Cosa succederebbe all'industria musicale se il Regno Unito uscisse dall'UE?

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16/06/2016 10:11 di

Il prossimo 23 giugno i cittadini del Regno Unito saranno chiamati a decidere attraverso un referendum se rimanere o meno nell'Unione Europea. I media per riferirsi alla vicenda hanno coniato il termine Brexit, acronimo di Britain Exit, di cui negli ultimi giorni si sta facendo ovunque un gran parlare.

Se dovesse vincere il sì il governo britannico dovrà ridiscutere con l’Unione tutti i trattati che ha siglato e trovare un accordo sulle condizioni dell’uscita. Un processo che potrebbe richiedere fino a due anni di lavoro, e che porterebbe a importanti conseguenze di carattere economico e occupazionale. Un esempio su tutti: gli oltre 600.000 nostri connazionali che lavorano in Regno Unito sarebbero costretti, in mancanza di cittadinanza, a tornare in Italia.

Ma che impatto avrebbe la Brexit sull'industria musicale? Notevole, stando ai dati raccolti dalla piattaforma Ticketbis.it. Secondo questi ultimi infatti il Regno Unito è il primo paese nel ranking dei principali acquirenti di biglietti per spettacoli musicali in Italia. Se invece consideriamo il percorso inverso, gli italiani sono al quinto posto tra i fan europei che più viaggiano verso il Regno Unito per assistere a concerti e festival musicali.

Per quel che riguarda i musicisti in entrata, avendo già il Regno Unito optato per non far parte dell'Area Schengen, non cambierebbe praticamente nulla. Se una band italiana vuole andare a suonare in UK dovrà continuare ad avere bisogno di un permesso di lavoro. Per i musicisti britannici che vogliono spostarsi invece in Europa le cose si complicherebbero notevolmente.

Ci sarebbe infatti bisogno di richiedere un visto lavorativo per l'area Schengen, come già accade per gli artisti americani. Questo lavoro burocratico extra renderebbe gli sponsor europei meno inclini a finanziare i tour di artisti minori. Un visto per l'Area Schengen costa infatti 60 € a persona, una cifra che andrebbe a pesare notevolmente sul budget di giovani gruppi indipendenti o emergenti. Oltre a questo diventerebbe necessario compilare anche un documento chiamato "carnet", che consente di importare e poi esportare la propria strumentazione senza doverci pagare le tasse.

A livello fiscale, il costo d'acquisto di dischi e merchandise online potrebbe aumentare. Attualmente, non bisogna pagare IVA o dazi doganali su importazioni ed esportazioni che avvengono all'interno dell'UE - ma se il Regno Unito uscisse dall'Unione tutto questo potrebbe cambiare. Secondo i dati della British Phonagraphic Industry, l'Italia è il secondo paese in Europa con la maggior percentuale di spesa per album di artisti inglesi, solo dietro l'Olanda.

Come se non bastasse, l'Abta (Associazione degli Agenti di Viaggio Britannici) ha già lanciato un monito, secondo cui la Brexit potrebbe costituire un disastro per il settore dei viaggi, sia per i turisti che per coloro che viaggiano per lavoro. Gli effetti domino per l'industria musicale in questo caso potrebbero essere molto significativi.

Finché non conosceremo il risultato delle votazioni si tratta comunque solo di speculazioni. Nel caso di vittoria del no dovremo comunque trovarci a far fronte sicuramente a leggi più complicate e viaggi più costosi, come anche più complicate e costose diverrebbero le gestioni burocratiche. Non è insomma realistico pensare che, anche per il mondo della musica, la Brexit non cambierà nulla.

(via)

Tag: diritti musicisti mercato discografico

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