Giovanni Marton, elettro-pop e new-wave

Giovanni Marton: elettro-pop e new-wave - Giovanni MartonGiovanni Marton: elettro-pop e new-wave - Giovanni Marton
03/12/2012 12:59 di

E' uscito “Ogni sguardo non è perso – Formulario di Estetica Stagionale”, nuovo album di Giovanni Marton. Giovane 23 anni che si sta ritagliando il suo spazio nella nuova new wave italiana. Margherita di Fiore gli ha fatto qualche domanda.

Hai solo 23 anni, e mentre i tuoi coetanei frequentano l’università o si affacciano timidamente nel mondo del lavoro tu hai già una piccola ‘carriera’ alle spalle: hai sempre saputo che avresti fatto il musicista o è qualcosa che accompagna altre ambizioni?
A dire il vero sto per laurearmi in architettura, e nel mondo del lavoro ci sto dentro anch’io. Il mio disco è negli scaffali dei negozi, produco altri cantautori e band, quindi direi che per me la musica è il lavoro. In realtà non mi sono mai chiesto cosa avrei fatto da grande, sin da quando ho coscienza d’esistere. Ho sempre dato per scontato che mi sarei occupato di musica; non è un sogno ma la materializzazione di quella che forse è l’unica cosa che io sappia fare veramente. Ad ogni lavoro che concludo vedo, da ciò che mi succede e dalle proposte che mi vengono fatte, il mio diventare man mano un cantautore sempre più quotato quindi ho intenzione di procedere in questa direzione, senza ripetermi sotto ogni punto di vista.

Dopo un passato più ‘elettronico’ ora ti muovi in un ambiente decisamente cantautorale: so che prima guardavi ai Bluvertigo, quali sono adesso i tuoi artisti di riferimento?
Continuo ad apprezzare molto l’estetica e il design del suono elettro-pop, ma ora sento che ciò di cui voglio parlare possa essere difficilmente esprimibile in questa chiave. In questo disco si sente un pizzico di evoluzione rispetto al mio vecchio ep. Qui infatti ci sono molte tracce prodotte a Monza in una casa madre del suono bluvertighiano, ma ci sono anche composizioni più recenti che hanno senza dubbio sfumature di sound evidentemente differenti. Oramai per le mie nuove composizioni devo necessariamente avere come riferimento la scuola del cantautorato indie californiano (specialmente Matt Costa). Penso che la direzione artistica che stanno prendendo le mie canzoni sia proprio questa. Non riesco solo a parole ad essere espressivo quanto vorrei, quindi ho sempre più bisogno di contestualizzare ciò che dico in un ambiente dettagliato. Così il suono diventa fondamentale per collegare, anche in maniera inconscia, il brano a precisi colori, odori, temperature ecc…

Nel tuo ultimo album dai molta importanza alle stagioni, alla ciclicità del tempo e alle conseguenti sensazioni che porta: cosa ti ispira? Quanto conta il panorama che ti circonda nella scrittura dei testi, e quanto il passato?
Il passato conta ben poco, ciò che conta è il presente e per questo la mia poetica è molto descrittiva. Quello che più mi ispira sono i dettagli, e questo tema delle stagioni e della ciclicità del tempo ha proprio la funzione di mettere a mia disposizione la possibilità d’essere narrativo. Non in maniera romanzata, raccontando storie di personaggi, ma cercando di dipingere a parole ambientazioni dettagliate, così ricche di particolari d’avere l’ambizione di trascinare l’ascoltatore in questo spazio immaginario e reale al contempo.

Leggo nella pagina della Seahorse Recordings (etichetta che ha prodotto l’album ndA) che hai coniato il termine di ‘cantautorato fantascientifico’: mi spieghi cosa vuol dire?
All’interno di questa narrazione oltre al concreto c’è appunto anche l’immaginario. Ma questo aspetto non è limitato ai brani che raccontano viaggi in altri pianeti, o racconti ravvicinati del terzo tipo, c’è di più. Grandi registi fra gli anni ’80 e ’90 ci hanno regalato una linea condivisa su come immaginiamo alcuni quartieri di provincia, e alcuni stereotipi sociali; cittadine tranquille a volte troppo “noiose” per quei ragazzini che se ne vanno in giro in bicicletta (per poi trovare in soffitta la mappa del tesoro di un pirata). In questa fotografia si innestano alcuni miei racconti, senza il bisogno d’essere fantascientifico nei soggetti, ma essendolo nelle ambientazioni che dipingo a parole. Il soggetto fantastico è quindi presente e intuibile anche quando è inespresso. L’aggettivo più adatto per la fotografia che descrivo è: cinematografica.

Nel tuo album ci sono due importanti collaborazioni (con Lele Battista e Fabio Cinti ndA): come sono nate e qual è secondo te il valore aggiunto che danno al tuo lavoro?
I rapporti sono nati tramite amici e collaboratori in comune. Lele mi ha aiutato molto facendo l’arrangiamento di “idillio borghese” perché ha colto perfettamente cosa volevo comunicare ed ha ampliato ulteriormente gli orizzonti di un testo già di per sé molto descrittivo. Oltretutto con Lele e Violante Placido ho fatto un bel concerto ad ottobre, ed è stata la prima occasione per portare dal vivo il disco. Fabio è un altro caro amico che mi ha decisamente aiutato, aggiustando testo e melodia di un brano da cui altrimenti non sarei riuscito a venirne fuori. A quanto pare poi è stata una collaborazione molto ben riuscita perché a sentire il mio pubblico nei live e sul web “nuovi sistemi stellari” è il brano, per ora, più apprezzato.
 

Commenti (1)

  • Bettino 03/12/2012 ore 21:59 @Bettino

    Marton è molto molto interessante, si sa da tempo...

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