". Si concludeva così, con un pessimismo che oggi pare del tutto ingiustificato, la nostra recensione di A sangue freddo, secondo disco del Teatro degli Orrori, uscito il 30 ottobre del 2009. Dodici pezzi che colpivano dritti al cuore, uno choc. La voce di Pierpaolo Capovilla, i suoni e le distorsioni di Gionata Mirai, Giulio Ragno Favero e Francesco Valente, che davano vita a un cocktail di rock e hardcore potentissimo, reso coerente e spiazzante dalla teatralità dei testi e dell'approccio del frontman della band. Un album che si assumeva l'impegno di fare pensare la gente, per non fare sì che l'orrore prendesse conquistasse sempre più terreno. Non è un caso, purtroppo, se dal 2015 quella voce e quelle chitarre tacciono, oggi che ogni avamposto sembra in mani nemiche. Concedetevi un piccolo sollievo, riascoltate oggi A sangue freddo. E rileggete la nostra recensione del disco, pubblicata il 26 ottobre 2009 a firma di Sandro Giorello, che vi riproponiamo qui sotto.

C'è un uomo con la sigaretta in bocca che si toglie il cuore dal petto, lo appoggia sul bancone del farmacista e chiede: me lo può cambiare? Il disco inizia con un encefalogramma piatto, Lei non torna e Lui si preoccupa come se fosse sua figlia. E' agitato, è quasi tentato a dar credito alle solite paure dei Tg di seconda serata. Gli archi si muovono taglienti, aumentano il clima ansiogeno. Uno dei punti più alti dell'album posto immediatamente come prima traccia. Poi arriva "Due", una sfuriata alla Scratch Acid, e il disco parte davvero, con tutta la carica possibile. I protagonisti sono di nuovo due e questa volta è Lei ad essere sola, ma il finale è insolito: Gesù, Giuseppe e Maria abbiate pietà dell'anima mia, e sembrano che siano gli Oxbow a gridarlo.

Il nuovo de Il Teatro Degli Orrori è un lavoro denso, aggressivo e potente ma ricco di strumenti e sfumature che conferiscono un suono rotondo ai pezzi, meno grezzi e immediati rispetto a quelli di "Dell'impero delle tenebre". Qualcuno potrebbe azzardare a dire che è più pop, a me viene in mente che quando ho comprato "Terraform" arrivato a "Copper", l'ultima del lato B, mi sono detto: gli Shellac hanno fatto un pezzo pop; ma ovviamente a mia madre gli Shellac continuano a non piacere. Certo è molto più complesso del precedente, negli arrangiamenti e sopratutto nei testi. Quello che si nota fin da subito è la presenza di tre personaggi: Lui, Lei, Dio.

I tre si rincorrono brano dopo brano, il loro colori si sommano ottenendo il nero che più nero non si può. Capovilla ci racconta un paese brutto: quando dice "Figlio mio, ci pensi un giorno, tutto questo sarà tuo" suona più come una cattiveria che un vero atto di fiducia. Ma non si ferma lì. Affronta il tema del Terzo Mondo finisce a parlare di fame d'amore. Recita il Padre nostro per invocare la fine delle guerre ma anche della malinconia. "La vita è breve" potrebbe sembrare un inno alla vita e all'amore mentre si rivela la confessione di un omicidio. Sempre con una poesia che lascia senza fiato. Sempre evitando la frase ad effetto fine a se stessa. Sono istantanee con l'autoscatto, non inquadrabili in una canzonetta di protesta o in uno sfogo sentimentale. E non puzzano mai di intellettualismo. "Direzioni Diverse" - la migliore in assoluto, remixata da Bob Rifo dei Bloody Beetroots - è di una semplicità disarmante. "Alt" sono calci in faccia senza diritto di replica.

"A sangue freddo" è un disco che, fondamentalmente, parla di Amore e di Solitudine – aver coverizzato Carmelo Bene nel suo riadattamento di "All'amato me stesso" di Majakovskij mi sembra significativo in tal senso – ma mira anche a qualcosa di più. I soffitti viola e gli alberi infiniti. Le pagine chiare e le pagine scure. La strada lunga e diritta che fa schiantare le persone. Sai, mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare. Gli immaginari inossidabili, intendo. La grande Canzone Italiana. Le citazioni di De Gregori in "A Sangue Freddo" o di Celentano in "Alt", tradiscono il desiderio di entrare a far parte della cerchia di quelli che hanno davvero lasciato un segno nella nostra memoria collettiva. E se lo meritano davvero di entrarci.

Anche se non parlano di Berlusconi, dei cinesi, della crisi, di Mastella, dei miei problemi con quella puttana stronza della padrona di casa o di Lei che ogni mattina con lo sguardo mi dice che sono uno stupido e che non mi ama più. Queste canzoni diventano tue, anche se raccontano di poeti nigeriani o di incidenti sulla statale, anche se non hai quarantanni, la pelle rovinata dalle storie andate a male e dal troppo bere e il cuore da ritirare al banco dei pegni. E' un album importante, di quelli che ti entrano sottopelle e che ricordi per anni, forse per sempre. Uno dei migliori gruppi del nostro – triste, sconsolato, orribile – Paese.

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L'articolo 10 anni dopo "A sangue freddo" del Teatro degli Orrori il mondo fa davvero schifo di Redazione è apparso su Rockit.it il 30/10/2019 15:30

Tag: anniversario

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