Foto Profilo: Henry Beckett

Henry Beckett, foto di Marco Triolo & Debora SaverianoHenry Beckett, foto di Marco Triolo & Debora Saveriano
17/05/2017 11:37 di

La prima volta che abbiamo sentito dal vivo Henry Beckett siamo rimasti impressionati dalla sua voce matura, oltre che dalle sue bellissime canzoni che odorano di cuoio e sogno americano. Non potevamo quindi non invitarlo al MI AMI Festival, dove si esibirà giovedì 25 maggio sul palco Raffles Milano. In attesa di (ri)vederlo dal vivo, gli abbiamo fatto qualche domanda per conoscerlo meglio, e gli abbiamo chiesto di risponderci non solo con le parole, ma anche con un'immagine.

Hai da poco pubblicato il tuo ep d’esordio (“Heights”) e molti ancora non ti conoscono, puoi dirmi brevemente chi è Henry Beckett?
Henry Beckett è una parte di me, che ogni giorno che passa si fa sempre più spazio nel definirmi appieno. È sicuramente la parte che ha deciso di intraprendere un cammino complicato, quello del cantautore, pieno di ostacoli e pensieri difficili, cercando tuttavia di proseguire testarda tenendo alta la bandiera della musica in cui crede e che vuole portare a più orecchie possibile. Ed è affiancata dall’altra parte di me, più razionale e realista (se non pessimista), che sta ultimando i suoi studi universitari ma che è un po’ stanca perché in lotta con Henry, sempre più invasivo e carico. A volte detesto la mia parte che guarda più a terra, ma mi serve per mantenere un certo equilibrio.

 

Sei giovanissimo ma la tua voce trasmette un vissuto di spessore: da dove nasce la profondità delle tue canzoni?
Sono sempre stato fortunato nella mia vita. Tuttavia ho avuto un’indole pensierosa fin da piccolo che, se da un lato mi ha portato spesso a isolarmi (il JD di "Scrubs" che fantastica), dall’altra mi ha permesso di assaporare ogni emozione in modo estremamente vivido. Sia quelle positive che quelle negative. Dato il mood delle mie canzoni direi che le ultime hanno avuto più rilievo nelle mie esperienze. Ma non sono una persona depressa, anzi: credo che una certa dose di malinconia sia piacevole soprattutto se poi converge nella musica e nelle canzoni, elementi che mi fanno stare decisamente bene. E se questo crea una certa profondità direi che ne sono felice. In merito a questo, omaggiando la malinconia, in un mio testo recente dico che il “blue is a magical world”!

 

Com’è nato “Heights” e da cosa hai tratto ispirazione?
La scelta dei brani di “Heights” è stata fatta molto tempo fa, due anni fa addirittura. In quel periodo ho semplicemente scelto i brani che sentivo più vicini e che avrebbero potuto rappresentare aspetti leggermente diversi del mio repertorio per dare una prima visione di quello che faccio con la mia chitarra e una penna. I brani parlano di situazioni molto diverse tra loro: "Radio Tower" della voglia di scuotere le persone intrappolate nella passività, "Why We Dance" di una relazione in bilico, "Walls" di un’attesa per una persona inavvicinabile, "To Nowhere" del rischio di imboccare strade sbagliate quando si pensa di non poter contare sulle proprie forze.
Nella fase finale di lavorazione ho arrangiato i brani con Stefano Elli e poi, insieme col batterista Pietro Gregori, ci siamo trasferiti per 3 giorni nel Mono Studio di Milano da Enea Bardi che ci ha calorosamente accolti. Infine, il titolo dell’ep è stato ispirato al viaggiare tra alti e bassi di questi 4 brani, e della vita in generale, volendo però sottolineare la voglia di rimanere in alto dove si respira molto meglio.

 

Nella tua musica si trovano molti riferimenti all’alt-folk e al country americano, quali sono gli artisti che ti hanno più influenzato?
Chiunque mi conosca sa quanto io sia fan di Ryan Adams ed essendo stato l’artista che più mi ha trasmesso la voglia di comporre, direi che molto di ciò che mi ha influenzato musicalmente lo devo a lui. Ma non a lui solo: in alcuni dei miei brani sento di voler provare a toccare certe sfumature proprie di Nick Cave, e sempre con me, per citarne alcuni, ci sono le canzoni di Jonathan Wilson, Kurt Vile, Alexi Murdoch, Feist o dei The Veils. Di certo tra questi artisti prediligo quelli dalle forti sonorità americane, capaci di evocare spazi sconfinati e di spingermi ad impugnare di corsa la mia chitarra per mettere giù qualche nuova idea.

 

Il 25 maggio sarai tra i protagonisti del MI AMI Festival, che tipo di concerto sarà?
Come prima cosa sono molto grato di avere ricevuto l’opportunità di esibirmi al MI AMI. Sul palco Raffles saremo io e la mia chitarra, i brani dell’ep e qualche brano nuovo a cui tengo particolarmente e per cui sto già pensando alla produzione. Con questo concerto voglio accogliere il pubblico che ancora non mi conosce nel mio mondo, dove nascono le mie canzoni. Voglio lanciare l’invito a seguire insieme a me questo percorso veramente ricco di canzoni e tanta voglia di portarle ovunque, nelle camere di chi non volendo dormire si stende al buio con indosso le cuffie (e si sveglia dopo qualche ora con le stesse mezze scassate come succede spesso a me) e nelle macchine dei viaggiatori alla scoperta di nuovi sconosciuti luoghi.

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