Dottor Girless, la vita stravolta di un medico musicista

Tommaso Gavioli lavora a Bolzano in un ambulatorio di medicina generale, comparto duramente messo alla prova dal Coronavirus. Ci racconta le sue infinite giornate, e l'ultimo disco che è riuscito ad ascoltare
03/04/2020 10:47

Il 24 febbraio sembra lontanissimo, eppure nei giorni precedenti quella data, il Coronavirus stava circolando liberamente, senza che fossero prese misure per contrastare il contagio. Quando abbiamo scritto l'articolo in cui parlavamo dei primi concerti saltati nelle regioni più colpite, molti ragazzi commentavano negativamente le decisioni di governo, locali, promoter e band.

Nello stesso articolo, avevamo ospitato una riflessione di Tommaso Gavioli, che oltre a suonare folk venato di emo e punk nel progetto Girless (ex Girless & The Orphan), è anche medico di medicina generale. Riassumendo, invitava tutti a una maggior responsabilità, chiarendo che il virus non era certo una banale influenza, come alcuni personaggi pubblici e alcuni scienziati si ostinavano a dichiarare. Lo abbiamo contattato per parlare della sua professione, e di come sta cambiando in questi giorni.

Foto di Denise PedicilloFoto di Denise Pedicillo

Ci racconti dove vivi e da quanto lavori come medico?

Sono originario di Viserba, in provincia di Rimini, ma da quasi tre anni vivo e lavoro a Bolzano. Mi sono abilitato nel 2013 alla professione di medico e sono a fine percorso di specializzazione in medicina generale, quindi al momento lavoro in un ambulatorio di medicina generale, per l’appunto.

Come sono queste giornate, quanto lavori?

Sono giornate strane e intense, oltre al normale lavoro da medico generico faccio turni da volontario al servizio di igiene e al centralino del numero verde provinciale istituito dalla protezione civile. Il lavoro in ambulatorio è cambiato, le telefonate sono molte e le visite sempre meno, date le misure contenitive. Per quanto riguarda il servizio di igiene pubblica il carico di lavoro è altissimo, tra gestione ed esecuzione tamponi, comunicazioni di quarantena, protocolli che cambiano ogni giorno… si lavora costantemente e purtroppo non sempre è possibile fare le cose nella maniera più idonea possibile.

Cosa ti domandano i pazienti più di frequente?

Dall’inizio della quarantena sono cambiati sia gli atteggiamenti che le domande dei pazienti. Prima c’era molta più preoccupazione sui sintomi, ora le domande sono più incentrate su come eseguire i test e sui tempi di risposta. Fermo restando che è complicato garantire il tampone a tutti, il più delle volte si tengono monitorati eventuali sintomi con controlli periodici telefonici e i pazienti sono meno preoccupati rispetto a un mese fa.

Perché è complicato fare i tamponi?

Non so dirti nel dettaglio, ogni regione ha fatto un numero di tamponi diverso, come nel Veneto che ha deciso di fare tamponi a raffica e altre regioni che ne hanno fatti meno. Qui in Alto Adige i tamponi vengono spesso riservati a chi ha avuto contatti stretti con persone positive, a sanitari, forze dell'ordine e ai lavoratori che svolgono servizi di prima necessità, e chiaramente anche a persone con forti sintomi. Non è possibile farli a tutta la popolazione e soprattutto agli asintomatici, penso sia un discorso di tamponi disponibili e di capacità di analisi dei laboratori. 

Hai avuto a che fare con casi di covid-19?

Nell’ambulatorio dove lavoro ci sono stati pazienti che sono venuti a visita sino all’inizio delle misure contenitive e che poi sono risultati positivi al test; per fortuna la maggior parte delle persone ha rispettato da subito l’obbligo di dimora quindi la speranza è che i casi non aumentino. In più nessuno dei medici e degli operatori del poliambulatorio dove lavoro ha presentato sintomi. Qui in Alto Adige non ci sono i numeri di altre regioni come Lombardia ed Emilia-Romagna, ma la situazione è comunque seria e ci sono zone con maggior numero di contagiati.

Hai le dotazioni necessarie?

Poche, a dire il vero: le mascherine sono contate e si cerca di farle durare il più possibile. Stesso discorso per camici speciali e guanti sterili. A livello organizzativo ci sono state sicuramente diverse falle sulla distribuzione e il reperimento dei dispositivi di protezione individuale.

I medici di base sono molto a rischio?

Molti dei medici che sono morti per infezione da Covid19 erano medici di base, quindi sì, è una delle categorie a rischio. Anche qui in Alto Adige, come in tutta Italia d’altronde, ci sono tanti positivi tra i medici. Penso che i medici di base abbiano pagato molto l’iniziale momento di impreparazione in cui non sono state prese subito misure contenitive drastiche. C’è stata una zona grigia in cui il virus stava già circolando ma nella maggior parte dell’Italia non erano state prese misure di alcun tipo. Quindi i medici di famiglia, tra visite in ambulatorio, domiciliari e, soprattutto, in case di riposo sono stati esposti al contagio. Delle case di riposo non si parla tanto a livello mediatico, ma sono stati tra i focolai più frequenti.

Che senso dai alla tua professione? È cambiato in questi giorni?

Non penso sia cambiato il senso, è sicuramente cambiato il modo. In più, per quanto mi riguarda, si è instillata dall’inizio l’idea di non fare abbastanza nonostante la mia professione. Sentimento condiviso da tanti colleghi. Per questo ho subito dato la mia disponibilità come volontario per aiutare come potevo. Penso che anche noi medici in questo periodo abbiamo imparato a rivalutare la nostra professione e tutto ciò che ne consegue.

Foto di Giovanni PerottiFoto di Giovanni Perotti

Riesci ancora a suonare?

Avrei avuto diversi concerti in programma in questi mesi, ovviamente sono stati tutti annullati o rimandati. Mi è stato chiesto di suonare qualche live via streaming. Suono da solo a casa, come facevo prima. Non penso di potermi lamentare più di tanto.

Che musica ascolti per rilassarti?

Di solito per rilassarmi leggo un libro e non riesco ad ascoltare musica, mentre invece leggo. Posso però dirti l’ultimo disco che ho ascoltato: Lost in Yesterday dei Tame Impala.

A quale concerto andrai appena finita l’emergenza?

Se andiamo avanti così presumo al ventennale del primo disco degli Idles.

Hai qualche consiglio da dare a chi ci legge? 

Ci tengo a far passare un messaggio: questa pandemia ha evidenziato gli attuali limiti del sistema sanitario pubblico, limiti causati anche e soprattutto dalle continue politiche di privatizzazione e regionalizzazione della sanità. Mi fa piacere notare come ora in molti si stiano mobilitando affinché si investa sempre più nel pubblico; purtroppo non era così anche prima di questa emergenza. Non ricordo così tante barricate contro la privatizzazione sistematica e i continui tagli di bilancio. Il nostro sistema sanitario dispone di ottimi professionisti ed è libero e universale, ma subisce sempre di più la mancanza di fondi, mezzi, attrezzature, che vengono invece veicolati sempre più spesso verso il privato. Spero che una volta passato tutto questo si continui a pretendere che la sanità sia sempre più pubblica e sempre meno privatizzata e che questo comune sentire non si esaurisca in una bolla di sapone. Non ripongo grandi speranze in una tale presa di consapevolezza, ma mai dire mai. 

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L'articolo Dottor Girless, la vita stravolta di un medico musicista di Simone Stefanini è apparso su Rockit.it il 03/04/2020 10:47

Tag: RestiamoACasa

Pagine: Girless

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