"UNtitled", tra musica e pittura, Gemello ci racconta il suo ultimo album

Difficilmente mi emoziono quando dipingo una tela, contrariamente, mi succede spesso di frignare quando compongo una canzone.
07/06/2019 11:00

Se dovessi inventare un neologismo per raccontare il tuo ultimo disco userei questo termine: rap-blues. A dir la verità, mi sarebbe piaciuto ascoltare "UNtitled" al bancone di un bar bevendo whisky.

Che complimento, grazie. Quando ero più giovane, quando ero pischello, ero sempre incazzato, scrivevo per necessità, per sfogare questa rabbia repressa. Crescendo il mio approccio è evoluto, questo disco è stato concepito molto più serenamente, “UNtitled” è stato scritto anche più velocemente degli scorsi lavori, ero tranquillo, stavo bene di testa. Non c’è solo pathos, anche se la mia poetica rimane sempre la stessa, un po’ dark, un po’ malinconica. Blues, come hai detto tu.

Kandinsky intitolava i suoi quadri come delle canzoni. Perché hai scelto proprio questo titolo e non hai usato una tua tela come copertina?

Ho avuto il mio periodo mitomane in cui davo ai quadri dei titoli lunghissimi “ guance rosse di ragazza felice in attesa di un incontro importante”, robe del genere. Crescendo, con un numero maggiore di consegne da compiere, ho smesso di dare il nome a tante tele. Avevo una cartella in note piena di papabili titoli per l’album, “Cape Canaveral”, “Grandine”, ma “Grandine” di Gemello ho pensato sembrasse il titolo di un disco di Gianni Celeste. Tutte paranoie mie, alla fine ogni canzone ha il suo nome, quindi, quando ho scelto l’immagine, ho pensato che “UNtitled” fosse perfetto. La copertina è in realtà una foto scattata per caso, mi piaceva molto, mi rispecchiava, sembra quasi voglia nascondermi. È un omaggio a James Blake.

gemello

In quanto rapper, la tua carriera pittorica è iniziata dipingendo sui muri?

Andavo in giro con Noyz, con Chicoria e con tutti i nomi che ai tempi bombavano forte la capitale, ma io, personalmente, ero un pippa al sugo. Li seguivo per fare ballotta, per stare insieme, perché mi piaceva l’ambiente, ed è lo stesso modo in cui mi sono approcciato al rap. Molti di loro frequentavano il mio studio, ho diversi quadri dipinti a più mani che conservo ancora a casa di mia madre. In pratica pittura e musica si sono intrecciati sin dall’inizio, il mio percorso figurativo e quello compositivo sono partiti insieme.

La musica ti aiuta ad arrivare dove non riesci a pervenire con le immagini?

Decisamente sì. Ho due approcci fortemente differenti al medium, per quanto probabilmente la mia scrittura e la mia tecnica pittorica si assomiglino. Con i quadri ho un po’ più di knowledge, difficilmente mi emoziono quando dipingo una tela, contrariamente, mi succede spesso di frignare quando compongo un testo. Trovare le parole adatte è come risolvere un’equazione difficile. Il quadro ha un valore catartico differente perché ognuno è libero di interpretarlo liberamente. Anche con le canzoni questo ragionamento è valido, ogni opera d’arte e composta da più livelli espressivi, ma le parole, la recitazione, le intonazioni con cui vengono pronunciate… La musica non è solamente più fruibile, riesce a toccare corde diverse. Tutti possono avere una canzone che li accompagnerà per la vita, con un quadro è più difficile.

Non so se al momento ti senti più rapper o pittore. Ma ai tempi di In the Panchine, per quale motivo ha deciso di “abbandonare” il rap, un genere che non era ancora esploso, ma -anche grazie al TruceKlan- stava cominciando a dare i primi importanti segnali?

Non è stata una scelta, è stata la vita. Forse è solamente colpa della pigrizia, riuscendo a campare con i quadri spesso mi prendo il mio tempo. Non devo uscire ogni settimana come in edicola, credo che questa paura di scomparire stia appiattendo sia la proposta musicale che il gusto dell’utenza. L’album è spesso una raccolta, un racconto in cui le canzoni fungono da capitoli. In questi tre anni ho avuto un sacco di esperienze che mi hanno arricchito, a mio avviso è importante concedere il tempo per metabolizzare un pezzo al proprio pubblico, per riascoltare le canzoni vecchie. Non per fare il crepuscolare, ma così ogni canzone acquisisce un peso specifico diverso. La mia non è musica usa e getta.

E i featuring come sono stati scelti?

