La cantora popular: l’omaggio di Ginevra Di Marco a Mercedes Sosa

21/07/2017 12:00 di

Mercedes Sosa: “La rubia canta la negra” Ginevra Di Marco lo ha dedicato a lei. Un album di cover, più tre inediti, per ricordare la cantante argentina, un’icona, o meglio, una quasi divinità in patria. Un progetto costruito con passione e la complicità dei vecchi sodali Francesco Magnelli e Andrea Salvadori, con buona pace del Tenco. Che ha premiato il disco nella categoria ‘Interpreti di canzoni non proprie’. Galeotto fu un concerto tenuto su di un palco di un Festival fiorentino, il resto è venuto da sé. Ce ne parla l’ex CSI nell’intervista che segue.

Qual è stata la genesi di “La rubia canta la negra”?
Tutto è nato da un live commissionato dal Festival “Musica dei Popoli” di Firenze che mi chiese espressamente un concerto dedicato a Mercedes Sosa, della quale gli organizzatori avevano ascoltato in passato qualche mia interpretazione. Sapevamo di dover entrare in quel mondo musicale per conoscerlo e restituirlo con una nostra personalità. Il concerto ebbe un successo straordinario e fu quel giorno che decidemmo di far diventare quel lavoro un disco.

Con quale criterio avete selezionato i pezzi che poi sono finiti all’interno dell’album?
I pezzi sono stati scelti con l’intento di comporre una rosa di canzoni che fossero un equilibrio di significato, messaggio, bellezza armonica e melodica, che potessero dare una varietà di ritmi e andamenti all’interno del disco.

C’è stata qualche esclusione dolorosa?
Il repertorio di Mercedes è immenso e ci sarebbe stato materiale per registrare altri cinque dischi. Sapevamo sin dall’inizio che avremmo dovuto operare molte scelte di esclusione. E le canzoni escluse hanno subìto questa sorte solo e soltanto perché con altre avremmo dato maggiore eterogeneità alla scaletta: “La flor azul”, “Como la cigarra”, “Zamba para no morir” e “Duerme negrito” alcune di queste. “Balderrama”, invece, è stata inserita come pezzo aggiuntivo nel vinile.

Una canzone alla quale non avresti mai voluto rinunciare?
“Alfonsina y el mar”. Non mi sarei mai perdonata l’assenza di una canzone così rappresentativa di Mercedes”.

Non è la prima volta che canti in spagnolo, ma non avevi mai cantato un intero album. Com’è stato misurarsi nella lunga distanza con una lingua non tua?
Ho dovuto principalmente fare attenzione alla pronuncia della lingua argentina, che non è propriamente lo spagnolo che tutti conosciamo un po’ di più. In questa fase ho avuto l’aiuto di Nicholas Farruggia dei Forró Miór, che con noi hanno lavorato alla prima stesura delle canzoni e ai relativi arrangiamenti. In questa prima fase di studio lui mi è stato molto di aiuto per la pronuncia delle parole. Per il resto non ho trovato particolari difficoltà, anzi, lo spagnolo è una lingua splendidamente musicale.

Possiamo classificare “La rubia canta la negra” come una sorta di fratello ideale di “Stazioni lunari prende terra a Puerto Libre”?
"Stazioni lunari prende terra a Puerto Libre” cantava le musiche del mondo, “La rubia canta la negra” la musica argentina. Ma sono dischi fratelli in ogni caso, perché abbracciano tutta quella musica che ha contribuito a rendere grande la cultura dei luoghi di appartenenza.

Buona parte delle canzoni rispecchia le versioni originali. È stata forse una scelta ‘di campo’, una sorta di rispetto nei confronti della cantante argentina?
Il nostro lavoro si approccia all’interpretazione sempre allo stesso modo: cercando un equilibrio tra il rispetto che dobbiamo a certe figure e quello che di nostro possiamo mettere. Trovo che Francesco Magnelli e Andrea Salvadori abbiano fatto un bellissimo lavoro sugli arrangiamenti, moderni e assai personali.

Com’è andato il lavoro in studio? In che modo sono state riprodotte certe atmosfere nei vostri arrangiamenti?
Il lavoro in studio si è svolto in tre, quattro mesi. Abbiamo voluto lavorare senza fretta, dandoci il tempo di riflettere sulle cose registrate, riascoltare con calma e fare le dovute scelte. C’è anche da dire che le canzoni le avevamo suonate più volte dal vivo, gli arrangiamenti erano quindi quasi definitivi. Questo ci ha permesso di poterci concentrare sul suonare e cantare in maniera più libera e dare spazio alle emozioni.

