Germanò: ascolta in anteprima "Per cercare il ritmo" e leggi l'intervista

Tutte le foto sono di Mattia SavelliTutte le foto sono di Mattia Savelli
22/09/2017 11:05 di

Alex Germanò è la nuova scommessa di Bomba Dischi, per la quale uscirà il 29 settembre il suo primo disco “Per Cercare il ritmo”, ma che vi facciamo ascoltare in anteprima oggi su Rockit. L’abbiamo incontrato in una mattinata romana nel centro di Trastevere al bar San Calisto. Lui voleva espressamente andare lì perché fanno la granita al caffè con la panna, che da quando vive a Milano gli manca parecchio. Ci ha raccontato un bel po’ di cose sul suo background, su questo nuovo disco e su come abbia cercato di scappare dalla musica senza però riuscire a seminarla. Lui è un cantautore parecchio bravo, ma non diteglielo perché s’imbarazza e abbassa lo sguardo.

Ciao Alex, oggi ascoltiamo il tuo primo disco prodotto da Bomba Dischi. Quella di Bomba è una realtà importante che sta praticamente guidando il mercato della musica indipendente italiana, come è nata la vostra collaborazione?
Detta molto brevemente Davide (Caucci, la mente di Bomba Dischi ndr) sapeva che stavo scrivendo delle canzoni e che stavo cercando di registrare qualcosa. Semplicemente mi ha scritto: “Oh, mandami sta roba, fammi sentire”. Io e Davide ci conosciamo da un sacco di tempo, gravitiamo tra solite robe musicali di Roma da tanto tempo. Quando c’era il Circolo degli Artisti lui organizzava eventi, io andavo spesso all’evento “la tua fottuta musica alternativa”. Io avevo un gruppo, i Jacqueries, al tempo avevamo diciotto anni ed eravamo tra i più giovani rispetto alle altre band. Davide quindi lo conosco da un po’.

Senti la pressione di far parte di una delle etichette più osservate del momento?
Dunque, un po’ di tempo fa sentivo questa pressione, quest’ansia. Adesso mi sono un po’ lasciato andare da questo punto di vista. Quella dell’artista va vissuta come una professione, come un lavoro. Io me la sto vivendo un po’ così, un po’ come una vacanza e come il coronamento di un sogno. Fare quello che mi piace, fare musica, dire qualcosa di estremamente personale e riuscire anche a guadagnarci qualcosina, ovviamente a diventare ricco e famoso non c’ho mai pensato. Però secondo me l’artista che dice che questo non è un lavoro dice una cosa imprecisa perché invece dovrebbe esserlo. Va detto, perché dietro c’è molta fatica.

Tu hai sempre avuto il sogno di fare questo nella vita?
No, io ho sempre cercato di scapparne in realtà. È l’unica cosa che mi piace veramente fare nella vita però ho cercato di fare i lavori più disparati. Sono andato in Australia e a Londra per fare altro ma tornavo sempre lì. A un certo punto mi sono detto, vabbè dai facciamo ste canzoni. Forse gliene frega qualcosa a qualcuno (ride).

La musica quindi per te è un’esigenza?
Sì, è la cosa che mi dà più soddisfazione, riempie i miei momenti morti ed è una cosa che se non l’avessi starei peggio. Non che io stia male, ma se ho la musica sto meglio, è una cosa che non smetterò mai di fare. Per me è divertente, punto! È la cosa più bella del mondo.

