Il lockdown della cultura è la sconfitta di tutto il sistema

Con il nuovo DPCM, Giuseppe Conte e il suo governo hanno scelto di chiudere le attività ricreative e culturali: niente teatro, cinema, concerti, neanche nei luoghi messi in sicurezza col precedente decreto.
26/10/2020 10:20

Facile in questi giorni imbestialirsi, e anche legittimo: la cultura è stata (di nuovo) cancellata dall'agenda degli italiani per DPCM. Nonostante Giuseppe Conte, nella sua conferenza stampa del 24 ottobre, abbia scelto toni più empatici di quella volta in cui descrisse gli artisti come una sorta di saltimbanchi che fanno ridere la gente, la morale è la stessa: niente spettacoli dal vivo di musica, teatro, opera, balletto, cabaret, niente cinema, niente di niente. Spostamenti solo per lavoro o approvigionamento di cibo e poi svelti a chiudersi bene in casa per le 18, per non infettare con la serotonina prodotta dalla distrazione.

Tra le tante notizie che arrivano dagli organi d'informazione, in prima linea nel terrorozzare i cittadini, pare che la chiusura stavolta sia frutto di un tira e molla tra il ministro Franceschini (quello che vuol fare il "Netflix della cultura", buon dio) e il ministro Spadafora dello sport, per una roba del tipo: "io chiudo le palestre ma tu chiudi i concerti". Non sappiamo se sia vero o meno, ma fosse anche satira, dà la dimensione del dramma istituzionale. 

Il dramma reale invece, il virus che ha riniziato a mietere vittime e in cui tutta Europa sta affogando, necessita misure restrittive, su questo non c'è dubbio, perché preservare la salute degli individui viene prima di tutto, e condividere sui social il grafico dell'Agis che mostra un solo infetto in 2782 spettacoli tra il 15 giugno e il 1° ottobre, è una mossa fatta più di rabbia che di ragionamento, perché è un dato che riguarda il periodo estivo e autunnale, degli spettacoli all'aperto o in un momento di tregua del contagio, prima della seconda ondata. Oggi, purtroppo, nessun luogo è davvero sicuro. 

Casomai, dovremmo ragionare sul motivo per chi lavora nello spettacolo ha speso un sacco di soldi per mettersi in regola, si è scervellato per trovare nuovi modi per fare live col minimo rischio possibile, per poi vedersi di nuovo cancellata la stagione, e con essa la voglia di ripartire. Ciò che manca, oltre ai soldi ma lì ci arriviamo, è una visione d'insieme che dia un minimo di sicurezza ai lavoratori delle categorie ritenute non essenziali dal governo. Non è possibile che, per esempio, che una manifestazione come il Jazzmi sia fatta partire e poi chiusa a metà, come se non sapessimo già da settimane del ritorno del covid. 

È assurdo pensare ai ragazzi del Magnolia e a tutti quelli come loro in giro per l'Italia, che si sono dannati l'anima per trovare un modo per fare concerti praticamente a rimessa, per dare un segnale al mondo là fuori che non è ancora finito tutto, per poi vedersi chiudere e cancellare la programmazione che avevano fatto seguendo precisamente il DPCM precedente di una settimana. Sono stati fatti tre decreti a ridosso l'uno dell'altro, che hanno illuso e poi castigato sempre gli stessi. Nessuno qui è Rocky, la voglia di gettare la spugna è forte, la rabbia palese, e il virus è realtà. 

Volli volli fortissimamente volli. Forse lo hai letto a scuola in gioventù, forse no, ma sono parole che calzano a...

Pubblicato da Circolo Magnolia su Giovedì 22 ottobre 2020

Come può pensare il governo che tutti i locali, i cinema, i teatri, gli artisti, i lavoratori dello spettacolo, riescano a superare l'inverno? Molti non ce la faranno, lo sappiamo bene, e a loro, a chi lotta e si dispera, va la nostra solidarietà. Va anche a tutti gli altri lavoratori che non sanno come fare, perché la storia dell'indispensabile o meno è una gran cazzata. Ogni persona ha bisogno di nutrirsi, ripararsi dalle intempere e fin qui ci siamo, fin dai tempi della clava. Allo stesso tempo ha bisogno di divertirsi, di sentirsi parte di una comunità, di socializzare e arrichire lo spirito. Beh, a messa si può sempre andare, direte voi, e non vi rispondo perché sono un signore. 

Conte ci obbliga a un Produci - Consuma - Crepa che ben conosciamo, ci tratta come un'Unità di produzione, e qui le citazioni del canzoniere CCCP - CSI si sprecherebbero. Lo fa per salvaguardare la nostra salute fisica, perché quella mentale sta andando a puttane già dalla prima volta che l'abbiamo visto tornare in tv a reti unificate, col riverbero papale incorporato. Allora lo faccia, chiuda tutto, abbia il coraggio di resettare per qualche settimana e metta i soldi sul piatto, qui e ora. Oppure ci spieghi una volta per tutte perché produrre sportelli per auto in cui neanche possiamo muoverci per andare dove ci pare sia essenziale, e dare la possibilità alla gente di non impazzire non lo sia. Il pane e le rose, perdio, non lo inventiamo certo noi, e noi siamo le rose. Stiamo sfiorendo.

 

  

 

 

 

 

 

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L'articolo Il lockdown della cultura è la sconfitta di tutto il sistema di Simone Stefanini è apparso su Rockit.it il 26/10/2020 10:20

Tag: opinione

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