Francesco Magnelli e Andrea Salvadori, poi i Forrò Mior, Alberto Becucci e Gabriele Pozzolini. In quale modo li hai coinvolti e com’è stato lavorare con loro? 
Francesco e Andrea sono i miei compagni di vita da vent’anni e più… Ci conosciamo e ci amiamo fraternamente, lavoriamo condividendo ogni scelta e ogni passo da fare. Abbiamo un sentire molto simile l’uno all’altro e tutti questi anni di esperienze hanno plasmato il nostro essere e i nostri desideri di vita in una forma comune. Ci conosciamo talmente che tante fasi di lavoro vanno in automatico e possiamo oggi godere dei vantaggi e dei frutti che un’esperienza di lavoro a fianco a fianco così lunga ci può dare. Insieme curano gli arrangiamenti dei brani e trovo che sappiano farlo con una personalità unica, ormai diventata un suono preciso, un marchio. Intrecci armonici e melodici che mirano all’essenza e alla minimalità ma carichi di calore e movimento ritmico, uso degli strumenti etnici poco canonico, con suoni più particolari.

Quali sono gli aspetti, umani e artistici, che più ti hanno colpito nella figura di Mercedes Sosa?
Il coraggio, la forza, la responsabilità intellettuale la coscienza etica e la sua grande umanità. Il concepire il proprio canto come strumento per il bene della collettività, quindi la capacità di uno sguardo sull’umanità intera.

Mercedes Sosa è un monumento della canzone sudamericana, pensi che esista o sia esistita una figura simile in Italia?
No… non mi viene in mente nessun artista animato da una passione così grande. Mercedes è stata una donna unica.

Non pensi che in Italia sia stata un po’ sottovalutata?
Mercedes è stata un’icona di lotta, resistenza e speranza in tutto il mondo. Sottovalutata non direi, forse meno conosciuta qui da noi.

E i tre inediti? Ce ne parli?
Il primo brano è “Fuoco a mare”, testo scritto da Marco Vichi, toscano, già autore di romanzi e autore della saga del commissario Bordelli. Ha scritto pensando a Ginevra, alla sua figura e a quello che per lui Ginevra rappresenta. La musica e la melodia sono di Francesco. Gli altri due testi sono stati scritti da Gianluca Barrera, un nostro caro amico con il quale, negli ultimi anni, ci siamo trovati molto in sintonia. “Sulla corda” racconta il nostro sentirci funamboli, sempre in bilico, in una direzione ostinata e contraria, a volte ci sentiamo mosche bianche all’interno della scena musicale italiana. La musica è un tango, scritta da Francesco. Il terzo inedito è “Saintes Maries de la mer”: qui le sonorità lavorano a contrasto, con groove di batteria, percussioni e basso elettronico dance anni ’80, morbidi, gommosi ma potenti al tempo stesso e due arpeggi di chitarra classica dal sapore sudamericano. Un tappeto di tastiera (magnellophoni) ad aprire nei ritornelli e un mandoloncello a seguire che, delicatamente, suona una melodia cromatica. È una canzone mantrica e catartica, che si sviluppa armonicamente su pochi accordi. Le variazioni fra strofe e ritornelli sono dettate dalle entrate e uscite di strumenti e dalle evoluzioni della melodia vocale, molto ritmica (diversa dal resto dell’album), che tende al movimento e al ballo. Il testo è un sogno gitano, di balli di odori di colori che in un vortice ci spingono a comprendere la bellezza di culture diverse, il coraggio di essere altro da se stessi e ad abbandonare i luoghi comuni e la paura.



Come stanno suonando dal vivo i pezzi dell’album?
È un concerto che ha bisogno di molta concentrazione, che riempie di densità e forti sentimenti, sia nell’esecuzione sia nell’ascolto. Il repertorio è splendido e le canzoni sono una più bella dell’altra.

Il disco è stato realizzato con la modalità del crowdfunding, operazione che, a quanto pare, è andata più che bene. Non trovi triste che non si trovino più etichette in grado di investire in operazioni come queste?
Ci ho messo una pietra sopra tanto tempo fa. Non è più tempo di contratti con case discografiche che non hanno più una certa mentalità di lavoro e interesse per la cultura nel nostro paese. Siamo indipendenti e determinati a far arrivare la nostra musica in un rapporto sempre più stretto con tutta quella frangia di pubblico che ha voglia di ascoltare ‘altro’. E il calore, l’affetto e la gratitudine che riscontriamo ai concerti è quanto di più bello si possa vivere.

“La rubia canta la negra” ha vinto il Premio Tenco 2017 nella categoria “Interpreti di canzoni non proprie”. Qual è stata la prima cosa a cui hai pensato non appena ti è arrivata la notizia?
Sono scoppiata a ridere e ho detto a Francesco (Mangnelli, nda): “La terza targa! Siamo vecchi!”. E abbiamo brindato!

Tag: cover

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