Non c’è stato nessun casting, nulla di premeditato. In realtà mi ero prefissato di fare una canzone con Franchino dopo aver ascoltato il suo disco solista, adoro la sua poetica alla Califano, il suo modo di raccontare le cose. Con Davide (Gemitaiz) è nato proprio tutto cazzeggiando, una serata passata insieme siamo finiti in studio da Sine. A me piace molto quando si presta a scrivere con me, si adatta molto alle mie vibes, è come se recitasse un ruolo non suo ma che gli calza a pennello. Mentre Ensi è l’unico feat nato a distanza. Abbiamo un gruppo whatsapp con rapper di tutta Italia, mi serviva una strofa stilosa e l’ho contattato. In una settimana mi ha mandato tutto. È sempre stato una macchina da guerra, anche quando ai live venivano a sentirci in quindici persone con i pantaloni larghi.

Perché hai deciso di lavorare (quasi esclusivamente) con un unico (seppur fidatissimo) produttore?

Creativamente parlando sono molto disordinato, una persona come Sine serve per tenermi sul pezzo, per dare forma al mio caos. Nel disco ci sono anche Frenetik & Orang3 e Gian Marco Ciampa, un mio carissimo amico che ha suonato la chitarra anche per Margherita Vicario. Ma volevo provare a portare a termine questo viaggio con un’unica persona. Registrando su dieci base (anche bellissime) preconfezionate il risultato sarebbe stato diverso. "UNtitled" è stato concepito in un periodo molto particolare in cui sono usciti diversi album fichissimi: trap, indie, chi riproponeva le sonorità old school… Ogni volta che qualcosa ci colpiva cercavamo di approfondire il discorso, cercavamo di farlo nostro. Ogni canzone di quest’album è stata letteralmente un viaggio da cui siamo tornati arricchiti. E poi Sine credo sia il diminutivo di sinergia, l’unico che riesce a trasformare in musica alcune miei richieste assurde, < vorrei un rullante che ricordasse il rumore del vento>.

gemello

Paradossalmente, lavorando con meno persone, musicalmente, hai avuto la possibilità di spaziare di più. Quali sono le tue influenze principali?

A Roma c’era un negozio, “Disfunzioni musicali”, dove compravo dischi usati, post rock, jazz. Ero appassionato di musica elettronica, andavo ai rave. Quando ho scoperto il rap si chiamava ancora black music, il mio primo ricordo è Ice Cube sull’auto di mio zio. Mi aveva proprio fomentato. Questa cosa del rap mi è entrata proprio nel sangue. Da pischello ho anche passato la mia fase metallara, quella grunge, musicalmente, Seattle è la mia seconda casa. Tutte queste influenze sono finite per incidere anche sulla componente estetica della mia arte. L’aspetto più interessante del rap è la libertà. Il rap è scrittura, se sei un rapper puoi permetterti di scrivere su qualasiasi base. Anche da solo, senza avere un bassista o un batterista alle spalle. Per questo così tanti ragazzini si chiudano ancora a “flippare” in cameretta come facevamo noi. Ed è per questo che, al giorno d’oggi, questo genere è forse il più ricco di sfumature e sottogeneri interessanti.

È una dinamica che ho notato in particolare nel ritorno di Gel ma anche in diverse canzoni dell’ultimo album di Noyz, dopo il periodo folle del TruceKlan, pur mantenendo la stessa indole di fondo, avete tutti optato per una scelta molto più intima. È un’evoluzione dovuta all’incedere dell’età, della maturazione umana, o, semplicemente, trovi determinate tematiche\sonorità del tutto inattuali?

Entrambi gli aspetti sono importanti. Con i In the Panchine abbiamo registrato dei pezzi cult al citofono, potevamo continuare a propinare la stessa musica registrandola meglio. Con il TruceKlan andavamo in giro sempre vestiti di nero, eravamo i primi a recitare una parte, lo sapevamo, ma ci credevamo così tanto che ci siamo costruiti una street-credibility riconosciuta ancora oggi. Guarda anche interpreti come Metal Carter, continua a portare avanti la sua visione underground del rap, il suo genere di nicchia, e spaccare quando esce col nuovo capitolo di “Pagliaccio di ghiaccio”. Io ho sempre avuto questa propensione allo storytelling, Dopo che hai girato dieci horror puoi anche venirti voglia di fare una commedia. Da pischello è bello fare il matto ma da grande tutta la merda viene a galla. Basta farsi un minimo di autoanalisi, in fondo la mia è sempre la stessa rabbia, ha solamente cambiato forma.

Tag: intervista - rap - rap italiano - rap romano - roma - scena romana - nuovo album - nuovo disco

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