Cinque brani per conoscere i Can, scelti e raccontati da Enrico Gabrielli

06/09/2017 16:46 di Enrico Gabrielli

Oggi si è spento all'età di 79 anni Holger Czukay, bassista e fondatore dei Can (conosciuti fino al 1970 come The CaN), band considerata fondamentale per la storia della musica rock e sperimentale tedesca e non solo. Il modo migliore per raccontare le straordinarie innovazioni introdotte da Czukay e i suoi, ci è sembrato quello di chiedere a Enrico Gabrielli, che ben conosce la discografia della formazione tedesca, di scegliere 5 brani da cui cominciare per imparare a conoscere la discografia dei Can. Ecco i suoi suggerimenti.

Articolo sintetico su come approcciare l’oggetto CaN in cinque CaNzoni

(scritto al plurale come si confà ad un vero collettivo)


Intanto cominciamo col dire che con CaN, band-collettivo di Köln (Bundesrepublik Deutschland), non si intendeva un verbo inglese, ma più probabilmente “culo” in slang newyorkese.
Bisognerebbe chiederlo al primo cantante (ops, primo performer?), Malcolm Mooney che propose di modificare in The CaN il nome originario della band Inner Space Production, forse troppo intriso di misticismo stockhauseniano.
Jaki “tempo d’amore” Liebezeit (R.I.P.), batterista germinale come pochi altri al mondo, suggeriva l’acronimo di “Comunismo, Anarchia, Nichilismo”, probabilmente con lo stesso tono svagato con cui i Matching Mole usarono quattro uniformi comuniste in copertina di "Little Red Record".

Erano tempi in cui la gioventù europea era inquadrata dentro alle problematiche politiche. Avete idea di che posto fosse la Germania nel ’69?
E niente ci toglie dall’idea che in quel nome vi fosse nascosto una vago sapore di programma radicale partitico, tipo RaF, Rote Armee Fraktion o CCCP (guarda caso…). 

Yoo Doo Right (part.1) da "Monster Movie" (1969)



E con la suggestione suddetta consigliamo l’ascolto del lato B di "Monster Movie", il primo album dei CaN: si tratta di una lunga improvvisazione per cui potremmo usare aggettivi come “cupo”, “ossessivo” e “mantrico”, aggettivi alla base dei quali ci sono probabilmente un certo blues involontario, certi Velvet Undergound e un certo astratto concetto di minimalismo ante-litteram.

Mother Sky da “Soundtrack” (1970)



Non è leggenda, ma è verità che il semi-barbone Kenji “Damo” Suzuki venne invitato a far parte della band a Monaco nel 1970, quando il buon vecchio Czukay (R.I.P.) e Liebzeit lo trovarono in strada che “poetava” a suo modo, nello stesso modo con cui oggi lui continua coerentemente a fare attraverso il suo Network di aperta improvvisazione (provare per credere!).
La storia è raccontata in breve qui dallo stesso Czukay, al minuto 5’15’’.
Esce uno street poet americano ed entra un giapponese “hippie but not really hippie, methafisical trasporter and human being”.

Haleluhwah da “Tagomago” (1971)



All’ingresso di questo brano colossale c’è una porta in pietra e tutto il coro di angeli che intonano un dislessico Halleluhwah.
Sulla porta è inciso a chiare lettere la frase di John Cage “repetitions is a new beginning/la ripetizione è un nuovo inizio”.
Prima di entrare, però, paghino il tributo LCD soundsystem, Talkin Heads, A Certain Ratio, Primal Scream, A Tribe Called Quest, Deus, Radiohead, tutta la Trance, tutta la New Wave, tanto hip hop, ogni scheda audio di ogni computer al mondo che ha campionato questo groove e ogni movimento di gomito di ogni batterista che ha provato a fare la stessa cosa.

Future Days (1973)



Per abbassare la pressione emotiva, ecco un pezzo tropicalista, “for the sake of future days/per il bene dei giorni futuri“. Considerando però che Suzuki è uno che improvvisa in falso inglese probabilmente questo testo andrebbe tradotto con “per il sake dei giorni futuri”. No?

Last Night Sleep, da “Until the End of the World” (1991)



Con un balzo temporale enorme, l’ultima CaNzone che proponiamo è tratta dalla colonna sonora di quello strano film “Fino alla fine del mondo” di Wim Wenders del 1991.
Il merito di quel film è tutto musicale perché la colonna sonora è il lascito dell’ultimo vagito della New Wave prima che gli anni novanta diventino ANNI NOVANTA.
Il suono risente del gusto dell’epoca, quietamente decadente, timidamente sintetico, con un ritorno “strategico” del primo cantante Malcolm Mooney (in cerca di money forse), ma è forse una delle ultime cose che i CaN in quanto CaN hanno realizzato ufficialmente. Dunque storiograficamente degno di nota.

Tag: necrologio playlist

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