Negli anni passati ricordo che se volevi ascoltare i cantautori non prodotti dalle major dovevi rintanarti in qualche locale minuscolo di San Lorenzo o andare alla “Stazione Birra”. Adesso, invece, gente come i Thegiornalisti e Calcutta suonano nei grandi palazzetti. Un grosso salto per la musica cosiddetta “indie”. Secondo te che cosa è cambiato in meno di 10 anni in Italia da questo punto di vista?
Secondo me la parola “indie” non ha più senso. È una parola che descrive quelle realtà che nascono un po’ dal basso e che fanno musica “economicamente sostenibile”, e praticamente è l’unico modo per esprimere qualcosa di diverso da una realtà preconfezionata. Un gruppo come i Thegiornalisti per me non è e non è mai stato indie, loro hanno sempre fatto cantautorato e hanno fatto la classica gavetta ma non hanno mai fatto la musica indie. Io suonavo in un gruppo indie rock e noi volevamo fare musica come quella degli Hüsker Dü o i Dinosaur Jr e qualche gruppo inglese che li imitava. Secondo me un Calcutta o un Tommaso Paradiso sono i sostituti dei grandi di un tempo. C’è chi pensa che De Gregori sia insostituibile; questi però sono i nuovi cantautori, è un dato di fatto. Diciamo che prima o poi doveva succedere, non ci può essere De Gregori fino a novant’anni. Anche un Niccolò Contessa, per me è stato il primo a guidare questa cosa qua.

Tu ti ritrovi in questa corrente, ti ci rivedi o ti vorresti incanalare in altro?
No, io faccio quello che piace a me. Se piace a me, va bene. Calcutta secondo me è un genio, è il miglior scrittore di canzoni del momento. Io lo seguo da anni, ci conosciamo anche. Io non sono un genio, sto provando a fare un po’ di musica e basta. È tutto molto piccolo nel mio caso, quello che viene viene.

Nonostante tu ti sia trasferito a Milano ormai da un anno, sei comunque rimasto affezionato a Roma tant’è che titoli il tuo singolo di punta “San Cosimato” come la piazza nel cuore di Trastevere. Che influenza ha avuto questa città su di te e sulla tua musica? E come è nato questo singolo?
Prima di tutto Trastevere è dove sono nato e cresciuto. È una cosa imprescindibile per me. “San Cosimato” parla di quando finisce una relazione e praticamente eviti determinati posti per non incontrare l’altro e fa leva su quel disagio interpersonale che si crea. L’avvenimento principale descritto nella canzone avviene a piazza San Cosimato e ruota tra i vicoli che stanno lì attorno.

Andandotene da Roma sembra che tu ti sia mosso controcorrente rispetto alla scena vivace che c’è qui. A Milano invece come vanno le cose? Tu che percezione hai?
Ma io in realtà non ho avuto molto tempo di andare ai concerti a Milano, vado molto spesso al Macao, a volte mi piace e a volte no. A Milano però c’è una grande attenzione verso la cultura, si dà molto spazio alle proposte sperimentali, di più rispetto a Roma. A Milano è tutto fatto molto bene e, spesso, molto meglio. Adesso Roma sta dando più voce a se stessa, mentre prima dava voce a qualcos’altro. Per esempio, quando facevamo musica noi, volevamo essere qualcos’altro. Volevamo essere quasi inglesi o americani. Adesso nessuno sta cercando di diventare in nuovi Radiohead o i nuovi Blur. Stiamo dicendo qualcosa di nostro, per un motivo o per un altro. Secondo me tutte queste realtà stanno facendo breccia nel cuore delle persone. Perché in qualche modo è qualcosa di più reale e che possiamo veramente capire. A partire da Carl Brave x Franco 126 che fanno rap ma parlano di loro stessi, di Roma, e non di pistole e di spaccio perché non è la loro vita.

Nel primo brano “Per cercare il ritmo” mi sono venuti in mente i Tiromancino di “La descrizione di un attimo” e un pizzico di Niccolò Fabi. Ci sono questo tipo di rimandi nella tua musica e nei tuoi ascolti?
Direi di sì, i Tiromancino mi piacciono. Grazie a Zampaglione ho scoperto Franco Califano e mi sono appassionato a lui tanto. Niccolò Fabi lo ascoltavo da piccolo quando c’avevo la compilation del Festivalbar Rossa e Blu e c’era “Vento d’estate” con Max Gazzè. Secondo me quello è uno dei pezzi radiofonici più riusciti della musica italiana. Però sì, mi piace molto “In continuo movimento” dei Tiromancino, quello è proprio un disco figo.

