Cronache da un negozio di dischi: bisogna credere nella musica nuova!

27/06/2017 11:20 di di Alessio Cruschelli (Slow Record Shop)

È iniziata la stagione estiva e quel che temevo è già diventato realtà: afa impossibile, senza pinguino rischio di sciogliermi tra due settimane. Fa caldo anche fuori e in molti vanno al mare, fanno bene, fanculo ai dischi e al riscaldamento globale.

Per fortuna ci sono molti market serali in programma e mi prende bene, mi piace frescheggiare e incontrare gente nuova: è il miglior modo per farsi conoscere. Non mi fido troppo né di indicizzazioni, né di spazi pubblicitari se non ad hoc. Un'app me la farei, quella sì, per il resto meglio lasciar perdere.
Una volta arrivato ad uno di questi market, lo spazio si riempie velocemente. Alcune sezioni (Us Classics ad esempio) sono già in condizioni drammatiche, quindi mi applico per organizzarle in uno stand. Mi aiuta il babbo, a cui presto dobbiamo dedicare una rubrica a parte, perché oltre ad essere una figura vitale qui dentro, è anche un personaggio in sé.

Passo la maggior parte del tempo dedicandomi ai soliti (orribili) aspetti gestionali, ma fortunatamente ho anche molto spazio per ascoltare musica nuova, rifletterci sopra e fare chiarezza.
Essere figlio del mio tempo non mi aiuta. Ora ci sono talmente tante tendenze, correnti, influenze e riferimenti da non riuscire a metterle a fuoco. Siamo l’imbuto della storia. Negli anni ’70 era più facile: il carrello della spesa era semivuoto rispetto al ben di dio (un po’ caotico) che ci è concesso adesso, che in due minuti da Ornette Coleman sei a Future.

Che tu lo volessi o meno, avevi il tempo per farti piacere e per apprezzare la musica. Per capirla, contestualizzarla e storicizzarla con cognizione. Con 10 dischi ci scopavi un anno, li lasciavi fluire dentro e li idealizzavi come opere di una bellezza divina, per sempre irraggiungibile. Sarebbe meglio finirla con i complessi di inferiorità però e sarebbe pure meglio dedicarsi maggiormente all'ascolto di nuova musica, con più concentrazone e prospettiva.

Parlando in questi termini, "Awaken My Love" di Childish Gambino entrerebbe dritto nella top 20 di sempre, scalzando anche qualche nome grosso, già da domani. Le richieste funk-soul però, a bottega, continuano a girare sui soliti classici a cui lui si è ispirato. È troppo facile celebrare gente come Donald Glover, la cui grandezza è tanto chiara quanto stranota. Per esempio, Andy Shauf è uno di quelli che rischia di essere dimenticato: il suo ultimo album mi ha stregato. L’ho conosciuto proprio stamane, ravanando sul canale Youtube di Amoeba Records, leggendario negozio di dischi di Los Angeles.
Vi ho detto che ho meno da fare ultimamente, no? Attualmente è il disco della mia vita. In un mondo di merda come questo credo sia offensivo non apprezzarlo. "The Party", l’ultimo album, meriterebbe da subito di essere slegato dai riferimenti (giusti, per carità) come Harry Nillsson o l’Harrison solista su tutti. Shauf dovrebbe essere posizionato artisticamente ad un livello più alto, alla stregua dei ragazzucci appena nominati.

"The Party" è quel che sembra: un classico. Lo è dal primo ascolto, durante il quale hai la sensazione che le melodie e gli arrangiamenti appartengano a questo mondo da sempre e l’unica cosa da fare per l'essere umano è carpirle, sintetizzarle ed eseguirle. Messaggeri e non cantanti. Credo che la grandezza sia tutta qui, in questo confine poco sondabile tra posa e poesia, una poesia leggera, da commedia agrodolce, le cui trame si sposano perfettamente con questo pregiatissimo soundscape ’70’s. Suona tutto lui, ed è la prima volta che si cimenta con attrezzatura da studio pro.

Per me Shauf è un fuoriclasse, già posizionabile – vado random – al livello di un Van Morrison. Il discorso è che di Andy Shauf se ne fottono in tanti, e tutti mi chiedono dei dischi brutti di McCartney. Perché?

Basta cadere nella tentazione di rendere intoccabili i maestri e sottovalutare gli allievi! Siamo un pubblico svogliato, come in continuo hangover da coca (stile Duccio di Boris), che si alimenta di vecchi miti senza generarne altri o quantomeno senza generarne altri di assoluto livello. Dobbiamo credere molto di più nella nuova musica, supportarla con maggiore vigore. Generiamo i nostri classici. Ne stamperebbero di più e costerebbero meno.

E ci sentiremmo tutti meglio. O no?

Tag: negozio dischi storie vinili rubrica

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