I testi dei tuoi brani descrivono suggestioni e attimi fugaci. Sembrano delle istantanee trasformate in parole. Come nasce la tua scrittura e come lavori alla stesura dei pezzi?
Cerco di scrivere musica e testo nello stesso tempo. Scrivo di getto e poi magari metto a posto. Se scrivo delle cagate poi le rileggo e dico ok, forse questa no. Poi ci comincio a rimuginare parecchio fino a che qualcuno non mi dice basta e la finisco così. Prima rimaneggiavo molto le cose, ero molto meticoloso. Con questo disco ho deciso di scrivere dei pezzi che fossero i più immediati possibile perché volevo poterli replicare dal vivo senza troppi artifici. Però in futuro mi piacerebbe fare qualcosa di più articolato.

“Carabiniere” è un pezzo che mi ha fatto sorridere, un brano quasi demenziale ma ragionato. Mi racconti come è nato?
Mi faceva molto ridere la parola carabiniere. Ho sentito un pezzo di Destroyer, un cantautore canadese. C’è un suo disco che mi piace molto che si intitola “Destroyer’s Rubies”, dove c’è un pezzo ambientato in Italia (“Watercolours in to the Ocean”) e lui nel pezzo dice: “It took three/ Carabinieri/ To peel em off the streets of the town”. Mi sono detto, possibile che non ci sia un maledetto pezzo italiano che parla dei carabinieri? Cioè, la parola carabiniere forse c’è in un pezzo di De Andrè, ma in quel momento non mi veniva in mente e allora ho deciso di scrivere un pezzo dove ci fosse questa parola. Fra l’altro i carabinieri sono una cosa molto italiana, non c’è un corrispettivo da nessun’altra parte. Quella del carabiniere è soltanto un’immagine che serve per rappresentare l’autorità e in quel momento c’avevo voglia di dire che io faccio quello che mi va e non voglio dare spiegazioni a nessuno. Per tutto il pezzo si dice al carabiniere che non è colpa mia se ho fatto quella cosa, io dovevo fare così. Rappresenta il: “a me non me ne frega niente”. È una canzone esorcizzante, serve a me o a chi se la ascolta a esorcizzare i sensi di colpa verso gli altri.

Il disco esce il 29 settembre, che progetti hai per presentarlo e, soprattutto, ti vedremo in giro?
Allora, è previsto un release party il 20 ottobre a Roma, non so ancora dove. Poi andremo a Bologna e in Toscana. Sarò con la band sul palco. Mi va parecchio di suonare il disco, anche perché mi hanno fatto aspettare abbastanza!

Tag: nuovo album

Commenti (6)

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  • Giuseppe Murabito 23/09/2017 ore 10:45 @giuseppe.murabito

    Bellissimo disco, complimenti!

  • Mario Miano 24/09/2017 ore 10:03 @mario.miano.39

    L'ispirazione di queste canzoni ha qualcosa di mai sentito. Un songwriting impressionante, romantico e visionario. Come sentire certi cantautori ma prodotti dagli Steely Dan. Come i Prefab Sprout e Venditti insieme. Come gli Smiths e i Tiromancino. Solo Calcutta con mainstream e I Cani con aurora sono riusciti nel formato lungo senza cedimenti. Mi sono innamorato di questo meraviglioso disco!

  • mattejo 25/09/2017 ore 13:59 @mattejo

    Disco pazzesco, complimenti davvero. Stupendo.

  • Vittorio Lauri 25/09/2017 ore 14:31 @vittorio.lauri.7

    bello forte, bravo Alex

  • Francesco Proietti 03/10/2017 ore 12:35 @francesco_proietti

    Il disco italiano che quest'anno mi ha preso di più insieme a Giorgio Poi.
    Io, nostalgico di Sinigaglia non posso che adorarlo.

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